L'intervista

"Sogno un'Europa unita. Dalle energie rinnovabili"

Marta Victoria 
Marta Victoria, studiosa di sistemi fotovoltaici al dipartimento d’ingegneria dell’Aarhus University, fa parte del gruppo di ricerca che usando un supercomputer ha creato un modello predittivo per lo sviluppo delle rinnovabili da oggi al 2050, mostrando che non c'è tempo da perdere
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Lei è spagnola, ma insegna in Danimarca. Ha portato in dote le sue competenze sul fotovoltaico, ma dai Paesi nordici ha imparato tutto sull’eolico off shore. E oggi sogna un’Europa che si scambi energia: quella prodotta in eccesso dal fotovoltaico nel Sud inviata al Nord quando lì non c’è vento, l’elettricità generata dalle pale eoliche di Scandinavia e Germania diretta verso Sud quando il sole non è abbastanza. Sì può fare, ma in fretta. Per Marta Victoria, ricercatrice in sistemi fotovoltaici al dipartimento d’ingegneria dell’Aarhus University, non bisogna perdere tempo nell’avviare la decarbonizzazione dell’Europa. Il modello che ha realizzato, col suo gruppo di ricerca usando un supercomputer, predice lo sviluppo delle rinnovabili in Europa da oggi al 2050 e disegna scenari utili a prendere decisioni avvedute. E mostra che è meglio iniziare il prima possibile a intensificarne la produzione e l’uso di rinnovabili, per non dover rincorrere gli obiettivi climatici per il 2050 con misure riduzione della CO2 molto più drastiche di quelle che si possono prendere oggi. 


Come è nato lo studio che ha pubblicato su Nature Communications?
Siamo partiti da una domanda: sappiamo che, per gli accordi di Parigi, abbiamo un limite massimo di emissioni di CO2 che possiamo permetterci da qui al 2050: quale potrebbe essere il modo migliore per non superare quel limite e permettere la transizione verso un futuro decarbonizzato? Dovremmo iniziare a investire in tecnologia oggi, o è meglio aspettare che la tecnologia diventi meno costosa?”

E per rispondere a questa domanda avete costruito un modello dettagliato del consumo energetico europeo da oggi al 2050…
È un modello che stima la produzione e il consumo di energia in Europa, nazione per nazione, ora per ora fino al 2050. E teniamo conto anche degli scambi tra nazioni. Questo è importante perché se andiamo verso un sistema energetico europeo che fa molto affidamento su energia solare ed eolica, servono strategie di bilanciamento. Quando abbiamo molto vento e sole, possiamo considerare di immagazzinare l’energia generata in eccesso, per poi utilizzarla quando c’è un deficit di sole e vento. Questo significa bilanciare l’energia nel tempo. Ma possiamo anche bilanciare l’energia nello spazio: se è molto ventoso in Italia, si può esportare l’energia generata in Germania, o viceversa. Il modello tiene conto di questi possibili scambi, il sistema deve assicurarsi che in ogni nazione e che la domanda in ogni settore (produzione elettrica, riscaldamento, trasporti) sia soddisfatta per ogni ora dell’anno”.

Un aspetto innovativo del vostro modello è che considera i modi in cui si possono ottimizzare i tre settori dell’energia (produzione elettrica, riscaldamento e trasporti) mettendoli in contatto tra loro. 
Le faccio un esempio: quando c’è molto vento, il vento può essere usato non solo per produrre energia elettrica, ma anche per riscaldare. trasformando l’elettricità in calore con una pompa di calore. Oppure in una situazione in cui abbiamo molti veicoli elettrici, tutti connessi alla rete elettrica, possiamo usare le loro batterie per conservare l’energia in eccesso prodotta con il fotovoltaico”.

Due sono gli scenari che avete valutato: il primo prevede di aumentare da subito la produzione di energie rinnovabili in Europa, e poi mantenere un passo costante nella transizione energetica. Il secondo scenario invece prevede un periodo di stasi di 5-10 anni e poi una decarbonizzazione drastica quanto più ci si avvicina al 2050. Qual è il migliore?
Il primo, perché meno costoso: se inizi a spingere sulle rinnovabili già oggi, potrai costruire lentamente - un anno dopo l’altro - la capacità richiesta. Nel secondo scenario, invece, se non decarbonizzi subito esaurirai in 5-10 anni tutto il “budget” di CO2 consentito dagli accordi di Parigi per l’Europa, e allora dovrai andare a zero emissioni drasticamente già nel 2040 senza aspettare il 2050. Inoltre se non riduci le emissioni subito potresti ritrovarti a costruire, per alimentare il fabbisogno, delle centrali elettriche basate su combustibili fossili che però non potrai più usare per tutto il loro ciclo di vita (che in media è di 25 anni), pur continuando a pagarle. Quindi è un grosso spreco di risorse”. 

Quale ruolo avrà l’energia fotovoltaica nel futuro dell’Europa?
“Giocherà un ruolo chiave: arriverà a produrre tra il 30% e il 45% del fabbisogno di energia elettrica in Europa. È difficile da credere, oggi: in Europa vento e solare insieme oggi producono dal 10% al 15% dell’energia, e il solare si attesta in media sul 4%. Perché fino a 2-3 anni fa era troppo costoso. Ma i costi si sono ridotti molto in fretta e lo scenario sta cambiando rapidamente. Dieci anni fa non c’erano nazioni nel mondo nelle quali il fotovoltaico producesse una parte significante del consumo di energia. Oggi abbiamo diverse nazioni come la Germania (dove il fotovoltaico produce il 9% dell’energia, pur non essendo la nazione più assolata), o l’Italia con il suo 7-8%. In California il fotovoltaico produce già il 20% del fabbisogno. Nei prossimi anni vedremo una massiccia espansione del fotovoltaico in Europa e nel mondo”.

Lei è una ricercatrice spagnola e lavora in Danimarca. Almeno sulla ricerca sulle rinnovabili l’Europa è davvero unita?
"La collaborazione tra noi europei è fondamentale. Innanzitutto perché solo così potremo, importando ed esportando energia tra i Paesi, bilanciare i sistemi energetici. E poi, collaborare tra europei non è importante soltanto dal punto di vista operativo, ma anche dal punto di vista della ricerca. Perché possiamo imparare gli uni dagli altri. Io, ad esempio, in Danimarca ho imparato molto su come sfruttare l’energia eolica offshore. I danesi sono esperti nell’installazione di turbine eoliche sul mare: questo permette di avere elettricità a costi molto bassi, perché i venti oceanici sono molto stabili, ma è sfidante perché installare le turbine in mezzo al mare non è semplice. Quello che ho portato in Danimarca è invece la mia esperienza spagnola nello sfruttamento dell’energia solare. Perché avvengano questi scambi è importante che la ricerca in Europa collabori”. 

Quando ha iniziato a interessarsi alle energie rinnovabili?
In realtà mi sono laureata in tutt’altro: in ingegneria aeronautica all’Università Tecnica di Madrid nel 2007. Poi però ho deciso che avrei usato le mie conoscenze per contribuire al progresso della società, e così ho scelto un dottorato sulle energie rinnovabili all’Istituto di Energia Solare spagnolo. Il cambiamento climatico non è solo la sfida più grande che dobbiamo affrontare come società, ma porta molte interessanti domande scientifiche che trovo stimolanti. Dopo il dottorato ho proseguito la mia ricerca sulle rinnovabili trasferendomi in Danimarca, dove da due anni sono assistente professore”.

Il suo modello considera molte tecnologie. Pensa che nella ricerca sulle rinnovabili ci sia bisogno di interdisciplinarietà?
Oggi chi fa ricerca su un ambito così vasto come quello ambientale non può permettersi di non essere interdisciplinare. Se vuoi creare un modello, come abbiamo fatto noi, che descriva lo sviluppo dell’energia eolica e solare devi poter predire come evolverà il clima. Ma devi anche stimare lo sviluppo dell’economia, perché il modello tiene conto anche del costo delle tecnologie. E devi lavorare insieme ai sociologi per capire come le persone potranno diventare più efficienti e ridurre il consumo di energia”.