Il libro
Una delle mappe dell'atlante. Le variazioni del rischio di turbolenze nei viaggi aerei New York-Londra tra il 2050 e il 2080. Atlasoftheinvisible.com 

L'Atlante dell'invisibile. La nuova cartografia capace di mostrare la crisi climatica

È appena uscito il nuovo libro del geografo James Cheshire e del designer Oliver Uberti. Una collezione di mappe basate sui dati che svelano quel che sta accedendo al nostro pianeta

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"Per secoli gli atlanti hanno raffigurato quel che le persone potevano vedere a occhio nudo: strade, fiumi, montagne. Ma oggi abbiamo bisogno di mappe differenti, che includano i fenomeni invisibili che modellano le nostre vite, iniziando dal cambiamento climatico". James Cheshire, geografo inglese di 35 anni in forza alla University College London, racconta così il suo ultimo libro realizzato con Oliver Uberti e intitolato Atlas of the invisible. Una collezione di cartine, testi e di grafici che aiutano a vedere quel che non è osservabile se non attraverso i dati.

Dal 2017, lo strumento di monitoraggio troposferico (Tropomi) dell'Agenzia spaziale europea (Esa) ha fornito letture globali giornaliere dei livelli di biossido di azoto, anidride solforosa e particolato nell'atmosfera. Qui i picchi di biossido di azoto in uno dei giorni più caldi del Nord Europa nel 2019. Il trasporto aereo è in gran parte responsabile della scia nociva tra Amsterdam e Londra; le Alpi fanno sì che gli inquinanti industriali si riversino sul Nord Italia; Marsiglia ha bisogno di una brezza robusta per dissipare i fumi delle navi da crociera; e le condizioni di alta pressione possono mantenere i gas di scarico urbani vorticosi sul Regno Unito. Fonte: COPERNICUS SENTINEL-5  
Si va dai tassi di inquinamento atmosferico ai grandi movimenti della popolazione verso le città, dalla densità abitativa di una metropoli quartiere per quartiere all'aumento delle emissioni di luce sulle coste del Mediterraneo. E ancora: i picchi delle temperature degli oceani e sulla terraferma, la concentrazione della ricchezza o della povertà, l'accesso agli smartphone, i livelli di felicità registrati dalle Nazioni Unite. Il tutto suddiviso in quattro sezioni fra passato presente e futuro. È una nuova geografia adatta a una società che ormai le sfide più grandi le affronta nel digitale e nel tentare di preservare il Pianeta, campi nei quali l'approccio cartografico tradizionale ha armi, o meglio, modalità di rappresentazione poco adatte.

James Cheshire 

"Questa alle mie spalle? È una mappa della Francia di inizio XX secolo. Mostra la concentrazione sul territorio di coloro che usavano il treno". Cheshire, in collegamento dalla sua casa di Londra, indica la cartina che è appesa al muro. Vicino c'è una carta della metropolitana e un'altra molto accurata di una valle fra i monti della Svizzera. Sul divano, un cuscino con un planisfero stampato in bianco e nero.

"Buona parte dell'ispirazione che è alla base del libro viene da alcune mappe ottocentesche e novecentesche come quella che ho qui", prosegue il geografo. "Con la rivoluzione industriale nacque l'esigenza di fotografare un mondo che era in forte trasformazione. Se devo pensare a un'opera che rappresenta questa evoluzione, il primo che mi viene in mente è Kosmos, l'opera del naturalista Alexander von Humboldt pubblicata nel 1845. Con il suo collega Heinrich Berghaus, diede vita al Physikalischer Atlas le cui mappe furono poi usate per illustrare il volume".

Allora non era più questione del dove e a chi apparteneva, ma del quando e del perché. Come il clima influenza il modo di vestire ad esempio, perché una regione è più condizionata dai venti che dalla latitudine e perché la vegetazione varia secondo l'altitudine. Era un atlante basato sui dati e su nuove scienze come la meteorologia. All'inizio del XX secolo divenne poi relativamente comune unire statistica e geografia anche se si trattava di operazioni lunghe e molto costose. "Oggi però abbiamo i computer e raccogliamo sempre più dati", spiega Cheshire. "Da questo punto di vista Atlas of the invisible è in qualche maniera inevitabile in un'epoca come la nostra".

Flussi di ghiaccio. La cupola di neve e ghiaccio della Groenlandia, quasi 100 ghiacciai drenano da una cresta centrale. Le valli tortuose a est rallentano le loro velocità, mentre le nevicate più pesanti nel nord-ovest sovraccaricano una corsa dritta verso il mare. Su questa mappa i colori più caldi indicano un movimento più veloce. La Groenlandia ha circa 5.000 gigatonnellate in meno di ghiaccio rispetto a vent'anni fa. Parte del problema è che una volta che lo scioglimento inizia è difficile fermarlo. Pozze di acqua calda alla fine filtrano nel ghiacciaio. Questo ammorbidisce la sua base, accelerando lo scorrimento verso zone più basse e calde dove il ghiaccio si ammorbidisce ulteriormente e scivola ancora più velocemente. Fonte: NASA/JPL-CALTECH; CENTRO GEOSPAZIALE POLARE; NASA LCLUC  
Ogni epoca ha infatti avuto la sua cartografia non sempre facile da decifrare. Nel più antico mappamondo, quello di Sippar inciso su una tavoletta fra il 500 e il 700 a.C., si fa fatica perfino a capire che il disegno è una mappa. Non lo comprese nemmeno l'archeologo che lo rinvenne nel 1881, Hormudz Rassam. Se ne resero conto al British Museum venti anni dopo, quando riesaminarono il reperto scoprendo che era una rappresentazione astratta di come i babilonesi vedevano il mondo. Aveva al centro, ovviamente, Babilonia. In seguito Tolomeo nella sua Geografia contò nelle terre conosciute che andavano dall'India alla Spagna circa ottomila luoghi e città e calcolò la circonferenza terrestre, sbagliando. Al-Idrisi, nel Libro di Ruggero del 1154 dedicato al suo sovrano, il re normanno di Sicilia Ruggero II, disegnò un planisfero privo di qualsiasi traccia di opera umana. Opere, iniziando dalle città, che invece erano presenti nella grande mappa della Terra voluta dal califfo abbaside Al Ma'mun, una delle più complete del suo tempo, che però è andata perduta. Nel saggio La storia del mondo in dodici mappe di Jerry Brotton, esperto di storia della cartografia e professore di studi rinascimentali alla Queen Mary University, si parte da Sippar per arrivare a Google Earth e Google Maps e agli algoritmi che gestiscono i due servizi. Analizzano in dettaglio come le persone li usano e come si spostano generando a loro volta un'altra geografia, in divenire, basata sugli utenti.    


"Usare i dati significa spesso poter vedere l'inaspettato", racconta l'autori di Atlas of the invisible. "Sono rimasto sorpreso ad esempio dalla mappa sull'innalzamento del livello del mare. Credevo fosse uniforme. E invece, per una serie di ragioni che comprendono la fisica come le correnti e la temperatura, in alcune aree come le Isole Marshall, il livello si è alzato del doppio rispetto alla media".
 

Nel volume precedente, L'atlante della vita selvaggia. 50 grafici per scoprire i movimenti e le migrazioni degli animali pubblicato anche in Italia, Cheshire e Uberti oltre a mappare i movimenti migratori hanno aggiunto alcune delle cause di quelle migrazioni, dai venti alla disponibilità di cibo, formando carte geografiche a più livelli come in fondo aveva cercato di fare von Humboldt. "Il punto è che questa nuova cartografia basata sui dati, che guarda alle cause, porta spesso a porsi più domande di quante risposte dia. E così fornisce un'idea della complessità di quel che si sta guardando. Le mappe servono da sempre a questo: aiutare a navigare in un mondo complesso".

Un mare in tempesta. In questa mappa gli oceani del mondo come un corpo idrico interconnesso. Negli ultimi cinquant'anni questa singolare massa ha conservato più della sua giusta quota del calore in eccesso intrappolato dalle emissioni di gas serra. Di conseguenza, le temperature superficiali del mare stanno aumentando rapidamente. Nel 2019, le acque dell'Artico hanno superato la loro media storica di sette gradi. L'acqua più calda pompa più umidità nell'aria e interrompe le correnti atmosferiche, portando a tempeste più grandi, più forti, più lente e più umide. Anche il numero di cicloni tropicali in tutto il mondo è aumentato, con molte delle tempeste più devastanti che si sono verificate dal 2005. Fonti: NCEI IBTRACS (HURRICANE TRACKS); NCAR SODA (CORRENTI OCEANICHE)  
Nel caso di Atlas of the invisible, che pecca solo nello spaziare troppo da un campo all'altro, il risultato è stato possibile grazie alle competenze diverse, ma poste sullo stesso piano, dei due autori. Geografo il primo, designer il secondo, insieme hanno messo nero su bianco le informazioni sfruttando una forma di raffigurazione evoluta. Con una premessa iniziale, che va tenuta in conto quando si legge il volume. È una frase del pittore tedesco Gerhard Richter: "Possiamo trarre conclusioni sull'invisibile. Possiamo presupporre la sua esistenza con una relativa certezza. Ma lo possiamo raffigurare solo attraverso un'analogia, che rappresenta l'invisibile anche se non lo è".