Demografia

Il legame tra sovrappopolazione e clima, un rebus da risolvere

(ansa)
Gli esperti discutono se ci sia un rapporto di causa-effetto tra crescita demografica e aumento di emissioni. In alcune aree del mondo le persone sono responsabili per grandi quantità di CO2, in altre meno. L'economista ambientale: "Disuguaglianze di reddito e combustibili fossili i veri nemici dell'ambiente"
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Sembra una equazione semplice semplice: più esseri umani sulla Terra uguale più CO2 nell’atmosfera. Tanto che la crescita della popolazione mondiale (e il conseguente sfruttamento delle risorse naturali) è considerata una aggravante dell’emergenza climatica. Eppure quell’equazione nasconde delle incognite: demografia e riscaldamento globale sono davvero legate da un rapporto di causa-effetto?

Il dibattito è stato riacceso da un articolo del Washington Post intitolato: “It’s wrong to blame ‘overpopulation’ for climate change” (È sbagliato incolpare la sovrappopolazione per il cambiamento climatico). La tesi di fondo è che non siano tutte le persone del mondo a causare l’effetto serra, ma quelle persone (poche e concentrate nei Paesi ricchi e industrializzati) che con i loro stili di vita emettono molta CO2 nell’atmosfera. Il cittadino americano medio ne produce in un anno circa 16 tonnellate, un italiano 5,6, un brasiliano 2,2. Ma se si spulciano i dati dell’Africa Subsahariana si scoprono dati 10 o 100 volte più bassi, come per esempio le 0,06 tonnellate pro capite all’anno prodotte da chi vive in Ciad.

“Una piccola minoranza di persone benestanti produce la maggior parte delle emissioni globali di gas a effetto serra: le loro abitudini di consumo hanno un impatto molto maggiore rispetto al numero complessivo della popolazione”, ha spiegato al Washington Post Anu Ramaswami, ingegnere ambientale presso la Princeton University. “È vero che il pianeta non può sostenere una crescita demografica illimitata. Ma se le persone riescono a capire come moderare i consumi e soddisfare i propri bisogni senza combustibili fossili è possibile per tutti noi vivere in modo sostenibile e bene, anche se in caso di un aumento della popolazione”.

Alle stesse conclusioni era giunto un team internazionale guidato da Massimo Tavoni, economista ambientale al Politecnico di Milano e direttore dello European Institute on Economics and the Environment, con un articolo pubblicato su Nature Climate. “Dal nostro studio emerge che l’innalzamento delle temperature non è innescato dalla crescita della popolazione mondiale, ma dipende piuttosto dal reddito e dall’uso di combustibili fossili”, confermano gli autori.

Anche perché negli ultimi decenni la crescita demografica si è concentrata nei Paesi poveri con bassissime emissioni di CO2 pro capite, mentre quelli ricchi (Italia e Giappone sono il caso estremo) pur avendo tassi di natalità molto bassi sono i principali inquinatori del Pianeta.

I dati delle Nazioni Uniti prevedono che la popolazione mondiale continuerà a crescere fino ad assestarsi su un valore che però potrebbe oscillare tra i 9 e i 12 miliardi di persone. Una differenza non da poco. “Un mondo con 12 miliardi di persone”, dicono i ricercatori italiani, “sarebbe un disastro. E non per l’aumento delle emissioni di CO2. Ma per le condizioni di povertà e disuguaglianze che necessariamente si verrebbero a creare. In uno scenario del genere gli effetti del riscaldamento globale sarebbero ancora più catastrofici”.

La vera equazione che gli studiosi analizzano è la cosiddetta IPAT. Vale a dire, l’Impatto è uguale al prodotto della Popolazione mondiale per l’Affluenza (sostanzialmente il Pil pro capite) per la Tecnologia (o meglio quante risorse sono necessarie per creare una unità di Pil). Per diminuire l’impatto si potrebbe ridurre la popolazione, ma tutti i tentativi su grande scala sono stati fallimentari, a cominciare da quello cinese che ha generato infanticidi e alcuni milioni di maschi in più rispetto alle donne.

Inoltre, come si è detto l’effetto sarebbe minimo visto che i Paesi inquinatori hanno già frenato la loro crescita demografica. Si potrebbe incidere sulla A, ma vorrebbe dire ridurre la ricchezza e dunque il tenore di vita nei Paesi occidentali. Non resta che puntare sulla T, la tecnologia: migliorarne l’efficienza in modo che si produca la stessa ricchezza usando meno risorse. È la grande sfida degli anni a venire. Come ha ricordato anche il recente rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia: se sapremo innovare riusciremo a consumare l’8% di meno rispetto a oggi anche in un mondo che avrà due miliardi di abitanti in più.