Alimentazione

Carne, CO2 e salute: se Big Meat mente come Big Tobacco

Macello in Francia. Getty 
Sminuire il contributo alle emissioni di gas serra, negare gli effetti sulla salute, sollevare dubbi sulle diete a base vegetale, minimizzare gli effetti dell'allevamento industriale sull'ambiente: le tattiche di comunicazione dei grandi produttori sotto accusa
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Le compagnie del tabacco hanno per anni nascosto le informazioni sui danni del fumo e l'evidenza che provoca il cancro. Sono il caso più noto e clamoroso di disinformazione corporativa, volta a creare apposta confusione e a cercare di rimandare leggi e regolamenti, ma non è l'unico. Secondo Desmog, una realtà inglese che si occupa di cambiamento climatico, la stessa strategia viene messa in atto in questo momento dalle compagnie che producono e vendono carne.

Una indagine che il gruppo ha effettuato ha analizzato le tattiche di comunicazione adottate da 10 dei principali produttori e dai loro gruppi industriali. Ciò che ne risulta è che viene costantemente sminuito il contributo alle emissioni di gas serra, negati gli effetti sulla salute umana, sollevati dubbi sulle diete a base vegetale, minimizzati gli effetti dell'allevamento industriale su uomo e ambiente. Le strategie sono diventate più raffinate: non si dubita che esista il cambiamento climatico, ma si nega che esista una catena causale.

La produzione di prodotti animali, carne e latte, corrisponde al 14,5% delle emissioni globali. Numerose ricerche scientifiche hanno sottolineato l'importanza del cambiamento di dieta. Uno studio apparso su Science sostiene che per avere la speranza di poter mantenere i limiti fissati dall'Accordo di Parigi, che limita l'innalzamento della temperatura a 2 gradi, il sistema di produzione del cibo deve drasticamente cambiare. Anche se smettessimo di usare i combustibili fossili non otterremmo grandi risultati se non intervenissimo anche su quello che si mangia.

Purtroppo il mito della carne che fa crescere e rende l'uomo forte è molto radicato. Ha provato a smantellarlo il film The game changers (2019) che racconta i successi di numerosi atleti vegani, tra cui Patrik Baboumian, che ha battuto il record mondiale per il maggior carico mai “trasportato” da un uomo, camminando per 10 metri con 560 kg,  Arnold Schwarzenegger, la velocista Morgan Mitchell, Dotsie Bausch, l'atleta più anziana che ha mai vinto una medaglia alle olimpiadi.

Desmog ha fatto notare che due dei gruppi principali, l'Animal Agriculture Alliance americana e la francese International meat segretariat, hanno pubblicamente criticato la scienza, tra cui un autorevole rapporto dell'Università di Harvard. Il documento affermava che mangiare meno carne fosse un bene per noi e per il Pianeta, e l'unico modo per permettere in futuro di sfamare una popolazione di 10 miliardi di persone. È stato tacciato con accuse che si sentono spesso: troppo di élite, di parte, non scientificamente corretto.

La Aaa ha dichiarato che l'allevamento americano è un modello per il resto del mondo, sostenendo che è responsabile solo del 4% delle emissioni del Paese. La Environmental Protection agency americana però non la pensa nello stesso modo: non viene calcolato infatti l'uso della terra.

Tyson Food (Usa), Danish Crown (Dk), Vion (Nl) e Jbs (Br) hanno ripetutamente riportato in modo errato le loro emissioni, sempre inferiori a quelle calcolate da agenzie non governative. Nel 2020, the Danish Crown ha lanciato numerose campagne via televisione, radio, giornali insistendo che i maiali erano più sostenibili di quanto non si pensi e li ha etichettati come controllati climaticamente. A causa delle critiche ha poi rinunciato. La Jbs, della quale fa parte in Italia il produttore di bresaole Rigamonti, è stata responsabile di ampie deforestazioni in Amazzonia. Una inchiesta di Guardian, Reporter Brasil e Bureau of investigative journalism ha portato alla luce le fotografie effettuate da un autista che provano un traffico di bovini da aziende agricole in teoria bloccate in seguito ad atti di deforestazione, verso aziende “pulite”.
Eppure Jbs ha annunciato l'intenzione di arrivare a emissioni zero entro il 2040.

Non sono solo i produttori ad agire in questo modo. Nell'inverno 2020 l'Unione europea ha finanziato con 3,6 milioni di euro una campagna promossa da Provacuno, l'organizzazione spagnola del manzo, e dalla sua omologa belga Apaq-Vlaam. Si chiamava Become a Beefatarian, diventa mangiatore di carne bovina, È stata rivolta al mercato di Francia, Germania, Portogallo e Spagna, Paesi dove il consumo di carne rossa è già abbondante e oltre i limiti consigliati dai medici. Il richiamo alle campagne che promuovono il consumo di vegetali era palese.

L'evidenza che la produzione di carne ha un imponente impatto ambientale è ormai sotto agli occhi di tutti, stanno arrivando numerose alternative come gli hamburger di legumi e il fatto che le tendenze vegane e vegetariane stiano nettamente crescendo, evidentemente preoccupa. L'Eurispes, nel 2020 ha stimato che l’8,9% della popolazione italiana consuma cibo vegetale. Un massimo storico che indica che non si tratta più di una moda, ma di un comportamento radicato.
Spesso, per cercare di salvare il consumo di carne, vengono messi in contrapposizione gli allevamenti industriali con quelli in cui le mucche vengono alimentate con fieno e foraggio, sottolineando che questo sistema, apparentemente più naturale, non ha lo stesso impatto negativo. Ma, nonostante i produttori abbiano detto che gestendo gli animali in modo corretto si possono sequestrare tonnellate di carbonio nel suolo, uno studio dell'Università di Oxford ha chiarito che il problema sono le emissioni attraverso i rutti e le deiezioni, che rendono comunque questi animali potenti emettitori.
Nonostante queste informazioni, il consumo di carne continua ad aumentare. È quadruplicato negli ultimi sessant'anni e secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico continuerà a crescere.