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Ideal Standard, la rabbia dei lavoratori: «Come manterremo le nostre famiglie?»

Preoccupazione al massimo all’uscita dallo stabilimento di Trichiana: «Vogliono chiuderci dopo aver risparmiato cinque milioni di euro»

TRICHIANA. Preoccupati, increduli, perplessi. I 475 lavoratori dell’Ideal Standard di Trichiana stanno vivendo ore molto difficili dopo le voci trapelate circa una possibile delocalizzazione all’estero della produzione bellunese.

«Cosa possiamo fare? Se perdiamo questo posto di lavoro, sarà difficile trovarne un altro», dicono i dipendenti, mentre escono alla spicciolata dalla fabbrica dopo le assemblee. «L’età media qui è alta, parliamo di oltre 50 anni. Molti di noi hanno un mutuo da pagare, hanno figli da mandare scuola. Senza contare quelle famiglie dove entrambi i coniugi lavorano all’ex Ceramica. Senza uno stipendio come faremo a mantenere le nostre famiglie?», si chiedono mentre escono dalllo stabilimento, con i volti tirati e tante preoccupazioni in testa.

C’è anche la rabbia per i tanti sacrifici fatti in questi anni: fino all’anno scorso, infatti, ciascun lavoratore ha lasciato all’azienda circa 170 euro mensili, soldi che dovevano servire per il rilancio della fabbrica. «Abbiamo lasciato 5 milioni di euro a questa azienda. È più che sufficiente per essere arrabbiati», dicono.

«Il clima in azienda è di altissima preoccupazione», commenta la rsu Stefano Da Canal, «dopo tanti anni di lotta e il piano di ristrutturazione che era stato presentato, pensavamo di poter vivere in tranquillità, invece siamo di nuovo punto e a capo. Il fatto è che con questa azienda non si può mai stare sereni. Se si delocalizza, 500 famiglie restano senza lavoro, un disastro per Borgo Valbelluna, che deve fare i conti con la crisi di Acc, ma anche per la provincia, se pensiamo ai problemi di Safilo». «Quello che faremo da qui in avanti», conclude Da Canal, «è far capire all’azienda che noi ci siamo e vogliamo lavorare. Lo sciopero di venerdì è solo l’inizio».

Ideal Standard di Trichiana, sciopero e battaglia legale

«Siamo preoccupati», commenta Paolo Cortina,da 34 anni in Ideal Standard, «la voce su una possibile delocalizzazione girava da qualche giorno e noi non sappiamo cosa fare. Temiamo per le nostre famiglie». «Quello che notiamo», aggiunge Dario Canton, 55 anni e dal 1987 all’ex Ceramica Dolomite, «è la poca trasparenza dell’azienda, che vuole dismettere questo stabilimento per andare in Paese in via di sviluppo. Il problema è che, visto quanto accaduto qualche anno fa a Roccasecca, l’azienda è solita agire in questo modo: fanno pensare che la fabbrica abbia un futuro visti i volumi produttivi, ma poco dopo la chiudono. In Lazio i colleghi sono stati mandati a casa nel giro di due giorni. Ma noi non molliamo».

Per Canton la situazione si fa critica: «Mi sono guardato in giro, ma non ci sono grandi possibilità per chi ha una specializzazione di anni in un settore e in questo momento non possiamo neanche considerare la prospettiva di andare all’estero. Io ho i genitori anziani da seguire, non posso mica lasciarli da soli. Io non ho debiti e sto bene, ma molti colleghi hanno mutui da pagare». —



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