Scatole di sardine per la fotocamera una tradizione portoghese in Alpago

La piccola ed efficiente macchinetta ha una bella storia alle spalle, che è anche quella di Silvia Vaccaro, trentenne, «mezza napoletana e mezza bellunese», laureata in biologia, che ha trascorso gli ultimi cinque anni a Lisbona in Portogallo

LA STORIA. Una macchina fotografica ricavata da una scatoletta di sardine. Perfettamente funzionante, semplice e nello stesso tempo complessa, frutto di manualità, ma anche di fantasia e creatività. Ma come è possibile? Lo hanno chiesto sbalorditi anche gli undici studenti della terza media di Tambre alla loro insegnante di matematica e scienze, Silvia Vaccaro.

È assolutamente possibile e soprattutto fattibile, è stata la risposta. «Ho ricevuto questa macchina fotografica speciale tre anni fa per il mio compleanno», racconta l’insegnante, «e da allora uso solo quella durante i viaggi e le vacanze per i miei reportage fotografici».

Via i cellulari, via le sempre più sofisticate macchine fotografie e largo alle sardine. La piccola ed efficiente macchinetta ha una bella storia alle spalle, che è anche quella di Silvia Vaccaro, trentenne, «mezza napoletana e mezza bellunese», laureata in biologia, che ha trascorso gli ultimi cinque anni a Lisbona in Portogallo, quattro anni come ricercatrice universitaria e uno come studentessa per prepararsi al suo lavoro attuale, quello di insegnante, che ha voluto dire anche il suo ritorno a Belluno: «Sono vissuta a Belluno fino ai 18 anni, poi l’università a Ferrara e quindi in Spagna e poi la decisione di fare un viaggio in Portogallo, dando anche una occhiata alle università e alle loro offerte di lavoro».

Un viaggio che è durato cinque anni: «Sono rientrata a Belluno il 5 gennaio 2017, il 6 mi hanno chiamato per un contratto di lavoro di ricerca in una delle facoltà di Medicina di Lisbona, sull’angiogenesi, cioè sullo sviluppo del sistema venoso nelle forme tumorali, per prevenire le metastasi».

Lavoro impegnativo e coinvolgente. Per distrarsi ecco l’impegno in una associazione culturale: «Mi piace l’aspetto sociale del tempo libero, credo nella condivisione e nella trasmissione del sapere. Spesso collaboravo con una associazione che si chiama Zona Franca, che svolgeva varie attività, con una laboratorio di serigrafia e una camera oscura. Questi laboratori sono stati organizzati da due ragazzi, uno di loro è Diego Cunha, brasiliano, inventore di questa macchina fotografica».

Tutto parte, per la macchinetta, dalle scatolette delle sardine, alimento che in Portogallo si consuma moltissimo: «Hanno una forma rettangolare, grande abbastanza per contenere i due rullini necessari al funzionamento».

Quando ha portato a scuola le scatolette e le ha consegnate ai ragazzi, per dare il via alla costruzione della macchina fotografica, queste erano ovviamente piene di sardine: «Alcuni ragazzi erano abbastanza schifati. Mi hanno detto: cosa ce ne facciamo? Gli ho risposto: ve le mangiate, non vorrete mica che lo faccia io».

Dopo tre giorni le hanno riportate vuote con relativi commenti: «Al gatto sono piaciute, ma anche alla nonna. Però sono uno schifo».

La macchina fotografica, realizzata giusto in tempo per la foto di gruppo dell’ultimo giorno di scuola a Tambre, da quando è stata inventata ha viaggiato parecchio: «In Portogallo abbiamo lavorato nelle periferie di Lisbona, con i ragazzi in difficoltà, o con i migranti nei centri di accoglienza. È stata anche presentata ad un festival di fotografia in Tunisia», continua Silvia.

E adesso è approdata a Belluno. Come è fatta la macchinetta? Prima di tutto c’è la scatola di sardine, a cui viene tolto il coperchio ma conservata la levetta di apertura, che serve per aprire l’obiettivo. Poi ci sono due tondini di legno che si incastrano nei rullini (due, uno vuoto e uno pieno) che vengono sistemati nella scatoletta e tenuti fermi da una struttura interna.

C’è il foro dell’obiettivo, dietro cui viene messa una carta da pescheria con un minuscolo forellino dove passa la luce che si imprime sulla pellicola. I ragazzi di Tambre hanno avuto solo tre settimane per realizzarla, le ultime dell’anno scolastico e quindi le cose sono state fatte in fretta, ma alla fine ci sono riusciti e l’hanno utilizzata: «Nella scuola c’è sempre meno manualità mentre invece questi progetti educativi sono importantissimi.

A Tambre è stato fatto negli anni un grandissimo lavoro, è una scuola meravigliosa. Mancava un progetto come questo, in cui tra l’altro i ragazzi imparano l’importanza del riuso».

Nella preparazione entrano anche altri bellunesi, come Luca Zanfron, fotografo, con cui Silvia si è messa in contatto per i rullini e che si è appassionato al progetto. Ma anche tre giovani, Antonio Dei Svaldi, Gianluca Scorrani e Nicola Vascellari che stanno completando il progetto di una ciclo officina, nel Distretto creativo di via Mezzaterra, che le hanno consentito di utilizzare i loro strumenti per preparare le macchinette. Il ritorno di Silvia Vaccaro da Lisbona a Belluno non è stata una necessità, ci tiene a sottolineare, ma una scelta. “Di mestiere non voglio fare la ricercatrice ma insegnare. Per ora sono precaria ovviamente, aspetto i concorsi che usciranno».

E per quanto riguarda la scatoletta di sardine – macchina fotografica? «Si va avanti, la visione è quella di portare il progetto negli ambienti più eterogenei, è un bel passatempo, non è una macchinetta usa e getta, basta semplicemente cambiare il rullino

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