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La supplica della montagna bellunese: una data certa per la riapertura

Molti impianti dell’Alto bellunese pronti a ripartire: chiesta l’abolizione del contingentamento, giudicato troppo limitativo

ALTOBELLUNESE. I gestori degli impianti di risalita, fermi dall’estate scorsa e con le casse vuote perché non hanno ricevuto ancora i ristori per la chiusura invernale, chiedono al Governo di riaprire. E di farlo subito, cioè per fine maggio. Ovviamente mettendo a disposizione le linee guida, da parte del Comitato tecnico scientifico, senza le quali è impossibile operare.

«Servono certezze»

«Una data certa di riapertura ancora non c’è», precisano la presidente dell’associazione nazionale degli esercizi funiviari (Anef) Valeria Ghezzi e il presidente veneto, Renzo Minella, «noi saremmo pronti a riaprire anche subito, ma riteniamo che non si possa comunque andare oltre la fine di maggio». Aggiunge inoltre Minella: «Abbiamo consegnato un documento alle Regioni e alle Province autonome che lo inoltreranno, si spera quanto prima, al Governo. Ci auguriamo che il Consiglio dei ministri decida già lunedì almeno la data di avvio della nostra stagione estiva. Abbiamo bisogno di una data certa».

Pronti in tanti

Pronti (o quasi) a riaprire sono dai tre ai quattro impianti ogni 10, quindi almeno una trentina in Veneto, collocati soprattutto nell’alta provincia di Belluno: dalla seggiovia sul Nevegal a quelle del sistema Civetta, comprese ovviamente le telecabine. Ci si sta preparando alla ripartenza nel comprensorio di Falcade e San Pellegrino, con la seggiovia che sale al Laresei, la funivia del Col Margherita ed altri impianti. Tutto pronto anche ad Arabba, per l’ascesa a Porta vescovo, al Padon e, dall’altra parte, verso il Pordoi. In Val Pettorina è ai nastri di partenza la funivia della Marmolada; sul Falzarego l’impianto del Lagazuoi sarà il primo a riattivarsi. A Cortina è tutto un fermento: dalla Freccia del cielo al Faloria, fino alle Cinque Torri. Non vogliono essere da meno Misurina, Auronzo, il Comelico con Padola.

Le richieste

«Abbiamo chiesto che sia tolto, sia per l’estate e sia per il prossimo inverno, il contingentamento», fa sapere Minella. L’altro ieri si è riunita la Commissione turismo della Conferenza delle Regioni. «I rappresentanti delle Regioni e delle Province hanno messo in chiaro che va assolutamente cambiato il contingentamento delle persone che possono salire sugli impianti a fune. In inverno il 30% della portata oraria complessiva di tutti gli impianti dà un determinato risultato, mentre in estate, con il 60-70% degli impianti in meno aperti, questo vincolo è fortemente limitante. Proprio per questo è stata avanzata la richiesta di ristabilire la capienza massima del 50% per funivie e cabinovie e del 100% per le seggiovie».

Gli impegni

Gli impiantisti, dal canto loro, si impegnano ad adottare e a far severamente rispettare tutte le misure di sicurezza, dall’obbligo di indossare la mascherina al mantenimento della distanza di almeno un metro nelle aree comuni di attesa. E naturalmente anche la dotazione di igienizzanti in prossimità degli sportelli e degli accessi. Le cabine saranno ovviamente ventilate e disinfettate. «Aspettavamo con motivata ansia quest’intervento delle Regioni, perché in queste settimane», fa notare il presidente Anef del Veneto, «abbiamo visto riaprire cinema, teatri e ma non gli impianti, che sono gli ambienti all’aria aperta per eccellenza». C’è un problema di bilanci delle società, ma anche di lavoro. «Noi abbiamo un terzo dei collaboratori a tempo indeterminato e tutti gli altri stagionali», ricorda Minella, «riaprire gli impianti serve a ridare fiducia ad aziende che anche in questi giorni sono costrette a ricorrere a mutui e a garantire le professionalità per l’intero anno». Per quanto riguarda i ristori – in provincia sono attesi 40 milioni – bisognerà aspettare giugno. E, si badi, gli indennizzi riguardano soltanto la stagione 2020. 

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