Bio o non bio, la carne inquina comunque troppo

Un allevamento di mucche in California, Usa (Getty Images) 
Gli allevamenti biologici inquinano quanto quelli tradizionali, per chilo di carne prodotta. Uno studio tedesco ha calcolato quanto dovrebbe essere tassata la carne per bilanciare i danni ambientali legati al comparto
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Le attività agricole sono tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra che alimentano il riscaldamento globale. E l’allevamento di animali la fa da padrone, con il peggiore rapporto tra quantità di cibo prodotta e anidride carbonica (o altri gas serra) emessi nell’atmosfera. Quale sia l’impatto economico dell’inquinamento in relazione ai differenti tipi di alimenti provenienti dall’agricoltura non era però ancora stato chiarito. Ci hanno pensato tre ricercatori tedeschi, in uno studio pubblicato su Nature Communications che rivela quanto andrebbero tassate verdure, carni e latticini per bilanciare il loro impatto ambientale. E i risultati riservano una sorpresa: le differenze tra allevamenti biologici e intensivi, in termini di inquinamento, sono pressoché inesistenti.

I ricercatori si sono concentrati su tre gruppi principali di prodotti agricoli: vegetali, carni e prodotti animali realizzati con tecniche di allevamento convenzionali, e carni e prodotti animali provenienti da allevamenti biologici. Hanno quindi tentato di calcolare con la maggiore precisione possibile le emissioni di gas serra di ogni categoria, utilizzando i dati relativi al comparto agricolo tedesco. Prendendo in considerazione ogni fase del ciclo produttivo: dai fertilizzanti utilizzati per la coltivazione di alimenti vegetali e foraggi, ai gas provenienti dalle deiezioni degli animali, fino all’inquinamento necessaria per la distribuzione e il trasporto dei prodotti in ogni fase della lavorazione.

 

In questo modo, hanno ottenuto una classifica accurata dei cibi più o meno inquinanti e hanno potuto stabilire, per ogni tipologia di prodotto, i costi indiretti derivanti dall’emissione di gas serra. Prevedibilmente, gli alimenti con i minori costi ambientali sono risultati essere frutta e verdura, che per un chilo di prodotto producono costi (in termini di danno ambientale) pari a 0,02 euro. A seguire troviamo i latticini, i cui costi ambientali sono pari a 0,19 euro al chilo per quelli biologici e 0,24 euro al chilo per quelli convenzionali.

All’ultimo posto della lista, infine, la carne. E a stupire qui è solamente un particolare: allevamenti biologici e allevamenti intensivi si trovano ad avere esattamente lo stesso impatto sull’ambiente in termini di emissioni di gas serra. Come è possibile? È tutta una questione di resa: gli animali allevati con certificazione bio hanno un minore impatto ambientale in tutte le fasi della produzione, ma i benefici sono controbilanciati dal fatto che producono meno carne, e crescono più lentamente. Se dovessero sfamare l’intera popolazione mondiale mantenendo i consumi attuali, gli allevamenti biologici dovrebbero sfornare un numero di esemplari superiore a quello necessario con gli allevamenti intensivi, e dovrebbero mantenerli in vita più a lungo. Il risultato è un costo ambientale identico per allevamenti intensivi e biologici, pari a 2,41 euro per chilo.

Che l’agricoltura e l’allevamento biologico siano sistemi più sostenibili non è in dubbio, ovviamente. Il problema è che non sono adatti a produrre l’enorme quantità di cibo necessaria in un mercato, quello alimentare, attualmente basato su un’offerta che supera nettamente la domanda, sulla sovrapproduzione e lo spreco di cibo. Ed è proprio qui che i ricercatori identificano una possibile soluzione al problema: reintroducendo i costi ambientali indiretti nel prezzo degli alimenti con un qualche sistema di tassazione, il mercato alimentare potrebbe infatti ritrovare un suo equilibrio. Per la carne proveniente dagli allevamenti intensivi, infatti, i 2,41 euro al chilo in più in più significherebbero in media un aumento del prezzo del 40%, mentre per quella proveniente dagli allevamenti biologici, che partono già da un prezzo maggiore, l’aumento sarebbe appena del 25%. Allo stesso modo, i prodotti caseari aumenterebbero di prezzo, ma in modo contenuto, mentre i prezzi di quelli vegetali rimarrebbero sostanzialmente invariati. Una simile situazione incentiverebbe un’alimentazione più sostenibile e salutare, con un minore apporto di carne, ma di qualità maggiore (visto che quella biologica diventerebbe più competitiva), e un maggiore consumo di alimenti vegetali.