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Lago di Alleghe, da ferita a motore turistico. Reading musicale sulla frana di 250 anni fa

Sabato l’evento a Villa Paganini Ruspoli. Il sindaco: «C’è ancora tanto da imparare in materia di fragilità del territorio»

ALLEGHE. Ricordate l’orazione di Marco Paolini davanti alla diga del Vajont per far memoria dei morti e spronare i vivi a comportamenti virtuosi?

Qualcosa di analogo accadrà sabato prossimo, ad Alleghe, in riva al lago, precisamente a Villa Paganini Ruspoli. Il sindaco Danilo De Toni raccomanda la presenza, per meglio capire come questo lago è stato sì una ferita, ma è diventato anche un dono. «La ferita ed il dono» è infatti il titolo del reading musicale di e con Susanna Cro e la collaborazione di Diego De Pasqual e di Paolo Pellicciari.

Un appuntamento – alle ore 21 – come tanti altri? Nient’affatto. A 250 anni dall’enorme frana che si staccò dal monte Piz e travolse tre villaggi, mentre altri cinque vennero spazzati via dall’acqua dell’onda che si formò nel Cordevole, «abbiamo tutto da imparare» , ammonisce il sindaco. Quasi 30 milioni di metri cubi di materiale crearono una diga naturale nel corso del torrente. Il lago di Alleghe, appunto. Era l’11 gennaio 1771 e quel dissesto creò il lago di Alleghe.

Oggi, 250 anni dopo, il lago è ancora lì, attorno è sorto uno dei paesi alpini più belli del Bellunese, con attività turistiche e ricettive. Una seconda frana si verificò il mattino del 1° maggio, provocando la deviazione del corso del torrente Zunaia e altre tre vittime. Si creò quella penisola su cui sorge oggi villa Paganini, costruita nell’800.

Ma cosa c’è da imparare? «La consapevolezza, ancora una volta, di quanto sia fragile la creatura terra. Che va rispettata proprio perché fragile». Il sindaco precisa subito che ad Alleghe non è accaduto quanto avvenne sul Vajont, dove le responsabilità umane sono state evidenti ed anche rimarcate dalla giustizia. Le frane, in questo caso, sono state di carattere naturale. Ma molte sono le similitudini con il Vajont. Le fessure erano stato viste da tempo, ma nessuno immaginava le conseguenze di questa evidenza. Certo le piogge intense dell’autunno 1770 e il gelo invernale (fenomeni documentati dagli annali dell’epoca) devono essere stati tra i fenomeni scatenanti.

La frana dell’11 gennaio 1771 si verificò di notte, attorno alle 23. La massa di detriti seppellì i tre villaggi del fondovalle (Riete, Marin e Fusine), provocando 49 vittime e decine di sfollati. L’acqua del Cordevole sommerse altri cinque abitati. Ricordate il Piave, dopo quella notte del 9 ottobre 1963? I detriti, nel caso di Alleghe, occuparono il greto del Cordevole per una lunghezza di 1.200 metri e un’altezza di oltre 150 metri. Quel tragico evento cambiò la geografia della valle, la sua identità. A Caprile si fondeva il ferro che si estraeva dalle miniere del Fursil. Chiusero le fonderie perché il lago inghiottì il villaggio di Fusine, dove il ferro veniva forgiato per l’armamento della Serenissima Repubblica di Venezia. «Da quella disgrazia è nato (ecco il dono) un paesaggio unico, un lago tra i più belli dell’arco alpino – commenta De Toni – e che ci viene persino copiato per la promozione dei propri prodotti».

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