Il clima che cambia. Uno studio pilota per dare un futuro alla montagna

Definito l’impatto socio economico nei prossimi trent’anni I dati potranno essere usati per proteggere il territorio

BELLUNO. Sempre più piogge e sempre più intense, con minori quantità di neve ed eventi insoliti per le Alpi come i colpi di calore.

I cambiamenti climatici sono una realtà con la quale occorre fare i conti e proprio in territori fragili come la montagna le loro conseguenze sono più impattanti dal punto di vista socio economico.

Mossa da questa consapevolezza, Confindustria Belluno Dolomiti ha aderito ad un progetto pilota, insieme a Enel Foundation, Venice International University e Centro Euro Mediterraneo sui cambiamenti climatici.

Lo studio, che è durato oltre un anno, è stato presentato il 13 ottobree (l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 13 ottobre come la Giornata internazionale per la riduzione del rischio di catastrofi) evidenziando l’importanza della realizzazione di un modello di analisi regionale che potrà essere esportato anche altrove.

«L’obiettivo è fare della nostra provincia un territorio sostenibile e innovativo e dunque attrattivo», ha detto la presidente degli industriali Lorraine Berton. «Dobbiamo attuare tutte le azioni per contenere le conseguenze devastanti del cambiamento climatico e dobbiamo farlo adesso».

Berton ha citato Vaia e il presidente della Provincia Roberto Padrin ha ricordato il Vajont e le opportunità di aumentare la resilienza della montagna con i fondi del Pnrr: «Dobbiamo farci trovare pronti con progetti che contrastino la fragilità del territorio e migliorino la qualità della vita, perché anche eventi meteo non eccezionali causano sempre più spesso problemi che si possono contenere solo con la prevenzione».

Marco Bussone, presidente nazionale di Uncem, ha aggiunto la necessità della coesione: «Dobbiamo impegnarci tutti a un cambio di passo, ad accorciare disuguaglianze e sperequazioni. Il percorso che stiamo facendo con il ministro Gelmini coglie questa sfida».

Tra gli attori principali dello studio c’è Enel Foundation e proprio i dati di Enel, insieme alla stretta collaborazione con l’Arpav di Arabba, sono stati essenziali nello studio. «Questo progetto interessa ciascuno di noi», ha sottolineato il direttore della fondazione Carlo Papa, «perché il cambiamento climatico, se non gestito, farà molti più disastri del Covid. Lo studio mira a identificare in maniera chiara i rischi del territorio ed è unico a livello internazionale. Con il cambiamento climatico non si scherza, è una sfida che possiamo vincere perché non stiamo cercando una cura a una malattia che non conosciamo: abbiamo tutte le tecnologie per affrontarla».

È stato il professor Carlo Giupponi, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e Dean di Venice International University ad entrare nello specifico del progetto: «Abbiamo cercato di calare su questo territorio ciò che sappiamo dei cambiamenti climatici per capire se ci sarà un incremento della pericolosità e come incidere per proteggere le attività socio economiche».

Il punto di partenza sono state la mappatura e la valutazione dei molteplici rischi presenti nel Bellunese, applicati a quattro ambiti: il turismo, i grandi eventi sportivi invernali, le occhialerie e le infrastrutture per la produzione di energia elettrica.

«Fatta la mappa del pericolo, si passa all’esposizione, cioè ad analizzare cosa può esserne colpito (popolazione, infrastrutture, beni economici) e alla vulnerabilità, cioè la propensione a subire dei danni da un evento pericoloso».

Giupponi ricorda che se Vaia è stato un evento che si stima ripetibile in 150 anni, basta molto meno per causare danni importanti all’economia del territorio e rischi per la popolazione.

Paola Mercogliano, Responsabile della Divisione modelli regionali ed impatti geo-idrologici della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, ha evidenziato il metodo scientifico seguito, con l’uso di 60 indicatori applicati a più scenari dell’evoluzione, o meno, delle politiche di mitigazione.

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