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Il Consorzio Legno Veneto: serve una segheria con il sostegno della politica

L’Inchiesta sulla filiera del legno bellunese: quinta puntata. «Serve una corretta pianificazione dei tagli boschivi che permetta l'utilizzo di almeno il 50% della ricrescita (attualmente non superiamo il 30% contro l'80% del resto dell'Europa, il 90% dell'Austria)».

«Il Veneto è un territorio ricco di attività artigianali ed industriali legate al legno, ma l'uso di legno di origine locale è molto limitato. Per invertire questa tendenza e valorizzare questa risorsa va messa a punto una seria politica forestale». A sostenerlo è Enzo Bozza, presidente del Consorzio Legno Veneto che raggruppa 35 aziende fra proprietari forestali, boscaioli, segherie, industrie di seconda lavorazioni (come carpenterie, falegnamerie, etc.).

La fragilità del sistema è evidente. Da cosa è data?

«L'obiettiva difficoltà di approvvigionamento della materia prima legno deriva dalla moltitudine di piccoli proprietari privati, con una forte frammentazione di lotti di legname molto contenuti, al di là della proprietà pubblica (enti locali, Regole), cosicché l'attuale politica forestale non consente un costante reperimento di legname. Di conseguenza negli ultimi anni molte attività di prima lavorazione (segherie) hanno chiuso. Si pensi che mediamente una segheria veneta è in grado di lavorare un volume di tronchi pari al 20-30% di quello lavorato da una media struttura in Austria. Inoltre serve una corretta pianificazione dei tagli boschivi che permetta l'utilizzo di almeno il 50% della ricrescita (attualmente non superiamo il 30% contro l'80% del resto dell'Europa, il 90% dell'Austria)».

Cosa si dovrebbe fare subito?

«Creare un'unità di prima lavorazione, cioè una segheria, in grado di utilizzare le moderne tecniche di lavoro nelle quantita? che permettano alla stessa di avere una dimensione industrialmente economica, ovvero 150/200.000 metri cubi annui. Si pensi che attualmente la nostra segheria veneta più grande lavora 25.000 metri cubi all'anno; la più piccola di quelle austriache arriva a 100.000, quattro volte tanto. Giusto per dare una dimensione del fenomeno».

Avete fatto un business plan?

«Certamente, dopo Vaia avevamo in testa un progetto ben preciso, ma per attuarlo serviva una mano da parte della Regione Veneto. Siamo andati a Venezia ad illustrarlo e sa qual è stata la risposta? Belle idea, se avete i soldi fatela! Purtroppo non hanno capito bene i numeri. Per creare una segheria fino a 120.000 cubi all'anno servono dieci milioni di euro, che poi non sono remunerati. Perché per rendere davvero sostenibile una segheria è necessario tagliare almeno 200.000 cubi: al di sotto di questa soglia non si guadagna nulla, e nessun imprenditore, per quanto lungimirante, è disposto ad investire per non guadagnare alcunché. Dovrebbe essere la politica, allora, a capire che invece, con un sostegno economico adeguato, si potrebbe rivitalizzare il settore, dar vita ad una filiera corta di qualità, ma soprattutto dare lavoro a tante maestranze».

C'è chi sostiene che non si dovevano fare aste subito sopo Vaia, ma si doveva gestire il legname, accatastarlo, aspettare la ripresa del mercato...

«Una buona idea, ma dove si poteva accatastare? Non ci sono spazi adeguati e, secondo me, non sarebbe stato nemmeno economico perché bisogna considerare che sono passati quasi tre anni. Il legno venduto allora non è certo quello di cui stiamo parlando oggi che il massello (da usare per carpenteria ed edilizia) è cresciuto del 50%, il lamellare del 110%. Inoltre la nostra offerta di 5 milioni di metri cubi di schianti è poca cosa rispetto al panorama europeo».

Siamo insomma condizionati dall'estero? 

«Senza dubbio: negli Usa stanno aprendo 320 nuove segherie, non una! Stati Uniti e Cina oggi comprano a qualsiasi prezzo. I cinesi hanno in programma di acquistare quest'anno 54 milioni di metri cubi di legname rispetto ai 20 milioni del 2019, più che raddoppiando il loro consumo; il tutto mentre l'Europa produce meno, la Russia ha chiuso le frontiere alle esportazioni, il Canada alimenta soprattutto l'economia interna. Ripeto, si poteva fare qualcosa di diverso: come dicevo, il nostro Consorzio aveva chiesto finanziamenti per mettere in piedi una segheria e lavorare in proprio il nostro legname: se si faceva entro il 2019, in sei mesi sarebbe stata operativa. Ma dalla Regione hanno risposto picche. Forse non siamo riusciti ad essere abbastanza convincenti; forse è mancato l'interlocutore giusto».

Intanto il prezzo di mercato sta schizzando alle stelle

«Diciamo piuttosto che sta tornando al suo giusto valore. Basta mettere uno accanto all'altro qualche numero: poniamo che un proprietario forestale metta in vendita, in un ettaro di bosco, 1.000 metri cubi di abete, dopo una maturazione di oltre 30 anni. Considerando tutti i problemi, dalla neve alle tempeste (Vaia), il valore di quel bosco potrebbe essere pari a 80/90.000 euro, ovvero 80 euro a metro cubo; poi consideriamo 50/60 euro di manifattura, necessari a portare a strada il tronco, ed arriviamo a 130 euro al metro cubo; quindi 60 euro per il trasporto e la segagione e si arriva a 190 euro a metro cubo. Considerando che in realtà, poi, il guadagno si ha solo sul 50 per cento del volume esboscato, perché l'altra metà se ne va fra scarti e ramaglie, il costo del prodotto della tavola raddoppia. Quindi il legno, che fino ad oggi è stato venduto sottocosto, adesso è tornato alle corrette quotazioni di mercato. Perché, sottolineo, in ambito di filiera la remunerazione ci deve essere per tutti, a partire dal proprietario forestale. Dunque il corretto valore del materiale non è lontano dal prezzo attuale, di 400 euro al metro cubo per la tavola. Anche perché il legno è l'unico prodotto in edilizia o falegnameria che sta subendo un vero aumento da oltre 20 anni.

All'estero ci sono paesi che sul legname hanno impostato una vera economia.

«Certo, come Austria e Germania; da noi invece il forestale è considerato, nei fatti, un settore gregario, che viene addirittura dopo l'agricoltura. Stiamo praticamente regalando una commodity, perdendo forza lavoro, spopolando la montagna, con tutti i danni che ne conseguono. E poi siamo anche praticamente fermi sul teleriscaldamento».

Ovvero?

«Si parla tanto di green, di fonti rinnovabili, ma poi nei fatti pochissimi a livello di amministrazioni locali fanno investimenti in questa direzione».

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