Energia

Processo al metano

Per anni è stato considerato come la soluzione energetica del futuro. Adesso è nel mirino dei climatologi

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C’è un nuovo accusato sul banco degli imputati per il riscaldamento globale: accanto al nemico pubblico numero uno, l’anidride carbonica, siede ora anche una molecola fatta da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno, CH4: il metano. Sembra trascorsa un’era geologica da quegli spot televisivi degli anni Ottanta che presentavano il gas naturale come la soluzione energetica del futuro: “brucia bene, lascia l’aria pulita e i cieli azzurri. Il metano ti dà una mano”. Meno di quarant’anni dopo, in piena emergenza climatica, si moltiplicano gli appelli perché si riducano drasticamente le emissioni di metano nell’atmosfera.

Metano, il gas naturale che scalda l'atmosfera

I climatologi hanno infatti compreso come il metano giochi un ruolo persino più importante della CO2 nell’innalzamento della temperatura globale, pur avendo un tempo di permanenza nell’atmosfera di appena un decennio, contro le centinaia di anni dell’anidride carbonica.

L’Unep, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente, in un rapporto pubblicato la scorsa primavera (il Global Methane Assessment) ha esposto chiaramente perché è urgente intervenire.

Per cominciare, il metano è un gas a effetto serra con un potere riscaldante decine di volte superiore a quello della CO2 (alcune stime parlano di 80 volte).

Inoltre la sua concentrazione nell’aria è più che raddoppiata rispetto all’era preindustriale, solo l’anidride carbonica è cresciuta di più nello stesso periodo. Il metano è anche un ingrediente chiave nella formazione dell'ozono troposferico, un potente forzante climatico e un pericoloso inquinante atmosferico, che causa mezzo milione di morti premature all'anno a livello globale e danneggia gli ecosistemi e le colture, sopprimendo la crescita e diminuendo la produzione.

Infine, la concentrazione atmosferica di metano, continua il rapporto Unep, sta aumentando più velocemente che in qualsiasi altro momento dagli anni Ottanta. In assenza di correttivi, si prevede che le emissioni di metano continueranno ad aumentare almeno fino al 2040. E le concentrazioni attuali comportano un innalzamento della temperatura ben al di sopra dei 2 °C, considerati il limite invalicabile dagli Accordi di Parigi.

 

Combustibili, agricoltura, rifiuti

Ma da dove arriva tutto questo gas naturale che finisce in atmosfera contribuendo alla crisi climatica? I settori incriminati sono tre: i combustibili fossili, l’agricoltura e i rifiuti. Nel dettaglio, il 23% del metano di origine “umana” viene emesso durante l’estrazione, la lavorazione e il trasporto di petrolio o di gas naturale (di cui il metano è uno dei componenti fondamentali), il 12% dall’estrazione del carbone, il 20% dalle discariche e dalle acque reflue, il 32% dagli allevamenti di bestiame e circa l’8% da coltivazioni come quella del riso.

Date queste premesse, l’Unep chiede ai governi “misure urgenti per ridurre le emissioni di metano già nel decennio 2020-2030. Potrebbero essere tagliate del 45% in questa decade: tale riduzione eviterebbe quasi 0,3 °C di riscaldamento globale entro il 2045 e sarebbe coerente con l'obiettivo dell'Accordo di Parigi sul clima di limitare l'aumento della temperatura globale a 1,5 °C”.

In effetti, il breve periodo di permanenza del metano nell’atmosfera, rispetto ai secoli della CO2, è un vantaggio, perché una drastica riduzione delle sue emissioni avrebbe effetti percepibili nell’arco di una vita umana e non tra diverse generazioni, come accadrà invece tagliando l’anidride carbonica.

Rimane l’obiettivo ambiziosissimo di quasi dimezzare il metano in dieci anni. Ma come? Naturalmente con l’uso di tecnologie innovative, molte delle quali già disponibili, per il trattamento dei rifiuti in discarica o la gestione delle fermentazioni negli allevamenti. E tuttavia si auspica anche un cambiamento di abitudini da parte dei consumatori, a cominciare da diete meno ricche di carne.

È però il settore dei combustibili fossili quello più nel mirino. Tutti grandi Paesi stanno pianificando una transizione energetica che li porterà ad abbandonare le fonti fossili per rifornirsi di elettricità prodotta dal sole e dal vento. Con il pensionamento di petrolio e carbone sparirà anche il metano associato alla loro estrazione. E tuttavia ci sono nazioni, tra cui l’Italia, che contano proprio sul metano come misura tampone per affrontare una transizione che richiederà anni.

Visti gli allarmi dell’Onu e dei climatologi di tutto il mondo, è la scelta giusta? Il metano è certamente il più “pulito” tra i combustibili fossili. Se per produrre energia si brucia gas naturale, infatti, si generano 0,2 kg di CO2 per ogni kWh, contro gli 0,26 del petrolio e gli 0,34 del carbone. Ma, per quanto bassa, è pur sempre una emissione di CO2 nell’atmosfera.

E poi ci sono le emissioni di metano dovute alle perdite durante le fasi di estrazione, lavorazione e trasporto del gas stesso. Lungamente sottostimate (o taciute dai gestori dei gasdotti), ora stanno venendo alla luce in tutta la loro gravità grazie ai satelliti che dallo spazio monitorano le fughe di metano. Gli ultimi dati parlano di ben 75 milioni di tonnellate di metano disperso all’anno a livello mondiale dal settore fossile. Quindi, se proprio si vuole continuare a bruciare metano, che almeno lo si faccia viaggiare in condotte che non lo lascino sfuggire in atmosfera. Non a caso, lo scorso aprile, il Senato Usa ha votato per ripristinare una norma dell’era Obama, poi abolita da Trump, che poneva rigorosi limiti alle emissioni di metano, imponendo ai gestori dei gasdotti controlli continui sui loro impianti e interventi immediati in caso di perdite.

Tassonomia green

Dall’altra parte dell’Atlantico, qui in Europa, il metano è stato al centro di un lungo braccio di ferro che stava per concludersi con un nulla di fatto e il cui esito non è ancora chiaro. All’interno della Ue si è discusso a lungo prima che la Commissione di Bruxelles rendesse nota la cosiddetta “tassonomia” degli investimenti green: una sorta di vademecum a uso dei governi nazionali perché fosse chiaro quali spese, all’interno dei Recovery Plan, sarebbero state considerate “verdi” (e dunque finanziabili dall’Unione) e quali no.

Ebbene solo su due punti lo stallo è stato tale da imporre un rinvio: l’energia nucleare e il gas naturale. “L'accordo politico odierno non include né esclude il gas dalla tassonomia della Ue. Questo sarà invece oggetto di una valutazione tecnica per lo sviluppo della normativa delegata”, si ammette candidamente sul sito della Commissione europea. Ricostruzioni giornalistiche attribuiscono il rinvio della decisione al pressing di grandi compagnie fossili, come la BP e la nostra Eni, e di nazioni fortemente dipendenti dal metano, come appunto l’Italia.

Pressing il cui successo è stato solo parziale: visto che la Commissione ha bocciato in extremis le misure pro-metano contenute nel Pnrr italiano.

“In attesa che venga approvata la versione finale della tassonomia ‘green’”, spiega un funzionario Ue a Bruxelles, “si applica l’art.17 del regolamento quadro sugli investimenti che non devono arrecare danni significativi all’ambiente: proprio questo articolo ha consentito alla Commissione di tagliare dal Pnrr di Roma tutte le misure a sostegno del gas fossile”.

 

Il metano 'buono'

C’è però un metano buono, quello bio. L’idea è di lasciare nel sottosuolo, con tutto il suo carico di carbonio, quello che si estrae normalmente a fini energetici. E di catturare invece quello prodotto artificialmente nelle discariche e nell’agricoltura per farne un combustibile.

“In questo modo si ha un doppio vantaggio”, spiega Marialuisa Volta, docente di Sistemi di controllo nel Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Brescia. “Si impedisce al bio-metano di raggiungere l’atmosfera e lo si trasforma in energia, con emissioni di carbonio ridotte rispetto a quelle degli altri combustibili fossili”. Emissioni che magari potranno essere neutralizzate del tutto con sistemi di cattura e stoccaggio. “Il bio-metano è un perfetto esempio di economia circolare: si recuperano gli scarti della zootecnia, i rifiuti organici, i fanghi di depurazione e li si trasforma in energia”, spiega la professoressa. “La provincia di Brescia è quella della Pianura Padana in cui si allevano il maggior numero di bovini. Per questo abbiamo avviato un progetto di ricerca, finanziato anche con fondi europei, per verificare la fattibilità del recupero del biogas”.

Cruciali sono degli impianti, chiamati digestori, che attraverso popolazioni di batteri, scompongono i rifiuti e ne estraggono metano. “Purtroppo”, dice Volta, “una serie di ostacoli normativi ne rendono complessa la realizzazione. E neppure i cittadini li accettano volentieri sui loro territori”. Ma una scelta andrà fatta: se si deciderà di lasciare sottoterra il metano fossile, occorrerà quello “bio”. “Prendiamo i trasporti”, conclude Volta. “Anche quando l’elettrificazione del parco automobili sarà stata completata, ci saranno i mezzi pesanti o le macchine agricole che non potranno essere alimentate da batterie”. Allora sì che il bio-metano potrebbe darci una mano.