Nuovi rialzi nel 2022 per acciaio e plastica: «Questo è il Covid della manifattura»

Parla Gianclaudio Torlizzi, consulente di numerose imprese bellunesi. Giovedì parlerà della crisi dei rifornimenti agli associati di Confindustria 

BELLUNO

«Al momento il settore delle materie prime sta vivendo quella che io chiamo il Covid della manifattura». Chi parla é Gianclaudio Torlizzi, moraging director T-Commodity, consulente di numerose imprese bellunesi, chiamato da Confindustria Dolomiti a fare il punto, giovedì prossimo, sulla crisi dei rifornimenti e dei prezzi. Un problema che coinvolge, direttamente o indirettamente, circa 500 attività della provincia.


Il problema, dunque, non è solo quello dell’arrivo della materia prima con il contagocce? C’è di più?

«Siamo in presenza di un’accoppiata di forte accelerazione della crescita cinese, unita al rallentamento produttivo che si è verificato nel 2020, proprio per effetto della pandemia. Fatto che ha posto le basi di un forte rialzo delle materie prime, perché sul fronte dei consumi la Cina gioca il ruolo del leone».

Il tema, quindi, è contingente soltanto all’apparenza?

«Alcune dinamiche sono globali e sono destinate a durare almeno 2-3 anni».

Le imprese si attendono dalla politica, o meglio dai governi, precisi interventi. Quali sono effettivamente possibili?



«La carenza dell’offerta di acciaio è aggravata da due elementi. Il primo sono le misure di salvaguardia europee che vennero varate quando il mercato degli acciai era in una condizione opposta e cioè i prezzi continuavano a scendere e quindi i produttori fecero pressioni a Bruxelles affinché venissero implementate delle soglie all’import extra-europeo per proteggersi dall’inondazione di prodotti asiatici e turchi. Oggi, però, siamo in una condizione completamente diversa. Sarà importante capire che cosa la Commissione deciderà nelle prossime settimane, dato che dovrà decidere se estendere queste norme che scadono a fine giugno oppure no».

Gli altri interventi possibili?

«C’è l’annoso problema dell’Ilva che non contribuisce a rasserenare il clima perché ha dimezzato la produzione, passando da 6 milioni a 3, 5 milioni e mezzo di tonnellate annue prodotte».

Nei prossimi mesi, dunque, che cosa accadrà, anche qui in provincia?

«Nella seconda parte di quest’anno è probabile attendersi un consolidamento verso il basso dei prezzi che, dopo essere cresciuti negli ultimi 12 mesi, presentano al momento segnali di stanchezza e dovrebbero cedere il posto a una fase di raffreddamento. Sarà quello il momento in cui bisognerà intervenire, bloccando i prezzi di fornitura, perché poi avremo un 2022 in generale rialzo dei prezzi».

Esemplifichi questi aumenti.

«Il laminato a caldo, l’acciaio per esempio è passato da 380 euro a tonnellata a 900 a tonnellata. Oppure il rame è salito da 4.500 dollari a tonnellata a 9.600 dollari. E poi c’è la plastica».

In provincia quali industrie utilizzano queste materie prime?

«Tutte quelle che sono attive nella refrigerazione e tutto il metalmeccanico è chiaramente impattato. Ma questa dinamica riguarda anche le materie prime alimentari, quelle agricole, il petrolio e quindi ha riflessi sui costi della bolletta energetica per le imprese, gas ed energia elettrica».

Ci sono occhialerie, ma anche altre industrie che pianificano la delocalizzazione di ritorno. Fanno bene?

«Per uscire da questa situazione bisogna fare due cose: è necessario certamente aumentare le produzioni più geograficamente vicine a noi, perché negli ultimi anni si è maturato il concetto che dal “just in time” si passa al “just in case”. Cosa significa questo? Significa che l’attrattività delle filiere lunghe extra-continentali inizia ad essere non così attraente per le imprese. Sicuramente il reshoring può avere un ruolo anche se poi è più facile a dirsi che a farsi, è un processo lungo. Il secondo ambito è allentare le soglie all’importazione, perché si predica tanto il libero mercato, ma non si capisce perché su alcuni settori siamo super protezionisti, soprattutto in una fase in cui non serve».

Non serve? E per quale motivo?

«Perché i prezzi sono alle stelle e non c’è quindi ragione di mantenere questa protezione in favore delle acciaierie dove l’Italia ha ormai un ruolo marginale». —


 

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