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Imu, il Tar dà ragione ai sindaci: a Belluno in ballo 4 milioni

Per i giudici dieci anni fa lo Stato sbagliò i conti nel passaggio dall’Ici alla nuova imposta. Quattro Comuni bellunesi avevano fatto ricorso, sul piatto consistenti ristori

Alessia Forzin
2 minuti di lettura

Primo round ai sindaci. Il Tar ci ha messo dieci anni, ma ha dato ragione a una cinquantina di sindaci veneti che, guidati dall’Anci regionale, avevano fatto ricorso contro lo Stato per i tagli fatti all’epoca del passaggio dall’Ici all’Imu. I calcoli erano sbagliati: ai Comuni sono stati tagliati qualcosa come 550 milioni di euro. Soldi che ora, secondo il Tar, devono essere restituiti.

Erano quattro i Comuni bellunesi che avevano firmato il ricorso: Belluno, Ponte nelle Alpi, San Vito di Cadore e Vallada Agordina. Difficile al momento prevedere quanti soldi potrebbero arrivare nelle casse dei rispettivi municipi, ma per Belluno si può stimare una perdita annuale fra i 350 mila e i 450 mila euro. Per Ponte nelle Alpi di circa 100 mila euro all’anno. Moltiplicato per dieci, ovvero gli anni che sono passati dal passaggio Ici-Imu, fanno 3,5-4,5 milioni di euro per il capoluogo, circa un milione per Ponte nelle Alpi.

«Sarebbero oro colato di questi tempi, con tutti i rincari che dobbiamo affrontare a partire da quelli energetici», affermano il vicesindaco di Belluno Paolo Gamba e il sindaco di Ponte Paolo Vendramini. Ma il condizionale è d’obbligo. Prima di poter iscrivere a bilancio la cifra, è necessario che i ministeri quantifichino l’importo dovuto a ciascun Comune. Sempre ammesso che i ministeri stessi non decidano di ricorrere al Consiglio di Stato. Potrebbero volerci anni per arrivare a sentenza (il Tar si è espresso dopo dieci). E sempre ammesso, anche, che il Consiglio di Stato dia nuovamente ragione ad Anci e ai Comuni. E che nel frattempo non sopraggiunga una sorta di “saldo e stralcio”. Insomma, le variabili sul tavolo sono numerose, ma di sicuro la sentenza del Tar rappresenta una prima, importante, vittoria per quei sindaci che si sono visti tagliare risorse preziose nel 2012.

«È stato un anno drammatico, quello». Se lo ricorda bene Jacopo Massaro, che era appena stato eletto sindaco di Belluno. «La riforma si inserisce nell’ambito del federalismo fiscale», illustra l’ex primo cittadino del capoluogo. «Lo Stato decise che i Comuni avrebbero dovuto provvede con le imposte al loro sostentamento e in questo quadro decise di sostituire l’Ici con l’Imu. Dicendo ai Comuni: incassate voi l’imposta. Peccato che per gli immobili di categoria D (quelli a destinazione produttiva o terziaria come fabbriche, teatri , cinema, banche, ospedali, ecc., ndr) l’Imu finisce comunque allo Stato». E già questo basterebbe a spiegare alcuni errori di calcolo.

«Ma non è tutto. Lo Stato calcolò, nel conto delle imposte che i Comuni avrebbero incassato, anche tutti gli edifici di proprietà dei Comuni stessi. Le scuole, i teatri, gli edifici della cultura... Quegli immobili producono un gettito Imu virtuale, perché un Comune mica paga l’Imu a sè stesso». Il conto, quindi, risultava gonfiato. «Per Belluno si può stimare una perdita annuale fra i 350 mila e i 450 mila euro», continua Massaro. «Un taglio che ha colpito pesantemente le casse comunali, e che si somma ad altri tagli enormi che sono stati fatti nei trasferimenti. Nasce qui la profonda crisi dei Comuni sulla parte corrente dei bilanci: di fatto i Comuni si sono trovati senza tutti i soldi necessari per garantire i servizi».

Nel 2012 i sindaci si erano subito accorti che i conti non tornavano. Cinquanta primi cittadini veneti avevano fatto ricorso al Tar, che ha dato lor ragione rilevando che per l’Ici lo Stato aveva usato dati statistici e non effettivi e per l’Imu aveva sovrastimato la previsione. Complessivamente, ballano quasi 550 milioni di euro di ristori. Ma la partita potrebbe non chiudersi al Tar.

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