Il fenomeno
Schignano (Como) 

La montagna che resiste. Così l'alta quota si ripopola, lentamente

L'industria degli sport invernali muove in Italia un giro d’affari di 1,2 miliardi e dà lavoro a 120 mila persone. In Piemonte, Emilia-Romagna e Lombardia stanziamenti per il ripopolamento. Qualcosa sta cambiando: è il fenomeno della "restanza"

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Un pensiero alle terre alte – dal 2002 l’11 dicembre è la giornata mondiale della montagna – ché poi per il resto dell’anno torneranno loro a pensare a sé stesse. Si sono sprecati nelle settimane passate pochi ragionamenti e molte invettive su una stagione invernale che rischia di essere deleteria per le Alpi. Un inverno che da qualche giorno si sta rivelando ricco di neve che non servirà, prima volta dopo quasi un secolo, per sfamare l’industria dello sci. Almeno fino al 7 gennaio. Natale senza impianti, un incubo per i 280 comprensori sciistici attivi in Italia, per un totale di oltre 1700 tra funivie, seggiovie e skilift.


Ma è vera montagna? La quasi totalità dell’ambientalismo italiano sosterrebbe di no, è quella addomesticata, sfruttata per il guadagno di pochi, su cui scendono copiosi i finanziamenti per l’innevamento artificiale, pagati quasi ovunque dalle amministrazioni pubbliche. Soldi di tutti spesi per il divertimento di pochi, è l’accusa. Alla quale si ribatte che l’industria degli sport invernali muove in Italia un giro d’affari di 1,2 miliardi e dà lavoro a 120 mila persone, di cui quasi 15 mila sono maestri. Si parte dagli addetti stagionali agli impianti – che pure è uno dei lavori più diffusi d’inverno nelle stazioni turistiche – a baristi e ristoratori, ai noleggi e su fino ai produttori di attrezzatura e di abbigliamento. Numeri notevoli per un comparto che deve fare i conti con il cambiamento climatico – sulla neve che scende dal cielo nessuno fa più conto, tra gli imprenditori dello sci, ma si stanno riducendo anche le giornate sufficientemente fredde per imbiancare le piste a colpi di cannone – e nel giro di poche decine di anni sa bene che sarà ridotto ai soli comprensori oltre i 1800-2000 metri di altitudine. Nel frattempo però avrebbe senso ragionare su una sostenibilità che oggi è scarsamente presa in considerazione da un’industria che divora acqua ed energia.
Val Gardena 

Ma questa è, appunto, solo una fetta dei protagonisti della montagna, quella economicamente più consistente e meno disposta a rimettersi in discussione. La montagna per un geografo è il territorio oltre i 6-700 metri, il 35,2% del Paese (la pianura è solo il 23,2%, la collina il 41,6%) che comprende 4205 Comuni e 14.207.027 abitanti (quattro e mezzo sulle Alpi, poco più di sette sugli Appennini). Chiaro che lo sci interessi una minima parte di tutto ciò, nonostante in questi giorni sembri il nodo centrale di ogni discussione. E giustissimo chiedere ristori adeguati per le imprese e soprattutto per i lavoratori dello sci, ma senza dimenticare che il resto del territorio montano avrebbe diritto non ai ristori, ma ad aiuti certi anche fuori dal periodo della pandemia.

Marco Bussone, presidente dell’Uncem, l’Unione nazionale dei comuni e delle comunità montane, che in montagna ci abita, nelle valli di Lanzo, ammette però che qualche segnale si comincia a vedere. “Effettivamente è in atto un cambio culturale. La sempre più diffusa produzione editoriale sul recupero dei borghi alpini e appenninici, l’attenzione delle grandi fondazioni, finalmente una maggiore considerazione da parte delle amministrazioni. L’Emilia Romagna ha stanziato sul 2020 dieci milioni per i reinsediamenti di nuove coppie, altri 5-6 milioni dovrebbero seguire nel 2021. Altrettanto ha annunciato di voler fare il Piemonte. Può sembrare una piccola cosa l’interesse della Regione Lombardia, ma invece il bando per il recupero dei muretti a secco è fondamentale perché la montagna possa vivere”.

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La tendenza al ritorno, o al trasferimento tout court, non è ancora un dato di fatto. Il trend degli ultimi decenni prosegue, Tra il 2014 e il 2017 se ne sono andati 37.877 residenti all’anno, significa una perdita di 4,25 abitanti ogni mille. Ma qualcosa sta cambiando. Il fenomeno della “restanza”, se non del ritorno o del trasferimento dalle città, è ancora troppo ridotto perché ce ne sia traccia nei censimenti. Ma esiste. Non è ancora un vero ripopolamento, ma – dice ancora Bussone – “è in atto un cambio culturale”.

Luca Mercalli ha intitolato il suo ultimo libro, uscito qualche settimana fa per Einaudi, Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale. È il racconto in forma di diario del recupero non facile di una vecchia baita in cima alla val di Susa, a Vazon, 1650 metri. Non facile perché i primi nemici sono quelli che dovrebbero fare di tutto per farti tornare, gli uffici comunali e, non ultimi, i montanari stessi: “Preferiscono che tutto crolli e venga abbandonato”, si sfoga il climatologo. E se la fuga verso l’alto di Mercalli è “la resistenza per progettare da lì quel che si può ancora fare per difendere il clima”, il recupero del borgo di Ostana, 1250 metri, in valle Po, esattamente ai piedi del Monviso, che procede da oltre vent’anni, è stata una sorta di scommessa architettonica. Vinta. Come in val Maira, dove però la spinta non è stata tanto la ristrutturazione delle vecchie baite, quanto la dimostrazione che lassù si potesse vivere, bene, rilanciando attività agricole, artigianali e di turismo dolce. I primi a riscoprirla, nel 1980 quando ancora era “il mondo dei vinti” di Nuto Revelli, sono stati due tedeschi, Andrea e Maria Schneider, che hanno fatto del paesino di San Martino di Stroppo una sorta di centro di attrazione per studiosi e turisti dal nord Europa. Oggi nessuno ha intenzione di lasciare la val Maira e l’ultima guida escursionistica pubblicata è opera di un sudtirolese, arrivato all’estremo occidente delle Alpi per capire un fenomeno che fa scuola perfino nei Paesi di lingua germanica.

La montagna può farcela, dev’essere solo aiutata e poi lasciata camminare con le proprie gambe. Oggi dalle 18.30 alle 21.30 sui canali Facebook e Youtube del Cai la Giornata internazionale della montagna si festeggia in una diretta condotta dal direttore di Montagne360, Luca Calzolari, con il presidente generale del club alpino, Vincenzo Torti, i vicepresidenti Erminio Quartiani, l’alpinista Hervé Barmasse e tanti esperti per approfondire temi come la convivenza con i grandi predatori, l’industria dello sci di fronte al cambiamento climatico, l’emergenza dei ghiacciai.

Al mattino alle 11, sulla piattaforma Web-ex, l’Università di Torino presenta invece il piano pluriennale di ricerca alla Capanna Margherita – il rifugio più alto d’Europa, sul Monte Rosa – sui cambiamenti del clima.