Cervi tosaerba negli alpeggi dolomitici, danni per gli allevatori

BELLUNO. La situazione è ormai critica in tutta la provincia. Da Alano al Comelico si assiste ad un alpeggio anticipato da parte di branchi di cervi a danno dei prati da sfalcio delle aziende agricole, quelle soprattutto collocate nei fondovalle. «Il primo taglio, soprattutto nella parte alta della provincia, rischia di essere compromesso», è l’allarme di Michele Nenz, vicedirettore della Coldiretti.

Gli ungulati, trovando neve in quota, scendono perfino nei paesi e nel borghi e si trasformano in temuti rasaerba nei prati delle imprese di allevamento o degli agricoltori che dispongono di qualche mucca per tradizione, a volte più che per le necessità alimentari della famiglia.


La perdita di un’azienda di media grandezza arriva al 30 per cento dell’approvvigionamento annuo di erba e, quindi, di fieno per l’inverno. Secondo le ultime denunce all’Avepa, per eventuali risarcimenti, si arriva anche a quantificare i danni in 10, addirittura 15 mila euro. Realtà di questa grandezza ce ne sono almeno una trentina tra Cortina e la Val Boite, nei territori Fodom, a Selva di Cadore e Falcade, dall’altra parte della montagna, in Comelico.

Ma questa non è l’unica conseguenza. La dominanza del cervo va a scapito del capriolo – rilevano alla Coldiretti – ma anche di altre specie faunistiche e pertanto riduce la biodiversità. Attualmente le popolazioni di cervo in provincia di Belluno è pari a 10.400 animali, i censimenti 2021 in corso di esecuzione indicano un incremento nonostante l’inverno molto nevoso.

Allevatori ed agricoltori sono costretti, fra l’altro, a costruire dei recinti per proteggersi, come è accaduto sull’altopiano del Cansiglio.

Ma non sempre è possibile. C’è chi ripiega sul risarcimento dalla Regione ma per dimostrare quanta erba ha perso deve creare un angolo protetto, quindi recintato, dove viene consentito alla vegetazione di fare il suo corso.

«Il danno da brucamento», specifica Nenz, «è di natura quantitativa ma anche qualitativa perché vengono mangiate, ovviamente, le essenze più pregiate lasciando all’agricoltore solo il foraggio peggiore. Le deiezioni dei selvatici inoltre vanno ad imbrattare il foraggio con problematiche importanti dal punto di vista igienico sanitario per malattie che negli animali domestici erano state debellate».

La perdita di foraggio sui pascoli primaverili e nelle malghe con l’inizio della monticazione ritardato in primavera comporta una riduzione delle produzioni di latte e conseguentemente di redditività delle aziende. Quanto alla bassa bellunese, in particolare alla Valbelluna, i danni più gravi si verificano soprattutto nel periodo estivo per i morsi sui campi di mais della Valbelluna con superfici intere rase al suolo dal calpestio o raccolti resi inutilizzabili per danneggiamento della pannocchia. E a proposito di morsi, sono massicci – ricorda ancora Nenz – quelli ai germogli e alla rinnovazione (abete, frassino, faggio, arbusti) con conseguenza grave di rinnovo naturale del bosco mancante, rallentato o inibito e modifica nella composizione delle specie arboree nel bosco di protezione e di produzione. —

Francesco Dal Mas

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