Dietro il bancone del “Bar de la Stazion” c’è nonna Jolanda «Sono qui da 51 anni»

Ad Agordo lei e il suo locale sono delle autentiche istituzioni  «Tutto è rimasto come nel 1925, non ho cambiato nulla» 

Il personaggio



«Silvio, un bianco?». «Signora buonasera, caffè vero?». «Bianco col bitter, giusto?». A un certo punto tiene sospesa la bottiglia del vino bianco in attesa della conferma da parte di un cliente che sta raccogliendo i desiderata dell’amico rimasto all’aperto. Ma anche in questo caso Jolanda ha ricordato bene. Nessuna sorpresa, nessuna meraviglia in una barista che conosce i gusti di chi varca la porta del suo locale ad Agordo. Jolanda De Nardin, però, ha 88 anni e, se non fosse per qualche lieve difficoltà all’udito che le impedisce di cogliere al primo tentativo la parola “Jägermeister”, non sbaglierebbe un colpo.

È ammirevole ed emozionante osservare questa madre, nonna, bisnonna muoversi nel grembiule rosa tra bancone e scaffalature che sono il suo posto da 51 anni. Da più di mezzo secolo, infatti, il “Bar de la Stazion” e “dalla Jolanda” sono diventati la stessa cosa. «Da Rif dove abitavo da piccola», ricorda Jolanda, settima di sette fratelli e sette sorelle, «lo vedevamo arrivare, il treno, mentre eravamo nei prati e nei campi. Non avevamo l’orologio, ma conoscevamo i suoi orari e così sapevamo regolarci».

Le scritte originali di quegli orari sono ora incorniciate nel bar che aveva aperto nel gennaio 1925 insieme alla ferrovia Agordo-Bribano poi chiusa nel 1955. «Tutto è rimasto come allora eccetto i tavolini e le sedie», dice Jolanda, «e finché ci sono io nulla verrà cambiato. Qualche anno fa ho dovuto sostituire le porte, ma ho ancora due vetri originali con scritto “Bar Stazione Agordo” e mi piacerebbe riproporli».

Un giovane avventore abbandona il cellulare e si inserisce nella discussione. «Questo è un gran bel bar», dice, «basta vedere il bancone e il retrobanco. È un bar con una storia».

Jolanda dice che gli scaffali sono fatti di ciliegio e con qualche altro legno che non sa. «Sono del 1925», ribadisce, «non li ho mai ridipinti, mai verniciati, solo puliti. Adesso faccio più fatica ad arrivare in alto. Fino a qualche tempo fa salivo sulla sedia, ma adesso le mie figlie me l’hanno proibito».

In un angolo c’è ancora la cassa in legno a funzionamento meccanico. «Me l’hanno chiesta, sì», risponde alla domanda su eventuali interessi all’acquisto, «ma non ci penso. Funzionerebbe ancora e avrebbe anche lo spazio per i centesimi». Allora erano quelli delle lire. Un’altra epoca di cui Jolanda, classe 1933, ha ancora ricordi indelebili. Un’epoca segnata anche dalla guerra. «Quando la notte passava il Tito, così chiamavamo l’aereo», racconta, «prendevo la tremarella. Quando li vedevamo di giorno erano anche in 37-38 per flotta, stavamo lì a contarli e i ragazzi andavano a raccogliere i bossoli delle mitragliatrici».

Finita la guerra, Jolanda inizia quasi subito a lavorare. «Avevo 14 anni», dice, «e mia sorella più grande andava dal Rico Troi a fare le pulizie. Un giorno stava male e allora sono andata io e ho preso il suo posto per un po’. Ricordo che avevo il timore di non essere all’altezza, ma non è stato difficile e me la sono cavata».

Settantaquattro anni dopo sta ancora lavorando. Ha mandato in pensione tre figlie su quattro, ha gioito per cinque nipoti e cinque pronipoti (di cui uno in arrivo), è andata a ore come donna di servizio in varie case e ha servito centinaia di clienti nel bar che è diventato suo solo un paio di anni fa. «Andavo dal Gianni Troi, da Ganz a pulire gli uffici, all’albergo Al Leone», racconta Jolanda, «poi un giorno mio marito è tornato a casa e mi ha detto: “Mi sono fermato a bere un caffè al bar della Stazione, ho sentito che affittano”. “Allora vado a vedere”, ho risposto io. “Sì, ma dicono che lì non lavorano tanto”, aggiunse lui». Sarà stato così, ma lei, invece, da quel 1970 ha lavorato tanto. «Anche con la gestione del bar», rammenta, «continuavo ad andare a fare le pulizie. Lasciavo qui le figlie a fare i compiti e poi tornavo».

Oggi, certo, la situazione è cambiata («ci sono giorni in cui ho pochissimi clienti», sottolinea, «altri in cui ne ho di più»), ma negli anni d’oro il bar della Stazione aveva un bel giro: le scuole, poi dagli anni’80 le poste e comunque una serie di attività commerciali nei dintorni. Jolanda ripensa a viale Sommariva. Con la mano alzata a indicare le direzioni, da dietro il bar racconta una mappa che è mutata di continuo. «Dove ci sono le poste», dice, «quando io ho aperto c’era l’ufficio igiene e sopra gli appartamenti, più in su c’era Fumei che conciava le pelli, di là, verso la stazione delle corriere, Rosson vendeva la legna e oltre c’era anche un mulino; di qua, invece, la caserma dei forestali e anche un negozio di alimentari. Qui dietro, poi, c’era il campo da bocce per i clienti del bar: quando hanno costruito un nuovo pezzo delle scuole elementari lo hanno tolto».

Dal suo osservatorio Jolanda ha visto cambiare tutto, compresa la mole di traffico, le abitudini, il senso del tempo. «Nel 1970 c’erano poche macchine», spiega, «la gente veniva qui a piedi; poi all’inizio degli anni 2000 hanno istituito il senso unico lungo il viale e per il mio bar non è stato positivo. Col tempo sono calate anche le presenze dei ragazzi delle scuole, perché non possono più uscire dai cancelli. Il personale dell’ufficio postale è diminuito di numero e inoltre è sempre preso dal lavoro ed è di fretta».

Anche Jolanda, però, non è più la donna di 51 anni fa. Il lavoro che ha scelto l’ha cambiata. «Allora ero molto timida: diventavo rossa con niente. Insomma, non ero tanto espansiva. Stare dietro il banco mi ha fatto bene, perché ho dovuto iniziare a farmi dentro e a parlare con le persone. Ne ho conosciute tante in questi anni: qualcuno che quando ho aperto non era neanche nato, oggi è nonno. Ho imparato ad avere tanta pazienza, anche se ogni tanto mi è capitato di perderla e qualche parola mi scappa».

Ha conosciuto anche episodi spiacevoli. Ricorda ancora la volta che un tipo innervosito ha mollato un pugno al vetro della porta e, con amarezza, quelle in cui qualcuno le ha rubato le sigarette arrecandole un danno economico consistente. «Ho idea di chi sia stato», dice, «purtroppo non ho le prove».

Ogni mattina Jolanda lascia la sua casa nel centro di Agordo, passa a comprare il giornale e, tra le 6.30 e le 7, apre il bar. «Oggi», dice sorridendo con quella disarmante dolcezza che hanno i nonni quando disobbediscono, «mio nipote si è arrabbiato che non l’ho aspettato: voleva portarmi in macchina perché ha paura delle strade ghiacciate, ma se non sono male vengo volentieri a piedi».

A mezzogiorno si prepara qualcosa da mangiare nel retro del bar e poi continua a lavorare fino a sera. Una volta faceva anche qualche panino, oggi mesce bevande e vende sigarette, biglietti della corriera e, in stagione, gelati. «Chiudo attorno alle 19, pulisco la macchina del caffè e faccio le pulizie. La mattina non ho voglia di mettermi a fare i mestieri e allora preferisco sistemare tutto a fine giornata».

Tornasse indietro, Jolanda farebbe ancora lo stesso lavoro, perché – dice – «sono stata bene». Qualcuno si è fatto avanti per capire se avesse intenzione di passare il testimone. «In futuro», conclude, «chi prenderà in mano il bar dovrà inventarsi qualcosa di nuovo. Finché me la sento, però, resto qui io a chiacchierare e a brontolare». —



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