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Lo sciamano Van De Sfroos a Belluno: «Canto un ritorno alle radici del paese»

Sabato al Comunale lo spettacolo del cantautore comasco con le canzoni del nuovo album. Venduti oltre 500 biglietti

Ivan Ferigo
2 minuti di lettura

C’è fermento per il ritorno di Davide Van De Sfroos in città. Il cantautore comasco sarà sul palco del Teatro Comunale sabato alle 21, per il primo fortunato appuntamento di “Parole e pensieri” (inserito anche nel cartellone di “Belluno Città del Legno”): già oltre 500 i biglietti venduti. L’artista di “Yanez” presenterà un ricco concerto “autunnale” dove si alterneranno brani dell’ultimo album “Maader Folk” con altri più datati.

Davide Van De Sfroos, come mai a Belluno?

«A Belluno ci sono già stato due volte. Due serate molto potenti, magiche, intense, con tutto un mondo, quello del Nord-Est, dove tanti sono stati alpini, combattenti, viaggiatori, emigranti. In una delle due nei camerini era venuto a trovarmi Mauro Corona, che poi è diventato un amico e compagno di percorso, tanto che nel video di “Oh Lord” è presente come unico attore. Torno molto volentieri perché credo ritroverò certe persone, certe energie che avevo incontrato e non ho dimenticato. La mia cartolina di Belluno? Una città vera, capace di ascoltare le storie e di grande entusiasmo».

Sta girando l’Italia con l’ultimo album “Maader Folk”. Da cosa nasce questo titolo?

«“Maader Folk” deriva da un mio sogno. Quando ho preso il Covid, vedevo questa figura materna legata alla natura che mi incoraggiava, in un momento in cui ero un po’abbattuto, teso, spaventato. Mi è sembrata una bella immagine: l’ho chiamata Maader Folk. Il disco era inciso da tempo, ma ancora non c’era un titolo. Allora ho proposto quest’idea, piaciuta moltissimo a management e discografici».

Che storie e che viaggio racconta questo disco?

«È un percorso piastrellato da canzoni che hanno attraversato questi sette anni. Canzoni anche spirituali come “Oh Lord”, o sull’incertezza del nostro esistere come “Nel nomm”. Canzoni su donne che devono attendere, come “Agata”. “Gli spaesati”, sul popolo nascosto che vive ancora attaccato ad un paese che sembra non esserci più così com’era. O brani più intimi come “La Vall”. È un disco che ritorna molto alle radici del paese, in tutte le sue sfaccettature ed idiosincrasie».

Come viene raccontato questo percorso, linguisticamente e musicalmente?

«Linguisticamente uso uno switch tra il dialetto e l’italiano. C’è sempre una massiccia presenza del dialetto tremezzino o comunque lariano; e ci sono dei passaggi dove si gioca con l’italiano. Anche in questo uso del dialetto c’è un ritorno alle radici del paese e delle sue leggende, delle sue microvite o microrealtà. Storie che nascono e crescono proprio con questo tipo di suono. Lo senti al bar, per strada. Gli attrezzi di un certo lavoro, i modi di essere, scherzare, vivere, soffrire. Il linguaggio musicale si adegua, con una grande varietà. Puoi trovare brani country western, oppure più legati alla tradizione anglo-scoto-irlandese. Qualcosa che può sembrare più caraibico e qualcosa di più scanzonato o di natura zingaresca».

Come sarà strutturato il concerto?

«Sarà un flusso unico, senza pause. La scaletta è fortemente autunnale: meditativa, fatta di ricordi, di brani nuovi ma anche vecchi, come “New Orleans”, “La macchina del ziu Toni”, “40 pas”. Sarà molto fitta: specialmente fuori porta mi piace raccontare qualcosa sulle canzoni, ma mi sono imposto di essere stringato per lasciare più spazio possibile alla musica».

Un invito per il pubblico di Belluno?

«Se avete voglia di una serata che abbraccia fortemente l’autunno, di un momento di riflessione, di abbraccio alla poesia, come quando si cammina in un bosco bellunese guardando le foglie cadute e quelle non ancora cadute, allora potete ritagliarvi un paio d’ore per ascoltare una musica che ha a che fare con le radici della musica di sempre. Una formazione di sette elementi che cercheranno di riportare sul palco tutti quegli spettri buoni che fanno parte della nostra emotività. Viviamo in un’epoca complicata, dura, sofisticata. Ci sono guerre, malattie, violenze, incomprensioni e disperazioni. Il nostro lavoro di piccoli “sciamani” e farmacisti musicali è quello di preparare delle piccole pozioni, costruendo canzoni che possano aiutarci a riflettere e stare meglio, a fare un’iniezione d’emozione per poi tornare a casa con più energia».

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