Incubi notturni e ansia, la dura coda del Covid:«Il vaccino ci protegge, salviamo chi sta male»

Il primario della Pneumologia dell’Usl 1 di Belluno, Rodolfo Muzzolon, analizza la situazione. «La profilassi fa la differenza, ma ora bisogna fare la terza dose»

BELLUNO. «Che il vaccino anti Covid funzioni è un dato di fatto. Il problema ora è la perdita di efficacia del siero soprattutto in persone con età avanzata fragili, affette da patologie che hanno completato il ciclo vaccinale tra marzo e aprile». A dirlo è il direttore dell’unità operativa di Pneumologia di Belluno, Rodolfo Muzzolon.

Il primario fa il punto sulla situazione attuale nel suo reparto evidenziando come «le persone che si sono vaccinate per prime si ammalano di Covid, ma in forma meno grave rispetto a uno non vaccinato».

Tra loro ci sono «pazienti nati tra il 1954 e il 1976, molti non vaccinati, persone socialmente attive».

Il primario spiega che i posti letto ormai sono al completo. «In questo momento abbiamo dovuto limitare l’attività per i pazienti non Covid: purtroppo un danno collaterale del virus è la riduzione dell’attività di diagnostica. Ed è per questo che invito tutti a vaccinarsi a tutela personale, ma anche come atto di solidarietà per tutta la popolazione. Se ci vacciniamo non ci ammaliamo e riduciamo la circolazione del virus e le conseguenze indirette della pandemia».

I SINTOMI DEL COVID

Muzzolon ci tiene a sottolineare come con le due dosi i sintomi dell’infezione all’esordio sono attenuati. «Sono simil influenzali, inoltre», spiega, «il 3-5% dei positivi sviluppa la forma grave della malattia cioè la polmonite da Covid. Polmonite che porta ad una aumento della fatica a respirare, e ad una inferiore presenza di ossigeno nel sangue. E alle volte questo può essere il campanello d’allarme del Covid». Questi alcuni dei sintomi dell’infezione, ma per arrivare in ospedale bisogna avere una grave insufficienza respiratoria.

«Chi viene ricoverato non più essere sottoposto alla terapia monoclonale perché ormai il virus è entrato nell’organismo».

Per un degente dell’ospedale affetto da Covid, le cure sono diverse e tutte mirano a contenere l’infiammazione o ad evitare problemi circolatori. «Ma la terapia principe è con l’ossigeno e la ventilazione non invasiva senza cioè intubazione tracheale. Quando tutto questo non basta più si passa alla Terapia intensiva», rileva Muzzolon che prosegue: «Per questo spesso chiediamo un supporto dai colleghi rianimatori con cui valutiamo insieme il percorso per il paziente».

Il primario, pur sottolineando gli effetti negativi del Coronavirus e il tasso di mortalità superiore a quello dell’influenza, constata che «l’anno scorso tutti eravamo qui ad invocare un vaccino e ora che c’è crea sconforto vedere che parte della popolazione non lo vuole fare».

IL LONG COVID

Muzzolon si è soffermato anche sul trattamento del cosiddetto long Covid, cioè degli effetti della malattia nel tempo. Ha precisato, infatti, che si sanno facendo dei controlli su una settantina di ex pazienti delle Terapie intensive. «Li valutiamo soprattutto dal punto di vista della funzionalità respiratoria. Abbiamo visto», spiega il primario, «che anche quelle persone dimesse con una compromissione elevata hanno recuperato bene dopo 3-6 mesi, tornando così alla vita normale. Solo pochissimi, per ora io ne ho visti tre, riportano ancora danni gravi».

Ma il long Covid si rivela anche a livello neurologico «con sensazioni alterate negli arti inferiori e alle gambe, o anche psicologico. Molti mi raccontano di soffrire di ansia e di sognare del tempo passato in Terapia intensiva».

AUMENTATE LE NEOPLASIE

Si continuano a registrare casi di polmoniti non Covid «perché le polmoniti ormai si riscontrano in ogni periodo dell’anno», spiega Muzzolon, «e rappresentano la quarta o quinta causa di ricovero nel nostro reparto: il 90% dei casi è gestito dai colleghi del territorio». Ma un risvolto del Covid si individua «nel fatto che ad un gruppo di persone abbiamo diagnosticato forme di neoplasie ai polmoni più tardivamente perché pur avendo sintomi non sono venuti a farsi vedere per paura del virus e anche perché da marzo a giugno del 2020 l’attività ambulatoria non di urgenza era praticamente sospesa».

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