Economia

Il turismo scopre la miniera d'oro della biodiversità

Turisti nel Parc National des Écrins 
Nel 2019, ultima stagione senza pandemia, l'ecoturismo globale ha generato introiti per 92,2 miliardi di dollari e si stima saranno 103,8 miliardi entro il 2027. L'esempio della Provenza, dove si svolgerà il prossimo congresso mondiale Iucn
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Ritenuta per molti anni materia di studio per soli scienziati, la biodiversità è sempre di più un tesoro da scoprire oltre che una ricchezza inestimabile da tutelare. Lo sanno bene quei Paesi che, consci dell’attrattività che un ricco patrimonio naturale suscita nelle persone, hanno investito nella sua tutela e conservazione. Con il turismo internazionale che coinvolge 1,2 miliardi di turisti e genera 1,5 trilioni di dollari all'anno, il potenziale del turismo per aiutare a promuovere e sostenere la biodiversità è infatti colossale e porta benefici multipli. Nei paesaggi ricchi di biodiversità, l’ecoturismo può essere una fonte importante di reddito e di occupazione per le comunità locali, fornendo loro un forte incentivo a proteggere la biodiversità. D’altro canto, la ricchezza naturalistica, se ben conservata, gestita e protetta, soddisfa le esigenze dei turisti, genera educazione, rispetto e conoscenza, e crea spesso un flusso turistico “di ritorno”.

Secondo un recente report pubblicato da Allied Market Research, il valore di mercato globale dell'ecoturismo nel 2019, ultima stagione senza pandemia,  è stato pari a 92,2 miliardi di dollari e si stima ne genererà 103,8 miliardi entro il 2027. Un gruppo di ricercatori ha inoltre messo in luce come a un incremento dell’1% di biodiversità nelle aree protette, corrisponda un aumento dello 0.87% di turismo. In un momento storico caratterizzato da molteplici crisi concatenate e consequenziali - economica, ecologica e sanitaria - la conservazione della biodiversità ha sempre più bisogno di identificare meccanismi di finanziamento sostenibili, al di fuori del settore pubblico e del volontariato e, in questo, il turismo può rappresentare la chiave di volta.

Ecoturismo: il caso della Provenza

Sembra averlo capito la Francia, e in particolare la Provenza. Una regione che l’immaginario comune riconduce ai campi di lavanda o alle mete d’elite sulla Costa Azzurra dove, seduti al sole, si può sorseggiare un Pastis tra turisti nostalgici della belle vie, e che invece ha saputo approfittare di un momento storico in cui le persone hanno riscoperto i benefici per il corpo e la mente che la natura sa regalare. I numeri parlano chiaro: patria del 6% della biodiversità del paese e di ben 4 degli 11 parchi nazionali, la regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra (PACA) accoglie ogni anno 13 milioni di turisti e, in particolare, il Dipartimento della Bouches-du-Rhône, o Bocche del Rodano, è la meta d’elezione per più di 9 milioni di turisti ogni anno, principalmente tra i mesi di maggio e ottobre impiegando direttamente o indirettamente circa 50.000 persone.

All’interno dei suoi 17.000 ettari di aree naturali sensibili, 438 chilometri di costa e 30 siti registrati nella rete europea Natura 2000, il Dipartimento ospita il 65% della flora francese e 31 specie endemiche, ossia esclusive di quel territorio. Un risultato ottenuto grazie ad una politica proattiva in forze fin dagli anni '60. La stessa Marsiglia, capoluogo di regione e dipartimento, nonché primo porto di Francia, è diventata negli ultimi anni sostenitrice di un turismo diverso, lento, e attento alle scelte.

Nota ai più per la sua mixité urbanistica, la tradizione culinaria e le innumerevoli contaminazioni culturali, Marsiglia è tra le città di Francia con il maggior numero di strutture ricettive candidate ad ottenere la clef verte, il principale eco-marchio nazionale sviluppato nel 1998, e parte del suo territorio, incastonato tra colline e mare, ospita il Parc national des Calanques, istituito nel 2000 e noto per essere il primo parco marino periurbano e terrestre d'Europa.

Per tutti questi motivi, Marsiglia è stata scelta per ospitare il prossimo congresso mondiale dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (International Union for Conservation of Nature - IUCN) organizzazione che ha, tra i suoi obiettivi principali, quello di “persuadere, incoraggiare ed assistere le società di tutto il mondo a conservare l'integrità e la diversità della natura”. II congresso, atteso dal 3 all’11 settembre 2021, è stato definito da Matthias Fiechter, addetto stampa di IUCN, “un evento decisivo che ricade in un momento critico”. Una visione condivisa da Thomas Brooks, Chief Scientist di IUCN che avverte sull’importanza di lavorare sulle cause della grave perdita di integrità biologica che sta vivendo il Pianeta e che sono da ricercare nella “distruzione, degradazione e frammentazione degli habitat - causate da un modello di sviluppo agricolo insostenibile e da un’urbanizzazione in continua espansione - sovrasfruttamento diretto e indiretto, inquinamento e diffusione di specie aliene invasive. Minacce esacerbate e destinate ad intensificarsi sempre di più a causa dei cambiamenti climatici e che avranno un effetto a cascata sull’uomo e sulla maggior parte dei settori economici.

Infatti, se è vero che la biodiversità ha un valore in sé, e la sua tutela dovrebbe essere un imperativo prima di tutto morale, oltre che categorico - a voler citare il noto filosofo Immanuel Kant - è indiscutibile che abbia anche un valore intrinseco difficilissimo da calcolare e, per questo, per molto tempo l’importanza che la sua tutela ha avuto e ha per l’economia globale è stata ignorata. A darle un valore in termini monetari, ci ha provato, per la prima volta nel 1997, Robert Costanza, padre dell’ecologia, che insieme ad un gruppo di ricercatori ha stimato il valore economico di tutti i servizi ecosistemici - ossia i benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano - come pari a circa 33 trilioni di dollari all’anno, a fronte di un Prodotto Interno Lordo globale che, nel 1997, ammontava a 31.44 trilioni di dollari.

Poiché, dunque, i servizi ecosistemici e la biodiversità sono vitali per il turismo, è importante che i paesi di destinazione ed il settore turistico ad ampio raggio si assumano il ruolo di responsabilità che compete loro proteggendoli come beni preziosi e contribuendo alla loro tutela a lungo termine. Un compito che, in virtù della sua importanza richiede un’azione coordinata, partecipata e condivisa tra i molteplici attori del territorio e supportata da piani di sviluppo nazionali, regionali e locali.

Lo sanno bene i viticoltori della Provenza che hanno fatto dell’agricoltura biologica e della tutela del territorio e delle sue risorse un impegno quotidiano e “non per questioni di marketing ma perché a richiederlo è la mia terra e ho una responsabilità verso di lei e verso le persone che bevono il mio vino”, come spiega Peter Fisher, proprietario di Château Revelette, vigneto certificato bio dal 1985. Un senso del dovere, del rispetto e dell’etica che sembra essersi espanso a macchia d’olio in tutto il territorio, dai ristoratori ai gestori delle riserve naturali, come quella del Monte Sainte-Victoire, il massiccio vecchio di 150 milioni di anni tanto caro a Paul Cézanne, fino agli ultimi produttori di oli essenziali con il metodo tradizionale, come Eric Garcin, sindaco di Jouques. Promuove con affetto la sua terra e la sua gente, raccontando di voler convertire i metodi di produzione dell’intero territorio al biologico e l'agroecologia, una filosofia nata alla fine del XIX secolo che implica nell’attività agricola la gestione di una molteplicità di elementi oltre alle colture e l'allevamento, e la cui produzione si basa su input disponibili localmente e che prevedono il riciclo dei nutrienti.

Diceva John Muir, fondatore della più antica e grande organizzazione ambientale degli Stati Uniti, il Sierra Club, che “in ogni passeggiata nella natura l'uomo riceve molto di più di ciò che cerca”. Una consapevolezza che, come dimostrato, negli ultimi due anni e complice l’emergenza sanitaria, stanno abbracciando in molti, dagli operatori del settore a coloro che, nella natura hanno imparato a dare sfogo al desiderio di scoperta e avventura, traendone effetti positivi per il corpo e per la mente. Un rapporto mutualistico, quello tra biodiversità e turismo, che sembra destinato a durare a lungo, in Provenza come nel resto del mondo e dal quale, entrambi gli attori in gioco possono trarne benefici durevoli.