Sostenibilità

Un terzo delle emissioni viene dal nostro cibo

Finora nella contabilità ambientale dell'agricoltura si calcolava solo la produzione, mentre va considerata l'intera filiera, dal trasporto al confezionamento, dall'elaborazione alla gestione dei rifiuti

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A meno che non sia raccolto nel proprio orto, il cibo che arriva in tavola ogni giorno spesso contribuisce al riscaldamento globale. Non è il caso di mettersi a dieta pane e acqua perché non cambierebbe molto ma è necessario sapere che la produzione alimentare pesa per circa un terzo sulle emissioni globali di gas serra in atmosfera.

Nella contabilità ambientale, fino a ieri, si calcolava solo l'inquinamento sul campo, cioè quello prodotto nelle fattorie o nelle coltivazioni. E, tutto sommato, sembrava che l'agricoltura e il cibo fossero marginali rispetto ad altre attività umane come l'industria pesante. In realtà, non è così: la catena che lega l'alimentazione ai cambiamenti climatici è molto più articolata e supera il perimetro dell'azienda agricola. Nel saldo bisogna inserire i trasporti, l'eventuale manifattura, la conservazione, la gestione dei rifiuti e perfino il confezionamento. Aggiungendo queste e altre categorie, il cibo diventa tra i principali imputati dell'aumento delle temperature come ha dimostrato un recente studio pubblicato martedì 8 giugno sul numero speciale della rivista internazionale Environmental Letters.

Il sistema alimentare sarebbe responsabile di un terzo, e non di un quinto, delle emissioni di gas serra a livello globale. Solo nel 2018 le emissioni di questo comparto hanno superato i 16 miliardi di tonnellate.

"Se si considera l'intera filiera del cibo diventa evidente come i dati rilevati fino a oggi siano sottovalutati. - spiega Francesco Tubiello, primo autore della ricerca e responsabile dell'unità di statistica ambientale della Fao - Le strategie per mitigare gli effetti di questo settore  richiederanno in futuro una serie di soluzioni sostenibili per le attività che precedono e che seguono la produzione agricola, dai fertilizzanti alla refrigerazione fino alla vendita al dettaglio".
 

Mentre sono diminuite le emissioni legate alla distruzione degli habitat per fare spazio a campi e pascoli, sono cresciute a dismisura quelle lungo le filiere legate ai rifiuti e ai consumi energetici che oggi rappresentano circa un terzo dei gas rilasciati dalla produzione alimentare.

Lo studio anche ha rivelato il divario che separa, anche sul fronte delle politiche ambientali, il settore agricolo del cosiddetto primo mondo da quello dei Paesi in via di sviluppo dove si concentra l'80% delle emissioni dovute alle pratiche di coltivazione e di allevamento. Ma sarebbe sbagliato puntare l'indice contro questa parte del mondo perché, in termini di emissioni pro capite, le economie più avanzate, ancora oggi, inquinano quasi il doppio.

"Sarà questa la sfida del futuro per azzerare i gas serra. - prosegue l'esperto della Fao - Da una parte è necessario accelerare i progressi degli ultimi anni sulla progettazione di pratiche sostenibili lungo l'intera catena di approvvigionamento alimentare ma sarà indispensabile anche trasferire queste tecnologie ai  Paesi in via di sviluppo dove la popolazione cresce e i redditi aumentano".

In questo scenario giocano un ruolo fondamentale anche le scelte alimentari, legate per esempio al consumo di carne, che possono incidere sia sull'inquinamento derivato della produzione alimentare che sulla vendita al dettaglio.

 

La nuova analisi, a cui hanno partecipato tra gli altri anche la Columbia University e l'Agenzia internazionale per l'Energia, presenta anche uno spaccato sulle emissioni del trasporto alimentare, aumentate di quasi l'80% dal 1990 a oggi, e delle tonnellate di gas serra derivate dall'uso di energia fossile, cresciute del 50% negli ultimi trent'anni.

I nuovi parametri di calcolo offerti dallo studio serviranno anche ad aggiustare il tiro negli inventari delle emissioni realizzati su base periodica dai Paesi che aderiscono alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Questi rapporti sono la chiave di accesso al Green Climate Fund, una cassaforte finanziaria istituita nell'ambito della Convenzione a cui finora hanno contribuito soprattutto Stati Uniti (prima dell'era Trump) e la Norvegia, per premiare e sostenere gli sforzi dei Paesi in via di sviluppo nella lotta ai cambiamenti climatici.