Cercansi degli alleati (e una legge elettorale)

Per uno di quei paradossi di cui si nutre la politica, è proprio il vincitore morale delle Regionali, il leader del Pd Nicola Zingaretti, che dovrà affrontare ora i maggiori ostacoli e prendere le decisioni più delicate. Mentre i trionfatori del referendum, i Cinque Stelle arrivati al governo e in Parlamento sull'onda dell'antipolitica e del mito della democrazia via computer, sono travolti da una epocale, e forse definitiva, crisi di identità e di consensi. Lo scossone è stato fortissimo.

Per il Pd, l'appuntamento è quello delle alleanze future, e degli strumenti per consolidarle, come la nuova legge elettorale che l'ultimo Parlamento a 945 seggi è chiamato ad approvare. Con un problema in più. Oggi il Pd può stare al governo grazie alle truppe di Renzi e Di Maio, enormemente sovradimensionate rispetto al consenso di cui godono oggi. Italia Viva, stando al risultato delle Regionali, non riesce a fare il salto che Renzi vorrebbe. In quanto ai Cinque Stelle la sconfitta è stata cocente. Il Movimento è in preda al caos e c'è il rischio che ne approfitti chi (Di Battista & C.) coltiva sogni di una scissione che segnerebbe le sorti del Conte 2.

Tanto che Beppe Grillo, che ha voluto questo governo, ha ritrovato la parola e per galvanizzare le truppe in rotta ha ricominciato con un mantra delle origini: «Credo nella democrazia diretta, non credo assolutamente più nella rappresentanza parlamentare». Basterà? È facile prevedere che alle politiche nel 2023, né Renzi né i 5S potranno conquistare la stessa percentuale di parlamentari: con chi potrebbe dunque accompagnarsi il Pd per governare ancora? Naturalmente c'è chi spera che Zingaretti cerchi le nuove alleanze tra le forze moderate - Renzi, Calenda, Bonino: il centro di un nuovo centrosinistra - che finora però hanno marciato divise e senza incassare grandi risultati. A questo punto servirebbe un exploit eccezionale da parte di tutti. Difficile.

E allora? Bel problema. Non è un caso che la partita della nuova legge elettorale, sulla quale sembrava trovato un accordo di massima per il ritorno a un sistema proporzionale con sbarramento al 5 per cento e, forse, preferenze (vi ricorda qualcosa?), si sia improvvisamente arenata. Dopo le Regionali, la soluzione non piace più: non la vuole Renzi, che vede quel 5 per cento minimo per entrare in Parlamento come un miraggio; piace meno al Pd dopo che si è tenuto Puglia, Toscana e Campania grazie a candidati forti e a un meccanismo maggioritario; non affascina più nemmeno la destra dove la leadership di Salvini conosce scricchiolii e contestazioni. Farebbe comodo solo ai 5S che hanno pagato la decisione di governare, prima con la destra e poi con la sinistra, e vorrebbero ricominciare a correre da soli. Che farà dunque il Pd? Zingaretti ha vinto finora la battaglia contro il populismo leghista e grillino e ha tenuto le posizioni, ma ora deve decidere non solo con chi stare, ma anche scegliere la strada migliore per arrivare all'obiettivo. Non facile. Auguri.

 

 

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