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Cresce il numero delle famiglie bellunesi povere. I sindacati: servono più servizi e aiuti

In provincia dal 2019 al 2020 le famiglie in povertà assoluta (che non hanno cioè i soldi per acquistare i beni di prima necessità) sono passate dal 6% al 7,1%, mentre quelle in povertà relativa (misurata su beni di consumo non necessari) sono salite dal 6,6% a 8,2%

BELLUNO. È allarme povertà in provincia di Belluno. A lanciarlo sono i sindacati dei pensionati e delle segreterie generali al termine della contrattazione sociale. Ad aggravare una situazione già purtroppo presente nel territorio, «è stata la pandemia che ha contribuito anche ad aumentare l’isolamento tra i giovani, a mettere in crisi le casse dei comuni e a evidenziare altre criticità tipiche del territorio bellunese come la povertà digitale e infrastrutturale», esordisce Michele Ferraro della Uil. Questi problemi si aggiungono a quelli dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione.

Nei primi sei mesi dell’anno sono stati 14 i comuni contattati dai sindacati sui 61 totali. Si tratta di Belluno, Agordo, Feltre, Danta, Ponte nelle Alpi, Pieve di Cadore, Comelico Superiore, Rocca Pietore, Livinallongo, La Valle agordina, Falcade, Taibon, San Vito e Domegge. Realtà che rappresentano il 75% della popolazione.

Il nuovo povero è chi ha redditi bassi, magari separato con mutuo a carico, che non ha particolari competenze e che fatica a raggiungere il reinserimento lavorativo e sociale. Ma anche donne sole i cui redditi sono più bassi di quelli degli uomini. In provincia dal 2019 al 2020 le famiglie in povertà assoluta (che non hanno cioè i soldi per acquistare i beni di prima necessità) sono passate dal 6% al 7,1%, mentre quelle in povertà relativa (misurata su beni di consumo non necessari) sono salite dal 6,6% a 8,2%. Dati in linea con quelli del Nord Italia. «Sono dati in crescita», evidenzia Rudy Roffarè della segreteria Cisl, «che vanno ad aggiungersi ad altre povertà come quella educativa, abitativa, tecnologica esplosa durante la pandemia e la povertà infrastrutturale che ha portato ad accentuare l’isolamento delle persone». Di fronte a questa situazione ai comuni è stato chiesto di diminuire alcune tariffe come il pasto a domicilio e portando la soglia per l’esenzione per il servizio di assistenza domiciliare a 9.360 euro annui, somma che definisce la soglia di povertà. «Bisogna potenziare i servizi sociali, ma anche pensare a una politica abitativa diversa», dice Maria Rita Gentilin dello spi Cgil.

L’emergenza anziani e casa

«A breve una delle emergenze sarà quella abitativa: sempre più persone non riescono a far fronte ai costi di una casa o di un appartamento e chiedono di poter dividere le spese con qualcuno. Abbiamo quindi chiesto di pensare anche a forme di co- housing per gli autosufficienti riutilizzando gli edifici comunali ristrutturati», dichiara Mauro De Carli della Cgil. «In questo modo si supera il problema sia dei costi dell’alloggio sia della solitudine». «I comuni devono guardare con attenzione alle famiglie composte da un solo anziano non supportate da una rete familiare adeguata. Infatti, secondo una proiezione, da qui al 2030 aumenteranno del 18,28% gli over 65, mentre diminuiranno del 18,87 % i quattordicenni. Un divario che renderà difficile il ricambio generazionale mettendo in forse la tenuta sociale», precisa Gentilin evidenziando che «se nel 1992 avevamo 28,28 persone tra i 50 e 74 anni che potevano prendersi cura di un ultra 85enne, ora sono solo 8,8. Bisogna quindi potenziare i servizi sociali aumentando le ore da dedicare agli anziani».

Comuni in crisi

Ma anche i comuni sono in grave difficoltà finanziaria. Gli avanzi di amministrazione sono passati dagli oltre 36 milioni di euro del 2019 a meno di 30 milioni nel 2020. Per cui molti non se la sentono di investire in sgravi fiscali in questo momento, attendendo di agganciare le risorse legate al Pnrr. Soltanto però Pieve di Cadore, quest’anno ha deciso di portare l’esenzione dall’addizionale Irpef a 15 mila euro di reddito. «Stiamo spingendo affinché sia la Provincia a fare da stazione appaltante per gli appalti e si evitino i massimi ribassi che mettono in difficoltà le ditte e i lavoratori. Abbiamo spinto anche sull’affidamento diretto per dare lavoro alle nostre ditte. Stiamo pensando all’introduzione di cooperative di comunità per gestire piccoli lavori anche questo in ottica di contrasto alla povertà».Per Maurizio Cappellin della Fnp Cisl «un mezzo per superare i gap finanziari dei comuni specie i più piccoli resta la fusione».

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