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Gli operai sconfortati vogliono sperare ancora: «L’Acc e l’Ideal sono la nostra comunità»

Morale a terra e rabbia: i lavoratori temono le ripercussioni della chiusura sulle loro vite ma anche sull’economia dell’intera vallata

BORGO VALBELLUNA. «Acc e Ideal sono tutta la nostra vita e il simbolo di un’intera comunità: non toglietecele, perfavore». È unanime l’appello con il quale gli operai di Acc Wanbao e Ideal Standard sono scesi ieri mattina in piazza a Mel. E sono i lavoratori dello stabilimento zumellese di Villa di Villa a parlare per primi. Il loro morale è a terra.

«Ormai per noi è una situazione disastrosa. Pensavo che in qualche modo si potesse andare avanti, ma le speranze vanno esaurendo. Ho sessant’anni e se penso che ci lasciano a casa, non solo colleghi della mia età... Non ho parole. Ero già stata licenziata, ma grazie al commissario Castro, una gran brava persona, ci hanno riassunto di nuovo. Questa volta non sarà più così. Siamo esasperati» dice Valeria Venturin.

«Il morale è più basso che alto», aggiunge Catia Gaio, «perché la speranza è quasi esaurita. Secondo noi operai siamo arrivati alla fine, perché il 20 novembre è tra pochi giorni. Al lavoro ci andiamo e facciamo il nostro dovere, però non più con lo stesso spirito di un anno fa. Non può esserci qualcosa adesso, perché c’è poco tempo. È quasi finita. Non trovano nessuno che vuole impegnarsi ad acquisire lo stabilimento. Se rimanessimo chiusi un paio di mesi di sicuro non si riaprirebbe più». «Da un pezzo stiamo lavorando solo tre giorni ogni due settimane», continua Catia Gaio, «veramente pochi. Tra noi e Ideal sono quasi mille posti di lavoro: una crisi così grave non l’ho mai vista nel Bellunese. Dove si va? All’estero? Non abbiamo più vent’anni. E già quelli di quaranta farebbero fatica a trovare un impiego».

Per Fiorina Acampora l’ansia è tanta, perché «siamo arrivati ad un bivio. Acc e Ideal o rimangono aperte o chiudono definitivamente. La certezza è che senza un lavoro non c’è futuro, soprattutto per persone di una certa età. Non è più come una volta, quando se chiudeva una fabbrica ne trovavi subito un’altra. Ad oggi non sapremmo più dove andare. Il governo deve aiutarci».

Accanto a lei c’è la collega Tiziana Scopel, che spiega: «Perdere Acc è perdere tutto, senz’altro una parte di vita che abbiamo trascorso lì dentro. E senza contare tutti i sacrifici che abbiamo fatto per tirare avanti fino ad ora. Sono anni che combattiamo, e continueremo a farlo fino alla fine, sperando di vincere questa battaglia, che per noi è fondamentale. Acc significa soldi per la famiglia, per i nostri figli e le generazioni future. Un domani Acc potrebbe essere anche il loro posto di lavoro. La fabbrica è vita».

«Siamo stufi e abbiamo bisogno di una risposta», interviene Rosanna Cecconello, «perché è da tanto che andiamo avanti in una situazione precaria. Ora vogliamo certezze. A casa ci sono i nostri figli, mutui da pagare e tante altre cose. Alle istituzioni chiediamo solo di lavorare. Per la Regione e per la provincia di Belluno, la chiusura di Acc e Ideal sarebbe una grande sconfitta».

Anche Maria Teresa Dal Mas la pensa così: «Tanti sacrifici, fatica, lavoro. E per cosa? Dal governo non vedo nessuna intenzione di aiutarci. E abbiamo provato in tutte le maniere, con manifestazioni e altro. La vedo dura ora. Ho anche figli che vanno a scuola. Ho un po’ di paura, perché rimettersi in gioco a quasi cinquant’anni come un giovane di venti, sarebbe dura. Vorrebbe dire riorganizzarsi di nuovo su tutto. Per Borgo Valbelluna e per l’amministrazione comunale perdere le due fabbriche più grosse che portavano maggiori entrate sarebbe un duro colpo. Il nostro territorio montano già è penalizzato in tutto: mancano trasporti, servizi. E i giovani che vanno via a studiare non tornano perché nel Bellunese non ci sono opportunità lavorative. E ce ne saranno ancor meno senza Acc e Ideal».

Per Piera Barp la chiusura di Acc è un danno per tutti. «Acc è una famiglia. E le famiglie non dovrebbero essere lasciate sole al loro destino». «Se c’è il lavoro perché non possiamo continuare?», si chiede Beniamino De Bastiani.

Poco più in là, a piccoli gruppi, ci sono gli operai dell’Ideal Standard, che come i colleghi dell’Acc sono provati dalla preoccupazione. «Ideal e Acc alimentano Borgo Valbelluna: privarsene è come la luce di una candela che si spegne. Le nostre zone hanno bisogno di lavoro e sviluppo», dice Roberto Piani. «Ideal e Acc sono le industrie più grandi della Sinistra Piave e se chiudono non è un bel segno. Ne perdono tutti», aggiunge lì accanto Giuliano Torta. «La nostra unica speranza è che si arrivi a concludere un accordo chiaro in tempi brevi», dice Luciano Cadorin. «Siamo un’azienda in buone condizioni», concorda Damiano Centeleghe, «per cui stiamo vivendo una situazione strana, che non dipende solo da noi».

Ennio Comel aggiunge: «La fabbrica funziona bene, per cui non si capisce l’addio dell’azienda. I tempi sono stretti. Speriamo che lo stabilimento venga ceduto e che si continui a lavorare». Renzo Da Canal dice: «Con tutte le persone che si stanno impegnando per noi l’aupicio è che si riesca a trovare un accordo, sia per Ideal che Acc, anche se è dura».

«Se Acc e Ideal chiudono rimarrà a casa tanta gente. Sarebbe una perdita enorme per il territorio», conclude Rizzieri Piol allargando le braccia. —

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