Perché l'amore di Tesla (e Musk) per il Bitcoin rischia di far male all'ambiente

Il sistema di validazione delle transazioni e di produzione della criptovaluta è estremamente energivoro. E più salgono le quotazioni, più i “miner” si mettono all’opera consumando elettricità come fossero il trentesimo paese del mondo
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MENTRE lancia un maxipremio per le tecnologie dedicate alla cattura di CO2, Tesla di Elon Musk torna a investire prepotentemente sul Bitcoin, la criptovaluta con cui in futuro accetterà anche di vedersi pagare le proprie vetture elettriche. Ma che non è esattamente campionessa di risparmio energetico: già un paio di anni fa un gruppo di ricercatori dell'università tecnica di Monaco e del Mit di Boston avevano calcolato sulla rivista specializzata Joule il peso dell'intero processo informatico legato alla generazione dei bitcoin, noto come "mining", paragonandolo a quello di una città come Kansas City o a paesi come la Giordania o lo Sri Lanka in termini di emissioni di gas serra. Ma di studi simili se ne sono letti molti, negli ultimi anni. Questo perché l'estrazione di bitcoin è legata al contributo che ogni "miner" fornisce nel processo di validazione delle transazioni effettuate con la moneta elettronica anonima. Una procedura che richiede hardware specializzati, molta energia elettrica, tempi lunghi e capacità di calcolo imponente. In cambio di questo controllo diffuso, che garantisce la decentralizzazione secondo la logica della blockchain, chi mette a disposizione macchine dedicate ottiene appunto in cambio bitcoin.

Sull'onda dell'amore del fondatore Elon Musk per le criptovalute (è bastata la sola aggiunta dell'hashtag #bitcoin alla sua biografia su Twitter per far salire le quotazioni), il gruppo automobilistico ha investito ben 1,5 miliardi di dollari nella moneta elettronica più scambiata del mondo, in ottica di diversificazione degli asset. E in barba a ogni contraddizione di tipo energetico, anche rispetto alle ultime iniziative come il contest che mette in palio 100 milioni di dollari interamente finanziati dal vulcanico imprenditore attraverso la no-profit XPrize, organizzatrice di un concorso scientifico aperto a innovatori e team in tutto il mondo disposti a trovare un modo per drenare e immagazzinare il diossido di carbonio, ovvero l'anidride carbonica, dall'atmosfera o dagli oceani. Non solo: l'azienda ha appunto anche spiegato che in futuro accetterà Bitcoin come strumento di pagamento dei veicoli. Un doppio passaggio che, di nuovo, ha messo le ali alla criptovaluta, balzata del 10% fino a un nuovo record di oltre 44 mila dollari per unità e portandosi dietro altre monete come Ethereum creata da Vitalik Buterin. Al momento in cui scriviamo, Bitcoin è scambiato a 46.540 dollari: solo il 27 gennaio si muoveva intorno ai 30 mila.

Il problema? Semplice. Quando le quotazioni, sempre estremamente volatili, del Bitcoin salgono il lavoro di "mining" s'impenna di conseguenza. E le sue conseguenze non sono solo virtuali: le ricadute di questa accelerazione si fanno appunto sentire sull'ambiente attraverso emissioni di gas serra legati all'uso intensivo dei computer utilizzati per le validazioni degli scambi e l'estrazione della criptovaluta. Non proprio in linea con la mission di Tesla di "accelerare la transizione del pianeta verso l'energia sostenibile". Semmai, nota The Verge, col suo sostegno al Bitcoin il costruttore di auto elettriche "sta accelerando la crescita di una criptovaluta che assorbe energia in modo piuttosto insostenibile, o almeno inefficiente, solo in base a come è progettata". Tutti i computer coinvolti nel "mining" dei token, cioè dei bitcoin, sono infatti coinvolti in una specie di gara computazionale che consiste nel fornire una risposta specifica, e spesso casuale, ad algoritmi di hash molto complicati. Per provarci, le macchine coinvolte nell'operazione devono effettuare numerosi tentativi: più ne compiono, più aumentano le probabilità di risolverli. Ma ogni volta che tentano una nuova soluzione, usano potenza computazionale e dunque energia elettrica.

Il modello decentralizzato intorno a cui ruota la logica della blockchain nasce per eliminare la necessità di un ente terzo, una parte esterna (pensiamo a una banca centrale) che sovrintenda e certifichi le diverse transazioni. La "catena di blocchi" è un concetto, ancora prima che un meccanismo informatico, che sta già rivoluzionando uno degli ingredienti alla base dei nostri rapporti quotidiani, che siano economici o di altro tipo: la fiducia. Quella fiducia che oggi assegniamo a enti come istituzioni di certificazione o professionisti accreditati possiamo già costruirla fra noi. Validando le nostre relazioni (transazioni, certificati, contratti, garanzie, il meccanismo si usa in ambiti molto diversi, dal comparto alimentare agli smart contracts) attraverso una rete di computer che sarebbe troppo difficile e costoso (anche dal punto di vista energetico) controllare per intero. E per questo a prova di corruzione, sofisticazione e frodi. Insomma, la blockchain su cui si basa anche la rete dei bitcoin è un registro distribuito, decentralizzato e gestito da una rete di server e pc, ognuno dei quali ne possiede una copia aggiornata in tempo reale. Tutto ciò è garantito dalla sicurezza della crittografia alla base. Entro il 2027 il 10% del Pil mondiale transiterà proprio da questi meccanismi e i problemi di dispendio energetico non riguarderanno più solo le criptovalute, fra le prime applicazioni a sfruttare questo sistema distribuito, ma ambiti molto diversi.

Se Bitcoin fosse un paese, aggiunge The Verge, il suo consumo elettrico annuo si piazzerebbe più o meno alla trentesima posizione mondiale. Userebbe appena meno energia della Norvegia e appena di più dell'Argentina, secondo i calcoli del Cabridge Centre for Alternative Finance che traccia e aggiorna il consumo energetico della criptovaluta ideata dal misterioso Satoshi Nakamoto. In questo momento l'assorbimento medio costante del Bitcoin, secondo il Cbeci, sarebbe pari a 14,48 Gigawatt, corrispondenti a un consumo annuo di circa 121,36 Terawatt di energia. Ma sono numeri aggiornati ogni 30 secondi e dallo scorso ottobre la curva del consumo ha ripreso a salire, seguendo l'aumento delle quotazioni e passando da un consumo annuo di 52 Terawatt appunto a oltre 121.

Per ridurne l'impatto, spiega Susanne Köhler, PhD all'università danese di Aalborg, "non sembrerebbe esserci altro strumento che il prezzo". Insomma, se il Bitcoin sale - anche grazie ai ripetuti endorsement dell'uomo più ricco del mondo e delle sue aziende - aumenta anche il lavoro dei "miner", dunque il numero delle transazioni e il consumo energetico complessivo. Se è vero che pc e server che fanno questo lavoro sono diventati nel tempo più efficienti, il problema di fondo rimane ed è legato proprio al meccanismo di base: i quesiti matematici da risolvere si fanno sempre più complessi all'aumentare della capacità computazionale di risolverli.

"Finché il meccanismo non verrà modificato, anche quella situazione non cambierà in futuro - dice Michel Rauchs, ricercatore del Cambridge Centre for Alternative Finance - più alto diventa il prezzo del Bitcoin, più è redditizio minare. Quindi, più miner vorranno partecipare a quella competizione e più elettricità complessiva verrà utilizzata, indipendentemente dall'efficienza energetica dei dispositivi utilizzati". Non a caso sono stati progettati negli anni anche altri protocolli, basti pensare a quello noto come "proof of stake", per garantire la sicurezza delle transazioni senza usare così tanta energia, perché il sistema premia i miner che controllano una maggiore quantità di token. Lo usano Peercoin, bitShares, Nxt, BlackCoin e Cardano.

Per alcuni esperti, come John Quiggin, economista dell'università del Queensland, quella di Tesla è dunque una decisione "da vandalismo ambientale", anche considerando l'attivismo dei miner cinesi che alimentano le proprie macchine con energia ricavata da centrali a carbone (ma anche da centrali idroelettriche), tanto che stabilire con esattezza l'impronta climatica del Bitcoin è difficile. Senza dubbio, però, l'acquisto di 1,5 miliardi di dollari da parte di Tesla aumenta il peso ambientale del gruppo oltre la propra narrazione e, anche se considerato come un investimento, finisce comunque per aumentare l'insieme delle emissioni indirette della società alla pari dell'inquinamento legato alla catena dei fornitori e all'uso dei prodotti commercializzati.