Un graphic designer in Aspromonte: dal ritorno in Calabria alla Chiocciola di Slow Food

Sulle montagne reggine, una piccola e premiata osteria, "Il Tipico Calabrese" che è anche un museo che raccoglie e tramanda le tradizioni contadine
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“A sud del Sud”, in vendita in libreria e sulle piattaforme, è un viaggio nell’altra faccia della Calabria, una regione che sembra esistere solo per storie di cronaca nera. E invece sono in tanti che cercano, con fatica, di costruire realtà economiche e culturali. E che magari scelgono – controcorrente - di tornare. Dal libro, pubblicato da “Zolfo Editore”, prendiamo la storia di un piccolo ristorante, e del suo padrone che canta. 

Cardeto è l’inizio della montagna reggina, quaranta minuti per fare venti chilometri (in estate) verso l’Aspromonte, la fortuna di avere due pianori con castagneti a filiera, grano, fagioli. Qui riceve, coltiva e suona Marcello Manti, insieme alla moglie Giovanna patron del “Tipico Calabrese”, piccolo e premiato ristorante-Museo della Civiltà contadina. Ha preso la Chiocciola di Slow Food per il suo pecorino, è andato a portarlo su al Nord con il suo furgoncino, resiste all’isolamento e al paese che si spopola, dimezzato in vent’anni. Manti vive controcorrente: graphic designer in una grande azienda marchigiana, sceglie di tornare, inizialmente per lanciare l’e-commerce dei prodotti della tradizione che va a cercare in giro: i sottoli, i tessuti, il legno intagliato, le ceramiche. Ricorda il giorno della presentazione dei documenti in Comune.

“Vorrei aprire una attività via Internet”
“Quindi è una televendita?”
 “No, è una cosa nuova, telematica”
 “Allora è come la televisione, riempia questo modulo".

Manti è una memoria di erbe, qualità sconosciute di pere, di mele come la “melappe” che veniva messa nella stanza degli sposi la prima notte di nozze, per i suoi profumi. Quasi gli si rompe la voce ricordando i carraffuni, ciliegie a forma di cuore, durissime e introvabili. Fa collezione di strumenti, ospita gruppi che suonano la lira calabrese, la zampogna surdulina, il cordofono, giunti nella notte dei tempi con gli albanesi, con i greci, i bizantini. “L’ultimo pazzo sono io, i giovani se ne vanno, preferiscono un posto di assistente scolastico in un angolo qualunque del Nord”. Dice che il ristorante è arrivato dopo, perché i clienti chiedevano di mangiare oltre che comprare. Un menu stagionale, tutti prodotti a chilometri zero meno la inevitabile ‘nduja, che arriva da Spilinga. Uova, erbe, pere, mele, ortaggi, broccoli, segale, patate, carne di maiale, vino forte. Una ristretta varietà di formaggi e insaccati, i sughi, i pelati. Un sistema trasparente con i contadini della zona, Manti paga i fagioli prima che siano piantati, crede in un consorzio di produttori. “Anche se magari si discute sul pepe nel salame”.

In sottofondo, la colonna sonora con i canti delle contadine che lui raccoglie. 

Nel ’54 arriva in paese il leggendario antropologo statunitense Alan Lomax, che aveva sentito parlare dei ballerini di Cardeto, citati anche da Corrado Alvaro. Registra le tarantelle, le ninne nanne. I più vecchi ricordano ancora u’ mericanu che dava i soldi per cantare, e ridono. Il viaggio di Lomax diventa poi un film e un libro: “L’anno più felice della mia vita”. Nel 2020 la figlia Anna, anche lei antropologa, torna a Cardeto, porta e riascolta i racconti e i canti, mangia, beve, ride e piange insieme a Marcello e Giovanna. “Ora capisco perché papà tornava sempre senza soldi dall’Italia”. Ma la memoria vale di più, suona bene per il futuro.