Il traffico illegale

Pappagalli, tartarughe e perfino tigri: che fine fanno gli animali sequestrati dai bracconieri

(foto: Juni Kriswanto/Afp via Getty Images) 
Un business fuori legge che tra fauna e flora selvatiche tocca i 23 miliardi di dollari all’anno a livello globale. In Italia un reato ambientale su quattro colpisce la fauna
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La criminalità ha un debole per gli animali. E la tenerezza non c’entra. Il programma ambientale dell’Onu (Unep) stima che il valore complessivo dei traffici illegali di fauna e flora selvatiche possa toccare a livello globale i 23 miliardi di dollari all’anno. Solo in Europa, nel 2018 ci sono stati più di 6 mila sequestri di fauna e flora selvatici detenuti illegalmente e di prodotti derivati da piante e animali protetti, in crescita del 7% rispetto dell’anno precedente.

Il termometro dell’illegalità a spese degli animali lo tengono Wwf e Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) col nuovo dossier di Traffic, programma congiunto che monitora per la Commissione europea i commerci di specie selvatiche. Oltre settemila i rettili e le pelli di rettili sequestrati nel 2018. Più di mille sequestri tra cavallucci marini, scaglie di pangolini (vi ricorda qualcosa?), ossa di tigre e bile d’orso che senza alcun fondamento scientifico in alcune zone del mondo continuano ad essere considerati rimedi medicali.


Ci sono anche coralli (oltre una tonnellata), uccelli vivi (più di mille esemplari, in particolare pappagalli), avorio (quasi 3.000 campioni per 145 kg di peso, tutti in Gran Bretagna) e poi quasi 2.000 tra trofei e pelli di lupi, tigri e orsi.

"In tutto il mondo, il commercio illegale di animali selvatici è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni perché è considerato un’attività a basso rischio e alto rendimento", spiega Legambiente nel Rapporto Ecomafia 2020. Nel 2017, con l’approvazione del "Piano d’azione dell’Unione europea contro il traffico illegale di specie selvatiche", il commercio illegale di animali selvatici è stato riconosciuto in Europa come una priorità nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata transnazionale. Un traffico che, pensiamo ad esempio all’avorio, "fornendo finanziamenti a milizie e gruppi terroristici nei paesi in via di sviluppo - spiega ancora l’associazione - minaccia la sicurezza internazionale e alimenta i conflitti".

I NUMERI DEL TRAFFICO ILLEGALE. E in Italia? "In Italia ancora oggi chi lucra sulla pelle degli animali selvatici rischia al massimo un’ammenda di poche migliaia di euro, mentre chi lo fa sulla pelle degli animali domestici rischia al massimo un anno e mezzo" denuncia Legambiente. Che parla di un "fragilissimo contesto normativo e culturale", e di forze dell’ordine "con armi spuntate e inefficaci per fermare le diffuse illegalità". Quanto diffuse ce lo dicono i numeri: settemila persone denunciate nel 2019, 2.629 sequestri, 22 reati contro la fauna verbalizzati ogni giorno, 8.088 in tutto (erano 2.200 circa nel 2007). Napoli (696 reati), Roma (429 reati) e Genova (394 reati) le province più interessate. Un reato ambientale su quattro colpisce la fauna, e presuppone (dalla cattura al commercio alla vendita) una filiera criminale organizzata, sia essa di tipo mafioso o meno. Tra cattura e vendita di animali selvatici vivi e morti, pesca di frodo, traffici di cuccioli di cane, mercato illegale di animali cosiddetti da macello e scommesse su corse o combattimenti le stime valutano un volume d’affari di qualche miliardo di euro all’anno.

Ma una volta sequestrati, che fine fanno gli animali? "Vengono portati in uno dei nostri Centri recupero fauna selvatica ed esotica (Crase)", spiega il colonnello Raffaele Manicone, comandante del Raggruppamento Carabinieri biodiversità. I sequestri, prosegue, "avvengono essenzialmente per due motivazioni: maltrattamenti e violazione della Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites)". I centri gestiti dal Raggruppamento Carabinieri per la biodiversità sono dieci – Assisi, Caserta, Castel di Sangro (Aq), Foresta Umbra (Fg), Fogliano (Lt), Isernia, Lucca, Martina Franca (Ta), Pescara e Punta Marina (Ra) – e "oggi accolgono circa 2.000 esemplari tra specie autoctone ed esotiche".



I diversi centri hanno diverse 'specializzazioni': a Castel Volturno ci sono quasi 120 uccelli esotici, soprattutto pappagalli, tra i quali alcuni rarissimi; Magliano de’ Marsi è all’avanguardia per la cura dei grifoni; ad Assisi ci sono 400 tra cervi, daini, cinghiali e rapaci; a Punta Marina (RA) 500 testuggini, Pescara è invece specializzata nel recupero della Lontra. Nei centri "non ci sono solo animali confiscati – aggiunge ancora il colonnello – ma anche, il 60%, animali della fauna autoctona in difficoltà rinvenuti da privati cittadini, associazioni o dai Carabinieri dell’Arma durante il servizio: esemplari feriti, vittime di incidenti o di bracconaggio. Li recuperiamo, li curiamo, e quando riteniamo possibile la loro liberazione in natura, con l’ausilio dei medici veterinari che ci assistono, li lasciamo liberi". Non sempre, purtroppo, gli animali possono tornare liberi: "A volte sono in condizioni così gravi che non possono più riprendere la vita selvatica. Allora li tratteniamo nei centri: con progetti per la conservazione del genoma e programmi di riproduzione".

Quando l’animale maltrattato o oggetto di traffico è ad esempio un grosso carnivoro, un animale esotico, che quindi in Italia sarebbe decisamente lontano dal suo habitat "cerchiamo di trovare ospitalità in centri specializzati come i giardini zoologici: qualche tempo fa abbiamo sequestrato una tigre bianca poi affidata al bioparco di Roma".

 

I 10 centri gestiti dai Carabinieri biodiversità sono visitabili: “Uno dei compiti del Raggruppamento è l’educazione ambientale – ci tiene a sottolineare Manicone – e per questo usiamo i centri di recupero: sia per far conoscere la fauna italiana che per mostrare il dramma del maltrattamento, del commercio illegale e del bracconaggio: vedere pappagalli in gabbia, anche se in voliere molto ampie, e sapere che dovrebbero invece essere liberi in natura, porta ad una importante presa di coscienza da parte dei ragazzi”.
 

La repressione infatti, le multe e i sequestri, non saranno mai sufficienti finché c’è qualcuno che in casa vuole esibire un animale raro o al ristorante ordina piatti a base di specie protette, alimentando così i mercati illegali. È necessario un cambiamento culturale, e la formazione – insieme all’esperienza di pappagalli iridescenti che non potranno mai più volare liberi – può avere un ruolo importantissimo.
 

E mentre l’ultima Legge di Bilancio ha istituito, partendo dalla rete Crase, il Centro nazionale di accoglienza degli animali confiscati, anche la repressione deve disporre di strumenti adeguati: per questo Legambiente chiede di approvare specifici delitti contro la fauna e, per dare solidità giuridica ai nuovi delitti, di inserire il benessere animale nella Costituzione.