Gli impianti di risalita sono allo stremo, l'Anef sollecita i ristori

Ancora incerta la data del provvedimento. Si chiede che vengano confermati gli accordi con il governo Conte e la cifra di 400 milioni

BELLUNO.Troppa pazienza, da parte degli impiantisti. «È urgente attivare idonee misure di indennizzo per il danno subito dalle società funiviarie a favore della sicurezza e della salute di tutti i cittadini», scende in campo Valeria Ghezzi, presidente nazionale dell’Anef, di fronte all’ipotesi di un nuovo rinvio. «Tali misure dovrebbero essere rapide, dirette ed erogate sotto forma di capitale immediatamente utilizzabile (non altre forme quali il credito d’imposta o l’incentivo all’investimento), perché molti operatori, dopo 12 mesi senza ricavi, soffrono una tremenda crisi di liquidità, non sono più in grado di ricorrere al credito bancario e iniziano a non avere la possibilità di fare fronte nemmeno alle spese correnti. Dovrebbero ammontare a 400 milioni i ristori o gli indennizzi che già il precedente governo, il Conte2, aveva considerato per il settore, dopo una serrata trattativa con Anef».

Gli impianti si aspettavano già questa settimana un riscontro.


«Ora che il Governo ha completato le procedure di insediamento, la nostra associazione conferma la propria totale disponibilità a collaborare e chiede di agire con urgenza e tempestività, riprendendo il lavoro già fatto, così da garantire a tutti gli operatori della montagna il giusto indennizzo, più volte promesso».

Con il Mef del Conte2 che cosa avevate maturato?

«L’intenso confronto con il governo Conte sulle misure di indennizzo ha portato a individuare come ragionevole l’applicazione anche in Italia del modello studiato in Francia e già notificato alla Commissione Europea. Un modello che, partendo dai limiti imposti dal “Temporary Framework”, garantisce tempestività nell’intervento e tutela degli interessi dello Stato, in quanto offre il vantaggio di consentire una definizione rapida e sicura dell’entità dell’indennizzo di spettanza ad ogni impresa, pur nel rispetto di tutte le necessarie procedure di controllo e di verifica dei requisiti dei singoli richiedenti».

Avete chiesto i ristori sulla base di precise indagini, alle quali hanno partecipato più di 170 aziende associate. Il risultato?

«Abbiamo operato una riclassificazione analitica dei nostri bilanci, allo scopo di far emergere in modo puntuale sia il valore della produzione (valore medio in un anno normale rispetto al dato 2020/2021), sia l’incidenza dei costi, considerati in ogni singola voce e suddivisi tra fissi, semi-fissi e variabili. È emerso che il comparto presenta delle peculiarità che lo differenziano da tutti gli altri settori industriali del Paese, in quanto concentra quasi il 90% degli incassi annuali in soli 4 mesi e, al contempo, deve confrontarsi con costi fissi estremamente rigidi, tanto che i costi incomprimibili, in quasi tutte le aziende, superano abbondantemente il 70% del fatturato».

Dovrebbero arrivarvi 400 milioni. I ristori però sono in grave ritardo. Invece sono urgenti, perché?

«L’urgenza è motivata dal fatto che non può essere sottovalutato, oltre al rischio di chiusura di molte società, il probabile blocco degli investimenti in nuovi impianti e tecnologie, solitamente realizzati nel periodo estivo (150 milioni di euro a livello nazionale nel solo 2020) con conseguente perdita di competitività rispetto ai concorrenti stranieri e, cosa ancora più grave, la riduzione degli effetti da “moltiplicatore economico” garantiti all’indotto, cioè a tutte le imprese edili, agli artigiani e alle innumerevoli figure professionali coinvolte nella realizzazione di ogni progetto».

L’Anef è preoccupata anche della sorte dei 10 mila collaboratori che si trovano in condizioni di precarietà da un anno.

«Non può essere ignorata anche la situazione dei lavoratori: sia fissi, circa il 35-40% del totale, per i quali sarà necessario prevedere il prolungamento della cassa integrazione, ma soprattutto dei 10.000 lavoratori stagionali che diventano 90.000 se valutiamo l’indotto. Attualmente tutte queste persone, per lo più residenti nelle vallate di montagna, risultano prive di qualsiasi ammortizzatore sociale o altra forma di sostegno al reddito. Dare un segnale di speranza a queste famiglie, per evitare una grave crisi sociale e la perdita di importanti competenze professionali maturate in molti anni di attività (macchinisti, piloti dei mezzi battipista, tecnici degli impianti di innevamento programmato, soccorritori, ecc.) è una priorità assoluta». —



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