Chiude lo storico panificio Collazuol: «Mancherà il contatto con i nostri clienti»

Fiori e la moglie Mirella lasciano dopo 40 anni. La figlia Sara: «A Polpet eravamo qualcosa in più di un semplice negozio»

POLPET. Era il secondo dopoguerra quando dal forno del panificio Collazuol, a Polpet di Ponte nelle Alpi, uscivano le prime pagnotte. Le ultime sono state sfornate questo fine settimana. Ha chiuso i battenti l’attività gestita da Fiori Collazuol (che ha tagliato il meritato traguardo della pensione) e dalla moglie Mirella De Mattia, assieme alla figlia Sara. Per ringraziarli del lavoro svolto in questi lunghi decenni, la comunità pontalpina ha voluto organizzare una festicciola. Vi ha preso parte anche il sindaco Paolo Vendramini, che ha definito il panificio di Polpet «un riferimento per tutti noi».

«Fu mio bisnonno a rilevare questo panificio nel Dopoguerra. Già in tempo di guerra», racconta Sara, la figlia di Fiori e Mirella, «lavorava in un panificio, ma negli anni successivi al conflitto decise di avviare un’attività tutta sua. Così lo prese in mano assieme ai fratelli, passandola successivamente a mio nonno e a mio padre Fiori, una quarantina di anni fa».

Ora questa storica attività rischia di chiudere per sempre...

«Purtroppo nessuno vuole prendersi la briga di sobbarcarsi un lavoro difficoltoso e fisicamente pesante come questo. Ma noi altroché se saremmo interessati a passare il testimone, specialmente a qualcuno del posto, anche se non è così facile. Tanti si sono messi a piangere, l’ultimo giorno: eravamo diventati qualcosa in più di un semplice negozio».

In che senso?

«Mia mamma Mirella era il fulcro del paese. Se c’era qualche notizia, la gente passava da lei per saperla. Proprio per questo il rapporto umano con la gente è ciò che ci mancherà di più. Il fatto di essere quotidianamente a contatto con le persone ti porta quasi a fare parte delle loro famiglie e fa sì che anche loro facciano parte della tua. Hai spesso a che fare con persone di ottanta, novant’anni, con cui si instaura un rapporto particolare».

Qual è stato il lato più difficile di questo lavoro?

«Per mio papà, la fatica fisica. Doveva sempre alzarsi alle due o alle tre di notte e più vai avanti con l’età, più questa fatica si fa sentire. Anche se lui è sempre stato un lavoratore instancabile, e ha sempre voluto fare le cose come diceva lui... Negli ultimi dieci anni anche mia mamma si svegliava presto per aiutarlo a fare il pane. Con l’avvento dei supermercati, infatti, le quantità sono calate e non potevamo più permetterci dei dipendenti. Negli ultimi tempi eravamo io, mio padre e mia madre».

Ciononostante, il periodo segnato dalla pandemia non vi ha indebolito, anzi vi ha fatti diventare ancora di più il punto di riferimento per il paese…

«Essendo il pane un bene di prima necessità, in pratica abbiamo sempre tenuto aperto, tranne per due settimane quando anche noi abbiamo dovuto fare i conti con il virus. Anzi, nel periodo del lockdown le vendite sono anche aumentate, perché nessuno può fare a meno del pane».

Com’è cambiato il vostro lavoro in questi decenni?

«I miei genitori mi hanno sempre raccontato che il boom si è avuto negli anni Novanta, quando c’era tantissima richiesta di pane. Poi, con il sopravvento dei supermercati, i volumi sono un po’ calati e la gente spesso preferisce fare la spesa lì, per una ragione di comodità. Ma sono comunque tanti quelli che non hanno mai smesso di venire da noi. Ecco perché la parte delle consegne a domicilio l'abbiamo passata a un altro panificio, ora che abbiamo chiuso: nessuno resterà senza pane».

E i vostri prodotti come sono cambiati, nel tempo?

«Siamo sempre stati fedelissimi alla nostra tradizione. Oltre al pane, per il quale mio padre ha sempre usato il lievito madre, abbiamo sempre fatto panettoni e focacce di Pasqua. Anzi, a proposito delle focacce, c’era una bella tradizione da noi: le signore ci portavano il loro impasto, noi aggiungevamo farina e lievito e le cucinavamo. Con gli anni questa cosa è andata scomparendo, ma era davvero una bella tradizione. E poi ci sono i crostoli di mia mamma: sì, quelli li conoscono tutti, in paese…».

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