Il caso

Scorie nucleari, la valanga radioattiva che arriva dalla sanità

La medicina nucleare, che ha indubbi vantaggi sulla salute della collettività, ha un inevitabile costo sociale: la produzione di scorie. Siringhe, flaconi e tutto quello che viene contaminato venendo a contatto con liquidi biologici radioattivi. Ecco come vengono smaltiti

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"Direttore, abbiamo una bomba al cobalto nascosta in un bunker dell'ospedale". Era il 1997 quando l'allora manager dell'ospedale Santa Croce di Cuneo, Fulvio Moirano, fu informato che nei sotterranei del nosocomio era stoccata da tempo una certa quantità di materiale radioattivo. "In quegli anni - ricorda Moirano - era impossibile pensare di smaltire quel tipo di rifiuti nucleari in Italia. E così mi rivolsi a una ditta specializzata che trasportò tutto in Germania. Un'operazione che costò una cifra...".

 

 

In Italia succedeva anche questo, che un ospedale (come quello cuneese) fosse all'avanguardia nell'aver installato uno dei primi ciclotroni. Ma che poi avesse difficoltà di liberarsi delle scorie per mancanza di una rete nazionale di smaltimento. Dieci anni dopo il referendum del 1987 che mise la parola fine all'avventura italiana delle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, l'era del nucleare, nel nostro Paese, non era certo finita. Ma proseguiva il suo corso sviluppandosi, un po' in sordina, nel settore industriale e in quello sanitario. 

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"Spente" le centrali nucleari, si sono così "accesi" nei sotterranei ospedalieri dei "reattori nucleari in miniatura": i ciclotroni ad esempio, in grado, tramite una reazione nucleare, di produrre i radioisotopi necessari alla realizzazione di radiofarmaci. "Perché oggi - spiegano il radioterapista oncologo Elvio Russi e il fisico medico Stephane Chauvie - se vuoi lavorare su molecole particolari, e fare della ricerca medico scientifica, allora te le devi costruire in casa con il ciclotrone".

Nel campo medico, va detto, la produzione di rifiuti radioattivi avviene nell'ambito della diagnostica, della terapia e della ricerca scientifica. Tutto questo avviene non solo nei reparti di medicina nucleare e, appunto, nei centri che producono radiofarmaci attraverso i ciclotroni, ma anche nei laboratori clinici di analisi biologiche e nei reparti dell'industria radio-farmaceutica. In questi settori la maggior parte della radioattività è presente nei materiali contaminati usati come marker, traccianti per captare cellule tumorali, ad esempio tecnezio-99m, iodio-123, iodio-131. Oppure fluoro-18 fluoro-deossi-glucosio, il radioisotopo in grado di emettere positroni rilevabili dalla PET. 

"All'inizio - ricordano Russi e Chauvie - si somministravano sostanze radioattive in sanità per i tumori alla tiroide, poi il loro uso si è esteso a tumori neuroendocrini e al fegato e oggi sono in corso studi per la loro applicazione anche per la cura delle patologie oncologiche alla prostata. Quando entrano nella circolazione sanguigna del paziente, i radiofarmaci si muovono e rilasciano le radiazioni direttamente nelle parti malate. La terapia molecolare è infatti altamente selettiva nel colpire solo le cellule cancerogene, limitando l'esposizione della parte sana alle radiazioni". Insomma, le nuove frontiere della medicina non possono fare a meno di "armi nucleari" per diagnosticare e combattere il cancro. In alcuni casi il materiale radioattivo usato nelle terapie resta all'esterno nel corpo del paziente e dunque viene recuperato integralmente, come nel caso della brachiterapia, in altri casi viene iniettato nei malati e viene poi espulso con l'urina o con le feci che, per un brevissimo periodo, restano radioattive e per questo vanno smaltite secondo procedure speciali.

Ma la medicina nucleare, che ha indubbi vantaggi sulla salute della collettività, ha un inevitabile costo sociale: la produzione di scorie. Siringhe, flaconi, e tutto quello che viene contaminato venendo a contatto con liquidi biologici radioattivi. Anni fa nei microscopi elettronici venivano impiegati acetati di uranile che ora, con il cambio delle tecnologie, va smaltito. Fino ad oggi, la maggior parte di questi rifiuti radioattivi, quelli a vita molto breve, dopo lo stoccaggio in depositi temporanei (per mesi o al massimo pochi anni), venivano smaltiti come rifiuti convenzionali, in quanto non rappresentano più un rischio dal punto di vista radiologico. La restante parte, costituita dai rifiuti a molto bassa, bassa, media e alta attività, era stoccata in magazzini di aziende private specializzate.

Ma quei magazzini delle società avevano un tempo di durata definito. Per questo si è resa necessaria la costruzione della rete del Deposito Nazionale progettato per contenere i rifiuti radioattivi prodotti finora in Italia e quelli che verranno prodotti dallo smantellamento delle installazioni nucleari e dalla medicina, industria e ricerca nei prossimi 50 anni. "Lo smaltimento dei rifiuti radioattivi è sottoposto a una legislazione internazionale molto severa, quella italiana è fra le più rigide", assicura il dottor Antonio Scaramuzzino, della direzione sanitaria delle Molinette di Torino. "Negli ospedali abbiamo vasche e locali dove stoccare provvisoriamente tutto ciò che è radioattivo in attesa che le ditte specializzate vengano a portarlo via". Tutti i rifiuti radioattivi prodotti in medicina sono contabilizzati con precisione sia in termini di volume, sia in termini di peso. Per ogni partita di rifiuto viene compilata una scheda descrittiva che ne riporta le caratteristiche (esempio, peso, volume, caratteristiche fisiche e radiologiche). Tali schede "accompagnano" i rifiuti durante l'intero percorso di gestione. 

Ma al di fuori della sanità, materiale nucleare si usa anche in molte attività industriali: si tratta delle cosiddette sorgenti radioattive sigillate, ovvero materie radioattive racchiuse in un involucro protettivo le cui radiazioni servono ad esempio per verificare le saldature e ricercare i difetti in componenti meccanici, per sterilizzare alimenti, per misurare spessori, per calibrare strumenti oppure per il bilanciamento di superfici mobili. Queste sorgenti, prevalentemente cobalto-60 e cesio-137, trovano applicazione in genere nell'industria cartaria, alimentare, automobilistica e aeronautica. In diversi settori della ricerca, infine, si utilizzano materiali radioattivi, principalmente: fosforo-32, zolfo-35, trizio-3, carbonio-14, e iodio-123, in forma non sigillata. In particolare, nel settore biomolecolare, questi radioisotopi sono impiegati in operazioni, utili alla sperimentazione di nuovi processi come, nel settore ambientale, attività di radioanalisi con il carbonio, consistenti nella determinazione dell'attività di fotosintesi di microorganismi marini e lacustri prelevati a varie profondità nei mari e nei laghi. Con la progressiva usura, non essendo più efficienti per gli scopi indicati, tutte queste scorie devono essere gestite e poi smaltite come rifiuti radioattivi.

"Smaltiamo nel nostro ospedale circa 5-6 metri cubi di rifiuti radioattivi all'anno - sottolineano Russi e Chauvie - ma in quella mole di scarti ci sono anche pezzi di carta che si sono macchiati magari con una goccia di farmaco o liquido biologico quindi sarebbe più corretto parlare di 'rifiuti con scorie radioattive'. In realtà la maggior parte di questi in poche settimane o mesi decadono e diventano rifiuti normali. La parte che finirà davvero nel Deposito Nazionale potrebbe stare in una scatola di scarpe. Che, moltiplicata per la quantità degli ospedali italiani, non è poi da sottovalutare". 

 

 

Il settore sanitario produce alcune migliaia di metri cubi di rifiuti radioattivi all'anno. La gran parte, dopo il necessario stoccaggio nella struttura di produzione o in depositi temporanei ad hoc, perdono la loro radioattività e vengono smaltiti come rifiuti convenzionali. Una parte dei rifiuti radioattivi del settore sanitario, invece, conserva la radioattività per lunghi periodi e deve pertanto essere conferita al Deposito Nazionale, qualche decina di mc di manufatti l'anno. Si tratta di rifiuti derivanti dalle attività di laboratorio dei centri di medicina nucleare, quali ad esempio camici, vetri, guanti, contenitori di vario genere contaminati da radionuclidi (principalmente il trizio). Altri esempi sono rappresentati dai rifiuti derivanti dalle sorgenti radioattive (cobalto 60 e iridio 192) che si trovano nei macchinari utilizzati per la cura dei tumori attraverso la radioterapia o nelle sorgenti utilizzate per la calibrazione delle apparecchiature per la diagnosi come la PET (cobalto 57 e germanio 68)Nonostante la legislazione sia molto rigida, secondo alcuni esperti del settore (che hanno chiesto l'anonimato) l'attuale sistema di smaltimento rappresenta delle criticità.

"Che senso ha - sostengono questi esperti - smaltire e stoccare tutti i rifiuti così come sono? Il costo è di circa 200 mila euro a metro cubo, se si conferiscono i rifiuti tout court si rischia in breve tempo di riempire il deposito. Sarebbe molto meglio sottoporli a una pre combustione controllata per ridurne il peso e il volume, e dunque i costi di stoccaggio. E poi trattare e conferire nel Deposito Nazionale solo le ceneri. Esistono strutture che svolgono queste procedure di incenerimento in Belgio e in Inghilterra, ma al momento questa strada del cosiddetto pre-trattamento non è stata ancora presa in considerazione nel nostro Paese".