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L’assalto vacanziero spauracchio in quota Le Dolomiti chiedono turismo sostenibile

I rifugisti: non siamo albergatori, i numeri del 2020 sono insostenibili. Una maschera per esorcizzare i rischi: spunta il custode Dolomeyes

BELLUNO. Ha del “mostruoso” l’assalto turistico alla montagna. Mentre Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, arriva a Palazzo Piloni, si materializza “Il mostro ‘Dolomeyes’ che richiama la figura dell’uomo selvatico (salvan). Va a sedersi alla sinistra di Roberto Padrin e il presidente della Provincia si scansa, quasi fosse colto da un attimo di paura. «L’effetto c’è» commenta, sorridendo, il regista Cristiano Perricone di “BrodoStudio”, l’agenzia di Udine ha ideato la campagna “Dolomeyes: paura a prima vista”, realizzata in collaborazione con le Associazioni dei Rifugisti e degli Alpinisti della Regione Dolomitica. «Ricordate l’estate 2020? Trenta per cento in più di presenze alle quote più alte» fa memoria Renato Frigo, presidente regionale del Cai. «C’è un limite oltre il quale strutturalmente non possiamo andare», ammette Mario Formentini, del Rifugio Città di Fiume e coordinatore regionale dei rifugi alpini. Ecco, le sentinelle delle Dolomiti – cioè tutti coloro che abbiamo citato – sono allarmati per ciò che potrebbe accadere nei fine settimana d’estate e in particolare ad agosto.

Il numero chiuso, dunque? «No – risponde Frigo -, tutti hanno la libertà di salire. Ma quando in cima al Falzarego piuttosto che al Giau i parcheggi programmati e numerati si completano; quando accade altrettanto al Tre Croci dove inizia il sentiero per il Sorapis o al Pordoi… si fa come a Misurina: si chiude la strada delle Tre Cime alle auto e si sale in pullman o a piedi». Il contingentamento, dunque, anche se non è il classico numero chiuso.

Ma, numeri a parte, in montagna bisogna salire con maggiore consapevolezza. «Vogliamo renderci conto o no che, ad esempio, di acqua ce n’è poca e in rifugio non si può fare la doccia sia la sera che al mattino quando ci si sveglia?» sbotta Padrin raccogliendo il disagio dei rifugisti, anche nella sua veste di componente del cda della Fondazione. «Gli ospiti sono graditissimi, non devono aver paura del mostro Dolomeyes, però – insiste Padrin – sono tenuti al rispetto del fragile ambiente dolomitico e alla comprensione del ruolo dei gestori, che non possono essere costretti, come è accaduto l’anno scorso, a chiamare i carabinieri per mantenere l’ordine».

«Dolomeyes è il primo progetto con cui ho avuto modo di confrontarmi da neo direttrice. E’ un contenitore – spiega Nemela -, un laboratorio culturale entro cui stiamo muovendo oggi i primi passi, i cui contenuti continueremo a scriverli insieme ai professionisti della montagna». Cruda l’analisi di Fiorentini: «Spesso chi va in montagna non ne conosce la realtà e inconsapevolmente cerca il soddisfacimento di richieste che non possono essere eseguite, perché l’alta quota evidentemente non può offrire tutte le comodità e ritmi caratteristici della vita in città. Per questo è importante innescare un percorso di consapevolezza da parte di chi frequenta la montagna. Solo un visitatore consapevole non rischia di vedere disattese le proprie aspettative, bensì cerca e vive i ‘limiti’ imposti dall’ambiente montano come occasione di esperienza autentica e unica».

Per favorire questo cambiamento è fondamentale trasmettere in maniera chiara e semplice alcuni messaggi, condivide Frigo. «Una campagna di comunicazione come questa, colorata, fresca e innovativa nel linguaggio, affianca il grande lavoro di formazione ad una frequentazione responsabile della montagna che il Cai da decenni svolge sul territorio». Sarà difficile non essere raggiunti dai messaggi della campagna: video, social, web, tutorial, azioni sul territorio che vedranno protagonista il mostruoso “Dolomeyes” (gli occhi delle Dolomiti), un personaggio che rappresenta la paura che le abitudini e gli atteggiamenti poco rispettosi della montagna possano rovinare il delicato ecosistema delle Dolomiti. Il mostro ‘Dolomeyes’ è presente, da tempi immemorabili, nell’immaginario alpine. Ritorna, come spauracchio. Ma non sarà un pugno nello stomaco di chi, per ossigenarsi dopo i piccoli e grandi lockdown, va a respirare a pieni polmoni in quota? «Venga pure ad ossigenarsi, ma sappia – conclude Padrin – che non è al parco divertimenti». 

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