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Dal Cadore alle porte del Karakorum per insegnare come difendersi dalle valanghe

Sergio Albanello è uno dei soli sei italiani specializzati nella tecnologia di ricerca Recco: ha trasmesso la sua esperienza a 30 soccorritori pakistani

Gianluca De Rosa
2 minuti di lettura
Sergio Albanello durante una delle lezioni in aula 

L’eccellenza cadorina in aiuto della popolazione pakistana alle prese con il problema sempre più insistente delle valanghe nella regione del Gilgit-Baltistan, porta d’accesso al K2 ed agli altri Ottomila del Karakorum. Sergio Albanello, di Pieve di Cadore, è uno dei sei istruttori italiani specializzati nella tecnologia di ricerca denominata Recco. Una qualifica prestigiosa grazie alla quale, dal 2 al 12 marzo, è stato invitato a tenere un corso sulla prevenzione, sulla protezione dei siti valanghivi e sul soccorso organizzato in caso di valanga. Esperienza e competenze tutte “made in Italy”.

Com’è nata la spedizione?

«Il corso Avalanche prevention & rescue training rientrava nell’ambito del progetto finanziato dalla cooperazione italiana sullo studio dei ghiacciai pakistani, il cui direttore è la guida alpina ed ingegnere veneto Maurizio Gallo. Il progetto Glacier&Students supportato dal ministero degli Esteri italiano, vede coinvolte alcune università italiane e pakistane. Le lezioni teorico pratiche hanno visto la partecipazione di trenta allievi appartenenti al Pakistan air force ed alla Winter sports federation Pakistan, al Rescue 1122 (organizzazione governativa pakistana per l’emergenza sanitaria e tecnica (ndr), al Turist police ed alle facoltà di Disaster manager e Geologia dell’università del Gilgit Baltistan. Le attività formative si sono alternate tra la capitale Gilgit e la valle di Naltar dove è stata realizzata una delle due stazioni sciistiche presenti in Pakistan e dove da sempre le valanghe, assieme alle frane, sono un problema costante per le popolazioni che abitano queste montagne del gruppo del Karakorum, catena montuosa dove sorgono quattro dei più temuti Ottomila della terra: K2, Broad Peak, Gasherbrum I, Gasherbrum II; senza dimenticare il vicino Nanga Parbat che, totalmente su suolo pakistano, rientra nella catena dell’Himalaya».

Che situazione ha trovato?

«I cambiamenti climatici si fanno sentire a certe quote tanto che, solo nei giorni in cui siamo stati lì, si sono registrati diversi incidenti mortali. Le valanghe interessano direttamente i paesi, non esistono situazioni del tutto sicure. Nello stesso paese dove eravamo noi, solo pochi giorni prima del nostro arrivo si era registrata una valanga che aveva travolto, uccidendoli, due ragazzi intenti a giocare con uno slittino. Un altro incidente si è registrato in una provincia confinante. Protagonista suo malgrado è stata una ragazza che, mentre andava a raccogliere legna dietro casa, è stata travolta da una valanga».

Perché proprio lei e in cosa consiste il sistema Recco?

«La cosa mi ha piacevolmente colpito. Sono uno dei sei italiani specializzati nella tecnologia Recco, concentrata in un sistema basato sulla ricerca tramite ricevitore. È un sistema in forte crescita tanto che i principali brand d’abbigliamento e di scarpe hanno iniziato ad adottarlo, soprattutto per chi come queste persone vive a certe quote, a stretto contatto con i fenomeni valanghivi. Le argomentazioni del corso hanno riguardato anche la nivologia, le opere di protezione dalle valanghe ed i soccorsi organizzati con sistemi più tradizionali come Artva. Insieme a me c’era anche l’amico e collega valtellinese Giovanni Songini».

Progetti futuri?

«Mi piacerebbe tornare, coinvolgendo la prossima volta anche il soccorso alpino»Gianluca De Rosa

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