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Lavoro, assunzioni a raffica nelle fabbriche bellunesi. «Ma agli ingegneri il contratto multiservizi»

Mauro De Carli, segretario della Cgil, denuncia qualche stranezza di questa ripresa del manifatturiero in provincia

L’INTERVISTA

Boom di assunzioni alla vigilia dello sblocco dei licenziamenti. Addirittura 50 alla Vitec di Feltre che ha fatto rientrare la produzione di cavalletti in plastica dalla Cina; un investimento da 4 milioni. 30 alla Pandolfo di Lentiai e Feltre. E poi la Epta Costan di Limana, la Polaris di Sedico, la Hydro di Feltre, la Mitsubishi di Pieve d’Alpago, la Meccanostampi di Longarone.

«E non sono le sole» conferma Mauro De Carli, segretario della Cgil «Nel settore manifatturiero, in particolare nella meccanica, ci sono in media una decina di assunzioni per azienda».

Quindi nessuna paura dello sblocco dei licenziamenti?

«In provincia di Belluno, non ve ne sarebbe il motivo. A parte le situazioni delicate, per problemi pre-pandemia, alla Ideal Standard, alla Acc, alla Safilo, non ci sono crisi. Il problema, però, è che tante di queste assunzioni vengono fatte con contratti di somministrazione o comunque precari. Appunto qui sta il problema, forse chi vuole licenziare lo fa solo per sostituire lavoratori stabili con giovani precari».

Poi ci sono i servizi, dove addirittura non si troverebbe personale perché gli interessati preferirebbero…

«Il reddito di cittadinanza? Questa è una clamorosa “balla”. Ci sono alberghi che utilizzano appalti o contratti che limitano la paga a 1200 euro al mese, tutto compreso, 40 ore di straordinario obbligato, tredicesima e Tfr. È ovvio che un giovane, così retribuito, non voglia accettare questi lavori. Ma c’è di peggio. Ci sono aziende che assumono ingegneri col contratto “multiservizi”, 800 euro al mese. Ci sono altre aziende che esternalizzano i servizi di portineria e i contratti sono da 700 euro al mese per 50 ore di servizio la settimana».

Quindi?

«Se per lavorare prendo meno della disoccupazione e non riesco a fare il giro alle spese, significa che il lavoro è povero e produce solo altra povertà – lo dice l’Istat. Ancora un esempio? Nelle “Cooperative di fatto” si sfruttano lavoratrici e lavoratori dentro appalti che sono la riproposizione del cottimo. Eppure qualcuno alza la voce spiegando che il reddito di cittadinanza ruberebbe maestranze dove adesso ve ne sarebbe bisogno: forse non si sono accorti che chi è costretto a questa forma di sussidio, peraltro misura riconosciuta in tutta Europa, lo fa perché non riesce a vivere con decorosità pur avendo un lavoro. Circa la metà dei detentori del Rdc infatti possiede una minima forma di reddito da lavoro, ma è precario, discontinuo, con condizioni capestro».

È questo il futuro della ripresa che ci vogliono imporre? Ma ci sono perfino aziende pubbliche che, pure in provincia, garantiscono stipendi da fame?

«Sì, magari attraverso le esternalizzazioni. In una discussione con un datore di lavoro detentore di un appalto, in cui chiedevamo il pagamento delle ore effettivamente lavorate, anzichè il cottimo, mi venne risposto che la ditta non faceva “assistenza gratuita”. Quei lavoratori con una paga di 600 euro al mese forfait dovevano anche mettere a disposizione la propria auto e la benzina per lavorare 8 ore al giorno, per consegnare avvisi e lettere. Non per recarsi al lavoro ma proprio per lavorare».

Da qui la protesta. Domani sarete, quindi, anche voi a Torino per la protesta di Cgil, Cisl e Uil?

«La ripresa non può essere precarietà, appalti al massimo ribasso, povertà e infortuni. Da Belluno sono pronti due pullman ed è palese la voglia di far decidere anche il sindacato: ritorniamo in piazza».

Confronto a tutto campo, dunque, con le associazioni imprenditoriali?

«È evidente che anziché arroccarsi sul ritorno ai licenziamenti, le associazioni imprenditoriali dovrebbero accettare un confronto con i sindacati su questi temi. Su come, cioè, pagare dignitosamente il lavoro dei propri collaboratori, su quali politiche industriali programmare per il futuro. Sia chiaro, in ogni caso, che non accetteremo neppure un licenziamento se prima non si ricorrerà a tutti i possibili ammortizzatori sociali ». 

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