Animali, uomini e terre: 60 anni di transumanza dalla Sardegna alla Toscana

Una storia lunga centinaia di vite e capace di unire due secoli e altrettante regioni molto diverse tra loro
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“Se non si ha fortuna in casa propria, si pensa di cercarla altrove, se non la si può trovare dentro si pensa di cercarla fuori”. Questo è il verso di una poesia di Salvatore Barmina, uno degli oltre diecimila pastori sardi emigrati in Toscana nel secolo scorso. Il titolo è “3 agosto 1961” come la data della sua partenza dall’isola. Fa parte di un carteggio, sempre in ottava, scambiato con un altro pastore, Pietro Siotto, che come lui aveva preso la via del mare. Andrea Mura ha scelto questi versi, messi in musica e cantati dai tenore Murales di Orgosolo, per aprire il suo film documentario Transumanze, prodotto dalla Ginko Film e dedicato proprio a questa migrazione. “Una transumanza senza ritorno” la definisce il regista che negli ultimi tre anni ha raccolto interviste, immagini e documenti per raccontare un movimento di famiglie e di armenti che ha cambiato non solo il pecorino ma il paesaggio stesso della Toscana. La migrazione sarda inizia tardi, nel Secondo Dopoguerra, e continua fino ai primi anni Ottanta. A innescarla, da un lato, la difficoltà di trovare spazi accessibili in Sardegna, dove esistevano ancora diritti arcaici che ostacolavano l’accesso al pascolo, dall’altro la contemporanea presenza in Toscana e Alto Lazio di poderi lasciati liberi da ex contadini che si trasferivano nelle grandi città per lavorare in fabbrica. 

“Non c’è un’unica causa scatenante” spiega Mura “probabilmente la nascita dell’industria casearia nel centro Italia ha spinto alcuni a trasferirsi, innescando così, tramite il passaparola, una cospicua migrazione di uomini e greggi”. I pastori provengono per la maggior parte dalla Barbagia, a Cannigione si imbarcano con le pecore sui velieri e attraversano il mare per approdare a Talamone. Da qui si spostano a piedi fino a trovare un terreno che sembra propizio per insediarsi. “Esiste in tutte le civiltà pastorali una rete di comunicazione che permette di far circolare le informazioni” spiega l’antropologo Tommaso Sbriccoli che ha seguito il contenuto scientifico del film. I pastori, infatti, non procedono a caso, ma seguono rotte ben precise. Si muovono con greggi da 100 o 200 pecore, di proprietà, spinti dalla voglia di trasformare i loro armenti in un’attività stabile e redditizia. Dalle coste sarde prende il mare la “meglio gioventù”, che in Toscana rileva i poderi abbandonati a costo di grandi sacrifici e debiti contratti per decenni.

Si crea una comunità forte che ha il proprio centro intorno al circolo Peppino Mereu di Siena e che in primavera si dà appuntamento alla fiera degli ovini di Macomer, nel nuorese, dove si premiano i migliori capi della razza Sarda. “I pastori partecipano a queste fiere per motivi produttivi ma anche come valore, per un legame affettivo con la terra d’origine” spiega Mura. “Non è però una conservazione passiva della tradizione pastorale ma c’è anche una continua innovazione e un lavoro sulla genetica che, negli ultimi anni, ha portato ad ibridazioni con altre razze come la francese Lacaune” più adatta alla stabulazione e quindi alla difesa dai lupi. Un segno dell’arrivo di una nuova generazione che sta cambiando profondamente il modo di lavorare, ma anche la risposta a una crisi di lungo corso che sta erodendo questo mondo. 

La civiltà dei pastori è in forte difficoltà ovunque”, spiega Sbriccoli. C’è stata la crisi del latte, quella della lana, che da risorsa è diventata un costo per lo smaltimento e oggi c’è il lupo, un problema reale che diventa però simbolo di una predazione che la pastorizia ha subito in questi ultimi decenni. La reazione si nota nella capacità di innovarsi e di creare nuove opportunità: “Da sempre - continua Sbriccoli - i pastori hanno diversificato per sopravvivere. Lo fanno con l’attività casearia fin dagli anni Sessanta e oggi con l’attività agrituristica”. I sardi hanno portato in Toscana non solo gli animali, ma anche le tecniche di allevamento e di caseificazione: “Prima di loro, la produzione di pecorino per la commercializzazione era molto meno rilevante: i poderi mezzadrili avevano 10-20 pecore e producevano formaggio principalmente per l’autoconsumo. Oggi, c’è una vera e propria economia del pecorino, la cui grandezza sarebbe stata inimmaginabile fino a mezzo secolo fa”. Volterra, la Val d’Orcia, Pienza: i pastori sardi negli ultimi decenni hanno creato aziende che oggi esportano in tutto il mondo. A Contignano, nel senese, Don Oscar Guasconi già nel 1964 ha l’idea di riunirli in un caseificio cooperativo, per avere una produzione organizzata e esportare il formaggio.

L’idea si concretizza nel Caseificio Val d’Orcia che oggi è una realtà tra le più importanti in Toscana, con oltre 150 soci. Poi ci sono le tante storie di imprenditoria individuale: Raffaele e Maria Cugusi nel ’62, nella zona di Montepulciano, aprono un’azienda agricola che negli anni, grazie all’aiuto dei nove figli, si struttura fino a diventare una realtà moderna, con agriturismi,  aree pic nic, allevamenti e botteghe. Oggi il Caseificio Cugusi guidato dalle sorelle Silvana e Giovanna è un punto di riferimento per il pecorino di Pienza. Nelle colline ilcinesi si è stabilita dal 1961 la famiglia Chironi che con l’azienda Fior di Montalcino ha dato vita al Pecorino di Montalcino, semistagionato o stagionato dai 13 ai 18 mesi, dal latte di animali allevati secondo i dettami del biologico. A Volterra ha sede la Fattoria Lischeto dove Giovanni Cannas ha puntato sul pecorino biologico e su una struttura di accoglienza che può contare su un magnifico panorama. Un gioco di colline e pascoli che deve molto al loro intervento: “I pastori sardi arrivati in Toscana hanno contribuito a mantenere un paesaggio come quello della Val d’Orcia e delle Crete e, in parte, lo hanno riplasmato” spiega Sbriccoli. Le Crete senesi sono terreni di creta e argilla che, se non vissuti e manutenuti, si ricoprono di rovi e boschi. Nella zona di Accona esiste tuttora un'area quasi desertica che i pastori hanno concorso ad arginare e, in parte, a bonificare, sanando una situazione di abbandono che continuava dal Trecento con lo spopolamento dovuto alla peste: “Quei paesaggi da cartolina, famosi nel mondo, sono paesaggi moderni a cui la pastorizia ha dato un contributo importante”. 

La storia dei sardi in Toscana è però anche una vicenda di emarginazione, razzismo e lotta per i diritti. “Ci apostrofavano come sardignoli” raccontano i protagonisti di Transumanze, “ci dicevano: meglio sordi che sardi”. In qualche caso ai velieri è stato addirittura rifiutato l’attracco, come accaduto a un’imbarcazione finita alla deriva in acque francesi dopo una tempesta, con a bordo le famiglie e gli animali stremati. “Però è anche una storia di riscatto e di emancipazione femminile” racconta Mura, citando la vicenda di Vittoria Sanna. Arrivata in Toscana con la famiglia nel 1967, dopo la scomparsa improvvisa del padre decide, ancora adolescente, di lavorare in azienda per dare una mano ai fratelli, un ruolo impensabile per la mentalità tradizionale: “Mi è scattato qualcosa dentro – confessa Vittoria - volevo dimostrare che anche una donna può fare quanto un uomo”.  Oggi è un’eccellente casara nell’azienda di famiglia  Fratelli Sanna di Monteroni d’Arbia, nel Senese, e con il latte ovino dell’allevamento biologico lavora non solo pecorini stagionati, ma anche ricotta, yogurt, stracchini e addirittura paste filate. Segue anche la fattoria didattica per l’accoglienza di famiglie e scolaresche. La bambina che a sei anni si arrabbiava perché i compagni di prima elementare non capivano il suo dialetto ora racconta a turisti di tutto il mondo quella storia di pastori e velieri, pecore e deserti, ma soprattutto di uomini e di donne che hanno portato oltremare il pecorino. Per cambiare il loro destino.