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Campo base Vallada: la guida ambientale con zaino leggerissimo arriva fino in Lapponia

Robin e Sara hanno messo su casa e orto lontano dalla loro Vicenza. «La città ci stava stretta, lì anche i condomini sono degli estranei»

LA STORIA. La peronospora e i ferretti hanno mandato in malora le patate. Acqua e sapone di Marsiglia sono invece riusciti a salvare i fagioli che avevano preso i pidocchi e che ora penzolano placidi sulla pianta. Per il resto fragole, pomodori, zucchine, insalata si sono trovati a loro agio nello spazio che Sara Nitti, 33 anni, e Robin Targon, 34, hanno dissodato a Celat di Vallada Agordina affinché diventasse il loro primo orto. Se tale lavoro rappresenta la volontà dei due giovani vicentini di mettere radici qui a due passi dalla provinciale del Passo San Pellegrino, lo dirà il tempo. Intanto, un anno e un mese dopo l’approdo in Agordino, possono festeggiare il loro “giorno del ringraziamento” per una scelta maturata piano piano e accelerata dal Covid e che non ha portato in dote solo ortaggi.

È Sara a parlare. «Era da un po’ che meditavamo di lasciare la città – dice – È vero, abitavamo in un quartiere carino nel centro di Vicenza, ma sempre città era e ci andava stretta: troppo cemento e assenza del senso di comunità». «Giù – continua Robin – entravamo dal pianerottolo e se uno degli altri abitanti del palazzo era sulla porta, rientrava in fretta per evitare l’incontro in virtù di una sorta di discrezione che tuttavia diventa maleducazione. Qui a Vallada, invece, ci “fa morire” che quando usciamo di casa il vicino si sbracci per salutarci». Sono consapevoli che per trovare il senso di comunità di cui parlano servirà adoperarsi per tessere relazioni. A entrambi piacerebbe poter mettere le proprie competenze al servizio della realtà in cui hanno scelto di vivere.

L’anno passato, inevitabilmente segnato dalle restrizioni per l’emergenza sanitaria, è stato interlocutorio, ma ha comunque permesso a Sara e Robin di entrare in sintonia con la natura che li circonda. Un ritorno a quella semplicità che avevano respirato nell’infanzia. «Fino ai 10-12 anni – racconta Sara – trascorrevo metà anno in città e metà in fattoria in campagna. Conoscevo mucche, conigli e maiali. Guidavo anche il trattore. Quando è arrivata l’adolescenza ha prevalso la necessità di far parte della massa e quindi la mia ruralità si è interrotta. Attorno ai 22 anni, però, le origini campagnole sono riaffiorate e ho iniziato nuovamente a fare l’orto».

Robin da bambino aveva la passione per gli animali che ha rappresentato il primo mezzo per l’avvicinamento alla montagna. «Con i miei genitori – ricorda – partivamo da Montebello Vicentino e andavamo in varie parti delle Alpi, in Val d’Aosta, sullo Stelvio, per vedere stambecchi e altri animali. Devo dire che rispondevo bene alle sollecitazioni dei miei genitori. Per me, che ero un po’ introverso, la montagna è poi diventata luogo di rifugio, momento per stare da solo, palestra per fare esperienze durante l’adolescenza. Da autodidatta, sulle Piccole Dolomiti ho fatto il maschio adolescente che non percepisce i pericoli, che vuole scalare e arrivare in vetta. Il rapporto con i monti e la natura è poi scemato con l’università e con la pratica del pugilato. Oggi, invece, è protagonista del mio lavoro».

Come le cose siano cambiate lo vedremo. Prima occorre tornare a Sara per la quale la montagna, fino ai 25 anni, non era un’esigenza. «L’ho conosciuta a 22 anni – dice – a Cortina, in campeggio: un’esperienza che mi ha fatto innamorare di lei e che mi ha spinto a una frequentazione sempre più assidua e proprio durante un’escursione ho conosciuto Robin». Lui, nel frattempo, era diventato un personaggio nella sua Montebello. Non per scelta, in realtà. «Mentre facevo il ricercatore in biologia molecolare all’Università di Padova – racconta – praticavo il pugilato in una palestra della città. La mia istruttrice, che per me era come una sorella, voleva tornare all’agonismo. Ci stavamo allenando e io facevo lo sparring. A un certo punto un mio colpo le ha fatto perdere i sensi. È stata in coma per due mesi e non è più tornata la persona di prima. Per me è iniziata una fase depressiva che mi ha portato a lasciare il lavoro all’università e che ho affrontato iniziando a camminare nei posti che sognavo da ragazzo, dalle Higlands Scozzesi alla Lapponia. Andavo, tornavo a casa qualche giorno e poi ripartivo».

Un modo di vivere che destava curiosità tanto che a una cena di classe gli amici pretesero che Robin li guidasse in un’escursione. Assieme a una sua vecchia compagna di scuola si presentò anche Sara. «Pensavo di starle antipatico – rivela Robin – e invece. .. È lei che mi ha spinto a diventare una guida, che mi ha fatto capire che quell’attività che mi aveva restituito benessere poteva diventare qualcosa in più».

Da pochi giorni Robin è tornato dalla Lapponia dove, come guida ambientale ed escursionistica, ha accompagnato un gruppo di persone in un’impegnativa spedizione. «Propongo soprattutto trekking all’estero anche se il Covid mi ha portato a offrire viaggi pure in Italia – dice – le attività lunghe sono molto gettonate fra i cinquantenni e le donne che vogliono mettersi alla prova in situazioni che richiedono autonomia e spirito di adattamento. In base ai miei consigli, loro si portano cibo e vestiti. Il resto, uno zaino da 3 chili, con sacco a pelo e tenda, lo fornisco io. Sono esperienze che ti servono a capire quando poco ti basta per star bene».

Sara, diplomata al liceo artistico e un master in comunicazione di impresa, lo attende nella casa di Vallada davanti al pc. Si occupa di tutto ciò che ha a che fare con la «parte visuale della comunicazione»: siti web, campagne pubblicitarie. Mezza giornata lavora per un’agenzia di comunicazione, l’altra mezza in proprio con clienti da tutta Italia: agenzie turistiche, ristoranti, aziende di big data, corsi di yoga. «Ho una rete di colleghi con cui collaboro sparsi in tutta la penisola – dice – a me piace un sacco questa relazione continua che permette il confronto e la crescita professionale. In quest’ultimo anno ho lavorato tanto, spesso dodici ore al giorno. Il bosco raggiungibile in cinque minuti a piedi è stato salvifico, mentre per Robin è lo scenario ideale per girare alcuni video per promuovere le sue attività». Vallada ha dunque risposto alle loro esigenze. Quando hanno scelto l’abitazione, stavano andando in Val Rendena a vederne un’altra.

«Era appena stata messa fra gli annunci – dice Sara – ho chiamato subito e ci ho messo venti minuti per convincere la proprietaria delle nostre intenzioni. Lei giustamente ci aveva presentato tutti i lati del vivere in montagna, ma noi ci eravamo già innamorati. Era tanto che meditavamo di lasciare Vicenza e dobbiamo dire che il Covid ci ha dato quella spinta in più. Quando ho capito che potevo svolgere il mio lavoro da casa e ho verificato che a Vallada c’era la connessione a internet, non abbiamo più avuto dubbi».

A Vicenza ci tornano. Giù ci sono le famiglie, Sara ha una bella rete di amicizie, mentre quelle di Robin sono sparse nel mondo. «Quando scendiamo – dicono – stiamo bene insieme ai nostri amici e con i nostri affetti, ma di fronte ai rumori, agli odori, al caos, al ricordo di un contesto sociale che ci dava fastidio non vediamo l’ora di tornare a casa a Vallada».

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