Il Michelangelo del legno

"Angelo in volo". Venezia, S. Maria Gloriosa dei Frari

A Palazzo Crepadona esposte fino a luglio le creazioni del grande scultore protagonista dell’arte a cavallo tra Sei e Settecento

«Troppo ingrato silenzio» ha avvolto Andrea Brustolon. La definizione (1824), è di Leopoldo Cicognara, il primo che «scoprì», o meglio «riscoprì» lo scultore bellunese che Honoré de Balzac definirà nel 1847 le Michel-Ange du bois, il Michelangelo del legno. Cicognara nella sua «Storia della scultura» si inchinò alla gloria misconosciuta di Brustolon, «un sì bel nome, un così distinto operare».

 Nonostante gli autorevoli ed espliciti riconoscimenti, tuttavia, Andrea Brustolon, se è noto in patria non lo è altrettanto - non ancora - fuori dei confini della sua provincia di origine. Belluno gli dedica ora una mostra, la più importante dell’anno per la città, nello stesso spazio che ospitò un anno fa il Tiziano. Fu protagonista del barocco veneziano, e tuttavia quel «veneziano» va inteso in senso lato: perché Brustolon (1662-1732) andò sì a bottega a Venezia, e certo si confrontò con i maestri che operavano in laguna, ma poi ritornò a Belluno e qui visse e operò; e perchè fu sì artista del barocco, ma ne travalicò i confini anticipando stili e sensibilità a venire.

 Fino al 12 luglio, Palazzo Crepadona ospita la prima mostra monografica a lui dedicata. Non comprenderà soltanto opere d’arte sacra (altari, crocifissi, reliquari) per le quali è generalmente noto, ma anche profana (pezzi dal fornimento Venier, le Allegorie Piloni). Per sottolineare il proficuo dialogo con la cultura artistica del tempo, sono presenti in mostra lavori di pittori e scultori che marcano il rapporto di Brustolon con la sua epoca: i contatti con Filippo Parodi, Giusto Le Court, Gianlorenzo Bernini, Giacomo Piazzetta per la scultura, con Antonio Zanchi, Luca Giordano, Giulio Carpioni, Pietro Liberi, Antonio Balestra per la pittura, fino a un altro grande artista bellunese, Sebastiano Ricci. Si decrittano, così, i rapporti da un lato con l’opera plastica e la pittura, dall’altro tra il legno e il marmo. Brustolon, all’incrocio di reciproci influssi, supera i modelli estetici codificati dalla tradizione, assorbe le novità, sperimenta e innova, e tuttavia partendo dal legno, dalla materia delle sue montagne.
 La mostra è promossa dal Comune di Belluno insieme alla Soprintendenza per i Beni artistici di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, alla Regione Veneto, alla Provincia di Belluno, alla Diocesi di Belluno-Feltre, con il fondamentale sostegno della Fondazione Cariverona. E’ curata da Anna Maria Spiazzi in collaborazione con Giovanna Galasso ed è organizzata da Villaggio Globale International. L’allestimento è firmato dall’architetto Mario Botta: nel Cubo interno che conclude l’itinerario, spazio suggestivo ripensato e reinventato per l’aria e la luce dell’artista, sono esposti insieme capolavori di arte sacra e profana, a marcare la versatilità del Brustolon. Ad aprire, invece, i bozzetti in argilla, che introducono il visitatore tra i lavori preparatori. L’unica opera lignea, in questo spazio, è il Marc’Aurelio a cavallo, la prima opera dell’artista giunta fino a noi dagli anni Ottanta del Seicento. Nella sala successiva, ecco le allegorie del fornimento Venier insieme a due poltrone della stessa serie, seggioloni e un moretto portavaso (non a caso scelto a immagine della mostra), tutti lavori realizzati per i patrizi veneziani. Nell’ambito della produzione profana anche una Cornice con putti. Si tratta di opere che rimandano, come citazioni, a Parodi e Le Court, ma che già mostrano una decisa evoluzione dei tratti stilistici.

 Dopo la Maddalena penitente, la mostra si sofferma sul segno grafico e sui disegni e schizzi preparatori, di diversa funzione e origine (circa 70 fogli), conservati al Museo civico di Belluno. A una galleria dei principali protagonisti della scena pittorica dell’epoca seguono opere di carattere sacro: la Cassa reliquiario di Santa Teodora (chiesa di San Giacomo a Feltre, 1696), il gruppo scultoreo del Calvario (Farra d’Alpago), il San Giuseppe (proveniente dal Bode Museum di Berlino), Il sacrificio di Isacco (da Francoforte), il famoso Crocifisso Pagani-Cesa, il Tabernacolo dorato della chiesa di Cortina ed altre opere sacre. Nel Cubo la conclusione strepitosa con la luce ariosa degli Angeli reggilampada (dai Frari di Venezia) e la carnalità del grande Tizio, simbolo del peccato (dalla Fondazione Coin).

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