Il doge Zaia e lo sceriffo De Luca così uniti, così distanti

Il travolgente successo personale di Luca Zaia (76,8 per cento) e di Vincenzo De Luca (69,5) afferma un bipolarismo politico tanto inedito quanto innestato su radici antiche: Nord e Sud. I due estremi geografici finiscono per identificarsi in due governatori totalmente diversi tra di loro, legittimati da un consenso popolare trasversale, entrambi così dissonanti dai partiti di origine. Un dato su tutti, per quanto paradossale possa apparire. Sia Zaia che De Luca avrebbero potuto essere ugualmente eletti anche senza l'apporto dei voti dei partiti di appartenenza. In Veneto infatti la Lega si è fermata al 17 per cento, appena un terzo dei consensi incassati dalla lista del presidente. In Campania il Pd, per quanto sia il primo partito, è solo al 16,9 per cento incalzato dalla lista del governatore.

Nel momento più difficile della storia italiana del dopoguerra Zaia e De Luca hanno saputo riscattare e rivalutare il ruolo delle regioni, garantendo sicurezza a tutti, in particolare ai ceti più deboli, e attuando buone pratiche nella gestione dell'epidemia. Così facendo hanno intercettato il favore di settori amplissimi della società. Il primo a parlare di un consenso trasversale, oltre la destra e la sinistra, è stato proprio De Luca appena incassata la riconferma. Sin da quando era sindaco di Salerno aveva capito - forse unico a sinistra - quanto fosse importante per la qualità della vita dei cittadini il tema della sicurezza e dell'ordine pubblico. Tanto da guadagnarsi il soprannome di "sceriffo", appioppatogli con disprezzo da pezzi del suo stesso mondo politico. Ora il governatore dà corpo a un rinnovato orgoglio meridionale, rivendicando risorse per la sanità della Campania e del Sud pari almeno a quelle destinate alle regioni settentrionali. A Zingaretti e al quartiere generale Pd ha già mandato a dire che sulla scelta del prossimo candidato sindaco di Napoli - si vota l'anno prossimo con Roma, Milano, Torino - lui vuole decidere, eccome. Non intende accettare accordi nazionali nei quali non sia protagonista.

Zaia risponde chiedendo maggiore autonomia per il Veneto. Obiettivo concreto rispetto al sovranismo ideologico imposto da Matteo Salvini. Conviene essere cauti nel sostenere che l'attuale capo della Lega sia lo sconfitto di questa tornata elettorale. Certo non gli è andata come auspicava. Zaia dunque incarna l'alternativa politica rispetto all'estremismo del Papeete. Concretezza, buona amministrazione, ottimi rapporti con il mondo produttivo. Il Doge, si sa, nega di avere ambizioni nazionali. Governerà per il terzo mandato consecutivo la piccola patria veneta e, se volesse, potrebbe farlo per altre due volte ancora; lo Statuto infatti è stato modificato per consentire un potere che duri un quarto di secolo. In politica mai dire mai. Per ora Zaia e De Luca hanno messo un'ipoteca sui rispettivi partiti. Uniti e distanti. Prima o poi si vedrà chi e come intenderà incassarla.

 

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