I ristoranti bellunesi fanno il pieno nell’ultima giornata di libertà

I clienti della Birreria Pedavena all’aperto

I titolari sono molto preoccupati per le nuove limitazioni che scattano dall’8 marzo. Qualcuno torna ad aggrapparsi all’asporto e c’è chi teme una Pasqua in lockdown 

BELLUNO. La voglia di stare all’aperto, in una giornata quasi primaverile, ha avuto la meglio sulla paura della terza ondata Covid. In molti si sono organizzati per passare una domenica diversa tenuto che da oggi 8 marzo scatta di nuovo l’arancione con tutte le restrizioni del caso.

C’è chi ha deciso di concedersi, forse, l’ultima passeggiata sulla neve, chi ha preferito ritrovarsi con gli amici per l’aperitivo o chi ha scelto di mangiare al ristorante. Così, bar e ristoranti hanno fatto registrare il tutto esaurito. Avere tutti i tavoli occupati aiuta sicuramente ad indorare la pillola, ma il retrogusto amaro si fa spazio nei palati dei ristoratori.


«Già la mattina di venerdì 5 abbiamo dovuto chiudere le prenotazioni», parola di Lionello Gorza, proprietario della Birreria Pedavena. Esauriti tutti i quattrocento coperti disponibili. «Da domani la storia cambia. Non potendo aprire al pubblico ci siamo organizzati per fare il servizio mensa agli operai convenzionati e qualcosa d’asporto».

Non tutti fanno registrare il tutto esaurito, ma il trend positivo dell’ultimo mese viene confermato. È il caso del ristorante “de Gusto Dolomiti”. «Ora un pensiero va sicuramente alla Pasqua», dicono dal locale di Sagrogna. «Non sapere il colore della nostra Regione non ci permette di organizzare un menù take away oppure qualcosa di più strutturato da fare qui. L’unica cosa certa è che non è possibile fare entrambe la cose».

L’incertezza regna sovrana tra gli addetti ai lavori e l’imprevedibilità dei Dpcm fa scendere lo sconforto. Così c’è anche chi decide tenere chiuso fino a nuovo ordine. È il caso dell’agriturismo “La Pausa” a Pieve di Cadore. «Noi nasciamo come azienda agricola», dice la titolare, «e, proprio per questo motivo, nei prossimi giorni ci dedicheremo alla produzione dei nostri prodotti tipici. Per quanto riguarda il menù d’asporto lascio stare. Mi manca una cucina strutturata per assicurare un servizio simile e, poi, c’è poco da fare, i nostri prodotti non nascono per essere mangiati dopo essere stati riscaldati a casa».

Oltre a tutte queste difficoltà c’è anche chi deve convivere con i problemi legati alla location. Infatti, i gestori della trattoria “Il Moretto” devono adeguarsi alla struttura del locale. «Noi, nel bene o nel male, riusciamo a riempire il locale», dicono da via Pietro Valeriano, «quasi ogni fine settimana. Bisogna, però, dire che i nostri posti a sedere sono limitati. Il cambio di colore, da giallo ad arancione, arriva proprio nel momento in cui il lavoro stava riprendendo quota. Il sentimento che prevale è quello della rassegnazione».

Lo stesso sentimento è di casa anche a San Gregorio nelle Alpi, con più precisione alla locanda “Baita a L’Arte”. I titolari dicono che far registrare un vero e proprio boom di presenze è impossibile. Al contrario, se si dovessero contare le telefonate sarebbe tutta un’altra storia. «La situazione attuale non ci permette di sfruttare al massimo la conformazione della nostra struttura. Garantire il giusto distanziamento tra le persone è un obbligo. Ne va della nostra professionalità, ma soprattutto della sicurezza dei nostri ospiti».

Il Coronavirus non si lascia dimenticare mai, neanche sul lavoro. La situazione è drammatica, però ai proprietari di bar e ristoranti viene chiesto, per l’ennesima volta, uno sforzo immenso. La voce è unanime. L’appello lanciato ha un unico destinatario: il nuovo Governo. Il desiderio è che i ristori, per tutte le attività costrette a fermarsi, siano immediati. Solo così si può pensare a serrande abbassate per qualche giorno o qualche settimana e non per sempre. —

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