Belluno, sette giorni tra compiti e interrogazioni: inizia il tour de force per le classi superiori

Il ritorno tra i banchi per il 50% degli adolescenti bellunesi:  «I prof approfittano della presenza per le tradizionali verifiche»

La ripartenza



Felici, stanchi e disorientati. Però, con una grande voglia di normalità. Ieri più di 18.500 ragazzi sono tornati a scuola. Erano a casa da tre settimane. I ragazzi, dalla scuola materna alle scuole medie, sono tornati in classe senza troppe restrizioni. Gli alunni delle superiori, invece, potranno frequentare solo al 50%.

Dopo giornate intere di deserto, o quasi, il piazzale della stazione è stato preso d’assalto. Si fa per dire. I ragazzi più grandi, i più assidui frequentatori dei mezzi di trasporto, hanno infatti ripreso solo a metà. Impossibile vedere il classico tsunami di studenti correre tra scuole e la stazione delle corriere.

Nei mesi scorsi, dopo il rientro in classe da tre mesi di Dad, tutti, o quasi, avevano bocciato la scuola online. Oggi in molti hanno cambiato idea. Anche se i più amano la scuola tradizionale, fatta di banco e cattedra.

Davide Peron, al primo anno del Liceo scientifico Galilei, non ha dubbi: «Piuttosto che andare a scuola a giorni alternati è meglio decidere di fare scuola solo online», dice Davide. «Perché i giorni in cui saremo in presenza saranno dedicati ai compiti e alle verifiche. La sfida più importante sarà quella di organizzarsi al meglio, anche se sarà dura». Sulla stessa linea d’onda c’è anche Antonio Balzan, al quarto anno dell’Iti Segato: «In questo modo si va a penalizzare la vera didattica e il rapporto umano che un alunno riesce a instaurare con il professore, per quanto possibile. Infatti già da domani (oggi per chi legge, ndr) inizieranno i compiti in classe; uno dietro all’altro, senza un attimo di tregua».

Tra i ragazzi c’è anche chi non trova delle differenze così lampanti tra la scuola digitale e “reale”. Di sicuro un anno passato davanti a uno schermo ha permesso, sia ai professori che ai ragazzi, di affinare e scoprire le potenzialità delle tecnologia: «La didattica a distanza è uguale a quella in presenza», dice Veronica Festini, che frequenta il terzo anno dell’istituto Catullo. «È un’affermazione forte, ne sono consapevole, ma entrambe le modalità hanno dei pro e dei contro. Abbiamo scoperto che il digitale non è adatto alle verifiche. Inutile girarci troppo attorno. Però, se un professore deve spiegare, è la stessa identica cosa. Chi abita lontano, da un anno a questa parte, ha iniziato a capire cosa vuol dire risparmiare il tempo che di solito doveva dedicare agli spostamenti».

Tra i tanti c’è anche chi spera di non tornare più a fare didattica a distanza. «La scuola in presenza», sono le parole di Marco Canova, del Liceo scientifico Leonardo Da Vinci, «è molto più umana. Si riescono a recuperare tutti quei rapporti che nell’ultimo anno si sono persi. Poter scambiare due battute con l’amico di sempre, senza troppi problemi, è una cosa ormai lontana». Stessa idea per il compagno di classe, Giuseppe Faraon: «A scuola ci sono delle regole ferree da rispettare e la ritengo un posto sicuro, come i mezzi di trasporto. Non vedo perché noi ragazzi dobbiamo rinunciare alla scuola in presenza».

Andrea Gashi, al primo anno del liceo Galilei, definisce la scuola in presenza più divertente: «Perché, in aula, c’è più interazione e l’ambiente è sicuramente meno freddo e sterile. I professori di alcune materie possono permettersi di intavolare anche un breve confronto tra alunni; a distanza sarebbe impossibile».

«Dai, ridere e scherzare tutti insieme a ricreazione non ha prezzo. La Dad è stata una “bella esperienza”, ma ora basta. Spero di non tornare indietro». Conclude così Davide Candeago, alunno al secondo anno del Iti Segato di Belluno. —





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