Biodiversità
La mappa di una parte del fondale nell'Oceano Pacifico (Gebco) 

Alla scoperta dei fondali oceanici: mappato più del 20% del Pianeta

Il progetto “Seabed 2030” mira a raggiungere il 100% di copertura in dieci anni. Grazie anche al contributo dei privati e all’apporto della robotica

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Tassello dopo tassello, i fondali degli oceani di tutto il mondo - la cui conoscenza è, da sempre, una delle sfide più appassionanti per l’uomo - continuano a rivelarsi all’occhio degli scienziati. Risulta mappato, ad oggi, il 20,6% della superficie sommersa, con un aumento piccolo (complice la pandemia) ma significativo rispetto al 19% dello scorso anno: su dimensioni così estese, tuttavia, anche il +1,6% costituisce un plus importante, pari alla metà della superficie degli Stati Uniti.

Il merito è del progetto “Seabed 2030”, al quale collaborano la Nippon Foundation e la General Bathymetric Chart of the Oceans, conosciuta anche con la sigla GEBCO, i cui progressi sono stati ufficializzati il 21 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’idrografia.

Il proverbiale bicchiere è mezzo pieno, benché i fondali di quattro quinti degli oceani del pianeta non siano ancora stati sondati. “Tutti i dati sono importanti per continuare a comporre questo gigantesco puzzle, sia che provengano da una flotta di navi ad alta tecnologia, sia che arrivino da un semplice diportista”, sottolinea alla BBC il direttore del progetto, Jamie McMichael-Phillips, esortando chiunque esca per mare ad attivare l’ecoscandaglio, collegandolo al GPS.

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Così la cosiddetta citizen science potrebbe aiutare a raggiungere il 100% di copertura entro il 2030, un obiettivo ambizioso ma alla portata del progetto. Del resto, quando – appena quattro anni fa - Seabed 2030 fu lanciato, appena il 6% degli oceani era stato “mappato” secondo gli standard moderni. E se governi, imprese e istituti di ricerca rilasceranno i dati attualmente sottoposti a embargo, l’accelerazione potrebbe essere significativa: i server privati conterrebbero una preziosa mole di dati sulla batimetria dei fondali di tutto il mondo.

In più c’è il lavoro di ricerca di navi come la RRS Sir David Attenborough, di proprietà del Natural Environment Research Council, gestita – a fini di ricerca e di logistica – dalla British Antarctic Survey: una nave attrezzata per mappare milioni di chilometri quadrati di fondale, la cui attività nell’ultimo anno è stata evidentemente ridotta a causa delle normative anti-Covid.


Non meno significativo è l’apporto di realtà come la Pressure Drop, che con il progetto “Five Deeps Expedition” sta ampliando la conoscenza degli abissi mappando i punti-chiave dei cinque oceani e restituendo nuovi e interessanti dati sulla loro batimetria, confluiti in un articolo pubblicato qualche settimana fa sulla rivista scientifica Geoscience Data Journal: tra il 2018 e il 2019 la spedizione ha mappato circa 550 chilometri quadrati di fondale marino, di cui il 61% relativo ad aree mai esaminate prima. Un progetto affascinante, nato dall’ambizione dell’esploratore texano Victor Vescovo.


Ma perché è utile mappare nel miglior modo possibile i fondali degli oceani? I motivi sono molteplici: per la navigazione, per la posa di cavi e condotte sottomarine, per la gestione della pesca e la conservazione degli stock ittici (è proprio nei canyon sottomarini, del resto, che la fauna selvatica tende a concentrarsi, formando veri e proprio hotspot di biodiversità). E ancora: per studiare le dinamiche delle correnti oceaniche. Aiutando a prevedere i cambiamenti climatici, su cui incidono notevolmente le temperature degli oceani.

E un grande aiuto per la conoscenza dei fondali potrebbe arrivare dalla robotica: sono sempre più diffuse, del resto, le navi senza equipaggio. E c’è chi, come Fugro - una multinazionale con sede in Olanda che si occupa di indagini geofisiche marine - ha avviato una vera e propria flotta veicoli di superficie navale a pilotaggio remoto che utilizzano il SEA-KIT, il robo-boat che si è aggiudicato l’Ocean X-Prize.

“Sono soluzioni che semplificheranno la raccolta dei dati, accelerando i tempi”, sottolinea Ivar de Josselin de Jong, che dirige le ispezioni in remoto per Fugro. “La tecnologia – aggiunge alla Bbc News - fa passi da gigante, oggi siamo in grado di fare cose impensabili fino a dieci anni fa. Gestendo da Aberdeen una nave in Autalia, per esempio. E riducendo i rischi per gli equipaggio”.

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E proprio qualche giorno fa il progetto “Seabed 2030” ha stipulato un accordo di cooperazione con l’Ufficio Idrografico del Regno Unito e Teledyne Caris, uno dei principali sviluppatori di software di mappatura marina.  Tutti insieme, appassionatamente, per ampliare la conoscenza degli oceani di tutto il mondo.