Il vino di Milano: San Colombano al Lambro e quei vigneti (quasi) all'ombra della Madonnina

Casa Valdemagna è a pochissima distanza dal castello Visconteo, sede dell'enoteca delle denominazioni di San Colombano al Lambro 
Una collina a soli 40 chilometri di distanza dal Duomo: poco più di 230 ettari e di una dozzina di cantine per un territorio ancora poco conosciuto
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A soli 40 chilometri dalla guglia della Madonnina del Duomo di Milano, si erge l’unico “rilievo” della Pianura Padana. Si tratta della collina di San Colombano al Lambro. Francesco Petrarca, che vi soggiornò nel 1353, la descriveva come “vago fertilissimo colle, posto quasi nel mezzo della Gallia Cisalpina, cui dalla parte esposta a Borea e ad Euro è prossimo S. Colombano, castello assai noto e cinto di forti mura. A piè del colle scorre il Lambro limpidissimo fiume e benché piccolo, è capace di sostenere barche di ordinaria grandezza, il quale scendendo per Monza, di qui non lungi, si scarica nel Po: a ponente si stende lo sguardo a larga spaziosa veduta, e regnavi gradita solitudine e amico silenzio”. Alta poco meno di 150 metri, 147 per la precisione, la collina è segnata da terrazzamenti coltivati a vigneti da cui si ricavano una serie di vini a “tiratura limitata” denominati San Colombano anche conosciuti come Vini di Milano. "Su un’estensione di soli 230 ettari – illustra Diego Bassi, presidente del Consorzio Vini DOC San Colombano – c’è una dozzina di aziende vitivinicole che, nel 2020, hanno prodotto 2450 ettolitri della DOC, 5850 dell'IGT e 700 degli spumanti".

Diego Bassi, presidente del Consorzio Volontario Vini DOC San Colombano 

Unico vino DOC della città meneghina, il San Colombano Rosso è ottenuto da uve Croatina, Barbera e Uva Rara e può essere fermo o frizzante mentre Il San Colombano Bianco, fermo o frizzante, è ottenuto da uve Chardonnay e Pinot Nero. Le partite migliori possono avere la denominazione di Vigna e, nel caso del rosso, di Riserva quando sono state invecchiate almeno per 24 mesi, di cui 12 in botti di legno. Oltre alla DOC esiste anche l'IGT Collina del Milanese riservata ai vini bianchi, rossi e rosati. Sede dell’Enoteca, dove si possono degustare tutti i vini dei consorziati, è il longobardo Castello di San Colombano. "Il colle di San Colombano – continua Bassi - è sempre stato coltivato a vigneti. Secondo la leggenda, il colle e il paese devono il nome al santo irlandese che si stabilì in questa località attorno al 595 rimettendo a coltura le viti dopo l’incuria conseguente alle invasioni barbariche. Di sicuro la sua opera fu proseguita dai monaci al suo seguito, i quali coltivavano la vite per le esigenze liturgiche, riferendosi ai trattati di viticoltura di epoca antica".

L'azienda più grande dell'areale è Poderi San Pietro, con i suoi 56 ettari 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale i vigneti di San Colombano vennero abbandonati fino agli anni ’70 quando l’Università degli Studi di Milano avviò la sperimentazione di tecniche moderne per migliorarne la qualità. I risultati hanno segnato successi importanti. Dopo la DOC, nel 1995 è giunta anche l’IGT. Scomparsa la figura del piccolo proprietario, oggi si sono diffuse le medie aziende a conduzione familiare che hanno abbandonato la coltura intensiva per puntare sulla qualità, aprendo le aziende a visite e degustazioni. La più grande di queste, con i suoi 56 ettari, è I Poderi di San Pietro. "La nostra produzione totale – dice il proprietario Giuliano Toninelli - è di circa 1800 ettolitri, suddivisi in 400 di DOC, 900 di IGP e il resto di spumantizzati". In linea con il resto dei produttori del Consorzio, i vini di Poderi di San Pietro si trovavano, fino all’era pre-Covid, prevalentemente in ristoranti e bar della Lombardia. Per quanto riguarda l’estero, Il 20% della produzione de I Poderi di San Pietro è commercializzata in Cina, negli Usa e in Svizzera.