Revenge porn nel Bellunese: casi in forte crescita tra i giovanissimi. «Vanno denunciati»

La condivisione senza consenso di foto intime è sempre più diffusa. L’avvocato Riccitiello: «Nasce come gioco e può diventare un reato» 

L’analisi. Revenge porn: i casi ci sono e bisogna denunciarli. Senza vergogna. Ci sta lavorando più il Tribunale dei Minori che quello ordinario, tra parentesi. Quelli che emergono e arrivano nelle aule di giustizia, penale o civile, sarebbero solo il vertice di un fenomeno diffuso ormai quanto i telefonini in grado di scattare fotografie e girare filmati.

Non ci sono numeri ufficiali, nemmeno nelle associazioni, che si occupano anche di donne maltrattate o violentate, ma la sensazione degli operatori è quella. E da due anni a questa parte, può scattare il reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, mentre prima l’azione penale procedeva per diffamazione aggravata. Tutta un’altra fattispecie e pena ben più severa: da uno a sei anni e non più fino a un anno di reclusione.


Il revenge porn sembra viaggiare di pari passo con la tecnologia e i social. Finiti i tempi della polaroid, delle macchine da scrivere e delle conversazioni faccia a faccia: «Tutti hanno ormai uno smart phone», osserva l’avvocato bellunese Cristiana Riccitiello, «e molti sono in grado di usarlo con grande competenza. Bisogna tenere presente fino a dove si può arrivare. Capita di sentirsi chiedere una foto intima o di poter girare un video durante un rapporto sessuale, quello che conta è che poi rimanga in privato e non cominci a circolare senza consenso, creando i presupposti di un reato, che è stato creato per salvaguardare chi si fida e non dovrebbe farlo. Non c’è alcuna implicazione moralistica, tanto meno censoria, in quello che sto per dire: è chiaro che, se si accetta la richiesta, ci si può esporre al rischio del revenge porn, in particolare, quando la relazione finisce».

Le due vicende bellunesi riguardano persone maggiorenni e consenzienti, ma anche tra i giovanissimi girano fotografie e video, soprattutto di coetanee, ritratte senza veli o impegnate in atti sessuali: «Molto spesso i ragazzi lo considerano un gioco e non hanno la consapevolezza di commettere un delitto. Parlerei più di superficialità che di volontà di fare del male a qualcuno, ma poi i danni sono inevitabili e ci vuole chissà quanto tempo per sanarli. Un ruolo importante, oltre ai genitori, dovrebbero recitarlo le scuole».

Niente panico, quando si scopre di essere vittima di un revenge porn e vietato abbassare la testa, in preda alla vergogna. Per i minorenni, bisogna parlarne al più presto con i genitori, mentre i maggiorenni sono in grado di agire subito: «Occorre rivolgersi a un avvocato oppure a un’associazione apposita, in grado di consigliarne uno», continua Riccitiello, «ci vuole una querela, che riguarderà non solo il primo diffusore del materiale, ma anche tutti coloro, che lo condivideranno in un secondo momento, magari anche commentandolo. L’ipotesi di reato è quella prevista dall’articolo 612 ter del Codice Penale. Oltre alla pena, è prevista la multa da 5 a 15 mila euro».

Il fatto di rivolgersi a un legale di fiducia presuppone la costituzione di parte civile. Non solo il modo di partecipare attivamente al processo, ma anche di chiedere un risarcimento. La tentazione sarebbe quella di sostenere che il proprio corpo e la propria dignità non hanno prezzo, ma non funziona così: «La richiesta di risarcimento dipende anche da quanto girano le immagini o il video. Credo che una somma sensata possa oscillare fra i 20 e i 30 mila euro per ciascuno degli imputati, in un caso come l’ultimo che è emerso. Ci sono anche i danni morali da valutare, ma questi vengono stabiliti dal giudice in via equitativa, cioè secondo il prudente apprezzamento dello stesso magistrato, tenendo conto del suo giudizio, in relazione al caso concreto. Quello che conta è denunciare ciò che si ritiene di aver subito, naturalmente facendo grande attenzione, perché potrebbe anche rivelarsi un boomerang, se non si dice la verità». —


 

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