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Un agri rifugio sulle Dolomiti: Al San Marco è tutto a km0

Tania Ossi e il marito Edy Pompanin offriranno solo prodotti dei loro orti e delle malghe vicine. «L’escursionista quando si siede a tavola va guidato: non può chiedere fragole a settembre»

SAN VITO. Il primo agri-rifugio delle Dolomiti. È lo storico “San Marco”, a quota1823 metri, sul Col de Chi da os, in comune di San Vito, in faccia all’Antelao. Lo conduce Tania Ossi, in collaborazione con suo marito Edy Pompanin. La coppia ha casa a San Vito, e nelle vicinanze ha pure un orto. «Ne abbiamo coltivati altri tre», raccontano Tania ed Edy, «uno per le verdure, un altro per le patate, il terzo per i fagioli, il quarto per il mais». Il mais ai piedi dell’Antelao?«Sì, per farci la farina che l’anno prossimo utilizzeremo in rifugio per la polenta. Sarà una tipicità tutta nostra».

Tania ed Edy guardano lontano

In questi primi giorni di apertura (l’altro ieri sono arrivati i primi alpinisti dal Sorapis, superando muri di neve), Tania propone – molto apprezzata – la prima insalata del suo primo orto. Una volta esaurita, farà crescere i cappucci, e a proseguire, le verdure di stagione.

«È evidente che i nostri ospiti non potranno pretendere tutte le verdure fuori stagione, né avanzare altre richieste particolari. In rifugio si rispetta la cultura della sobrietà alimentare, oltre che della naturalità stagionale». Ma la famiglia Ossi-Pompanin ha un altro piccolo sogno nel cassetto, quello di coltivare le erbe officinali, da lavorare poi in casa. E da offrire poi agli ospiti, in rifugio. Nel podere di famiglia crescono delle piante di mele. L’idea di Tania ed Edy è quella di moltiplicarle, magari anche di aggiungerne delle altre.

Un rifugio a km 0

L’intraprendenza è stata subito condivisa dalla Coldiretti provinciale. «L’auspicio è che molti rifugisti», rilancia Alessandro De Rocco, il presidente, «prendano esempio dal “San Marco” producendo direttamente una larga fetta se non tutto il cibo da consumare; oppure che acquistino dai coltivatori locali o, ancor meglio, dalla malga più vicina. Tutto, quindi, a km 0, valorizzando puntualmente il meglio che la provincia sa offrire sul piano alimentare».

Michele Nenz, vicedirettore della stessa organizzazione, spiega che iniziative come queste hanno di fatto un compito anche educativo: quello di coltivare il valore della stagionalità. «Il turista, e nella fattispecie l’escursionista, va guidato a capire che quando cresce l’insalata si mangia insalata, poi arrivano i cappucci e si consumano i cappucci, a seguire il radicchio e via esemplificando. Chiedere le fragole a settembre proprio no».

Troppo spesso, secondo i dirigenti della Coldiretti, nei ristoranti delle Dolomiti e finanche nei rifugi, si scimmiottano tradizioni culturali dell’Alto Adige. «Abbiamo nostri menù di tutto rispetto. Perché non valorizzarli? Perché», solletica ancora Nenz, «bere Coca cola, anziché acqua e sambuco, birra delle Dolomiti, vini e grappa nostrani?».

Progetti

Per il prossimo anno la famiglia Ossi-Pompanin ha in progetto anche di farsi le marmellate e il miele. Un’altra idea – propone Nenz – che gli altri rifugi possono far propria. Secondo Tania ed Edy le opportunità ci sono tutte per introdurre il km 0 anche alle quote più alte. «Proprio qui a San Vito», riferiscono, «ci sono numerosi giovani che hanno intrapreso la strada della coltivazione in proprio di numerosi prodotti tipici. È anche un atto di solidarietà avvalersi di queste loro offerte, valorizzandole al meglio attraverso i rifugi dove, addirittura, possiamo dire che viene apprezzata, con un supplemento di adesione, la cucina bellunese, quella cadorina in particolare».

Un’idea apprezzata

A Mario Formentini, presidente dell’associazione dei rifugisti del Veneto, l’idea non dispiace. Assicura che la approfondirà e ricorda che già alcuni rifugi si approvvigionano a km 0, ad esempio procurandosi latte di malga, quando nelle vicinanze c’è una stalla disponibile. Lo stesso vale per i formaggi. «È un contributo che vogliamo dare anche noi alla riscoperta ed al rilancio delle produzioni agricole locali» .

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