Riaprono i negozi del settore moda: «Uno ogni cinque è a rischio chiusura»

Il presidente Zampieri: «Costi fissi più alti dei ristori. Chiediamo soltanto di poter lavorare, ora basta zone rosse»

BELLUNO

Sospiro di sollievo, i negozi del sistema moda dal 7 aprile saranno di nuovo aperti. «Lei crede che ci sia motivo di sospirare? Apparentemente sì, ma temiamo – questa la verità – che almeno il 15% dei nostri esercizi, e fino al 25% non sia assolutamente in grado di ripresentarsi sulla scena». Chi parla è Vittorio Zampieri, il presidente della federazione Moda della provincia di Belluno, aderente a Confcommercio. Si tratta di una federazione perché i negozi che riapriranno, dopo la parentesi in rosso, saranno non solo quelli dell’abbigliamento, ma anche degli occhiali, degli orologi, insomma di tutto ciò che fa moda.


Sono 500, in provincia, le attività del settore, per cui, se dovessero verificarsi le amare previsioni di Zampieri, il disastro si paleserebbe in tutta la sua gravità; un esercizio chiuso ogni cinque, se non addirittura ogni quattro, significherebbe la desertificazione commerciale di tante valli.

«La verità è molto semplice», spiega Zampieri, «siamo fermi da più di un anno e tanti colleghi non hanno più la forza di ricominciare; anzi, hanno chiuso perché coperte dai debiti, dalle spese che comunque continuavano a dover (non) pagare, ancorché l’attività fosse ferma a seguito del lockdown».

Entro aprile, al più tardi in maggio, arriveranno i ristori, pardon i sostegni. «Cosa? 3700 euro al massimo? Che cosa ce ne facciamo? I costi fissi sono ben superiori a questa “una tantum”. Si pensi solo all’affitto, oppure all’energia, o ancora al riscaldamento. Per noi era importante solo poter lavorare. Adesso finalmente riapriamo, speriamo per sempre. Ma secondo le stime del nostro centro Studi ci vorranno almeno 3 anni, forse 4, per ritornare ai livelli di pre-pandemia».

Secondo Zampieri si pone la necessità di fare i conti con difficoltà che derivano dagli acquisti on line, aumentati per certi prodotti fino al 150% negli ultimi due anni, come testimonia la Camera di Commercio. «Per fortuna, le ripetute chiusure, che hanno influito sulla mobilità, hanno condotto», ammette il presidente di Federmoda, «alla riscoperta del negozio di vicinato. Anche del negozio di abbigliamento che, quindi, nei brevi periodi di attività ha registrato qualche presenza in più».

Anche perché tante volte, accanto all’abbigliamento si vende altra mercanzia, specie se in vallata i negozi di servizio popolare si contano sulle dita di una mano. Ma sono proprio queste “agenzie sociali”, o meglio di socializzazione, che è indispensabile mantenere a presidio del territorio. Mors tua vita mea, sostiene un doloroso detto latino. E già da martedì si potrà constatare quanto sia vero. «Anche in provincia saremo in presenza di una medaglia, con due facce: gli esercizi costretti a chiudere, quelli riaperti ancora più forti, per il venir meno della concorrenza. Quindi dalla crisi si ricaverà anche un’opportunità. Ma per quanti?».

Una speranza tuttavia esiste. Se ne fa portavoce Zampieri: «In questi mesi la nostra gente è stata costretta a risparmiare, è da un anno che non spende più proprio nell’abbigliamento. Avremo modo di constatare, già dal 7 aprile, se gli prenderà la voglia di non accontentarsi del vecchio paio di blue jeans. Questa è la nostra speranza». —



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