Sono i ricoveri dei no vax a mandare in tilt i pronto soccorso. Così un malato non Covid su due rischia il contagio

Da nord a sud è il massiccio ricorso alle strutture sanitarie dei non vaccinati a mettere in pericolo l’assistenza. Nella provincia di Bolzano 42 nuovi centri vaccinali e 7 punti triage 

ROMA. «Chi non è vaccinato si ammala di più di Covid e in forme  cliniche più gravi. Ciò produce una pericolosa pressione sui pronto soccorso, creando begli ospedali ingenti problemi di gestione delle urgenze», afferma alla Stampa.it il professor Roberto Cauda, direttore dell’Unità Operativa di Malattie Infettive del Policlinico Gemelli, revisore dei parametri Covid del governo e consigliere scientifico dell’Agenzia europea del farmaco (Ema). Il professor Patrick Franzoni, medico internista e d’urgenza, è il responsabile della campagna di vaccinazioni e test rapidi in Alto Adige. Spiega alla Stampa.it il professor Franzoni: «Per scongiurare la paralisi dell’attività ordinaria di sette ospedali e dell’hub provinciale abbiamo esteso l’attività pre-triage per tenere distinti i pazienti Covid dagli altri codici e urgenze. Siamo stati i primi in Italia a dover fronteggiare l’impatto della maggiore contagiosità di Omicron che da noi è rapidamente diventata dominante rispetto alla variante Delta. Abbiamo subito puntato su Usca e medicina di base per cercare di  non far esplodere le ospedalizzazioni, Nei reparti di degenza registriamo ora la prevalenza di non vaccinati anziani con forme gravi di Covid e pazienti senza booster e vaccinati oltre i 4 mesi. Per tenere il più possibile sotto controllo i ricoveri abbiamo organizzato weekend di vaccinazioni di massa con 50 mila somministrazioni di terze dosi senza prenotazione in 42 nuovi centri vaccinali».

Gestione delle emergenze

A livelo nazionale il 57% degli ospedali ha difficoltà a isolare gli asintomatici e il 29% non ci riesce affatto, con rischio di contagiare i “non Covid” nel 50% dei casi. L’isolamento comporta comunque la perdita di altri posti letto, con il 64% degli ospedali che rinvia un numero rilevante di ricoveri programmati, percentuale che sale all’86% per gli interventi chirurgici. Una persona che si ricovera per una frattura e si scopre positiva al Covid con il tampone di ingresso si sarebbe comunque ricoverata e non può essere dunque conteggiata nel numero dei posti letto occupati da chi con il virus si è ammalato. Facile a dirsi meno a farsi, perché la maggioranza degli ospedali, il 57%, ha “grandi difficoltà” ad isolare nei reparti i pazienti positivi asintomatici e il 29% non ci riesce affatto, mettendo così nel 50% dei casi a rischio di contagio chi il Covid non ce l’ha, mentre in un altro 50% se ne pregiudica l’assistenza.

Isolamento

L’isolamento comporta comunque la perdita di altri posti letto che non possono più essere utilizzati, perché nella stessa stanza non può convivere chi è positivo con chi non lo è. Per non parlare poi delle liste d’attesa, che vanno via via allungandosi per la necessità di procrastinare ricoveri e interventi. Il 64% degli ospedali è stato infatti costretto a rinviare i ricoveri programmati in “misura rilevante” e il 7% li ha sospesi del tutto, mentre nessuna struttura dichiara di non aver dovuto operare qualche spostamento temporale. Ancora peggio va per i ricoveri elettivi, rinviati in misura rilevante dall’86% dei presidi ospedalieri e sospesi del tutto dal 7%. A smentire il racconto di una quarta ondata non poi così difficile da gestire negli ospedali d’Italia è la survey lanciata da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, i camici bianchi che dall’inizio della pandemia hanno preso in carico oltre il 70% dei ricoverati Covid. Una indagine condotta a inizio settimana e che ha coinvolto 14 Regioni, pari a oltre il 70% della popolazione italiana: Lombardia, Piemonte, Toscana, Calabria, Puglia, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Abruzzo, Molise e Campania.

Sotto pressione
Problemi organizzativi e assistenziali che stanno mettendo sotto stress la nostra rete ospedaliera, nonostante la survey riveli che il numero dei ricoverati “con” Covid e non “per” Covid, sia in media pari a circa un 20% del totale dei pazienti positivi, pari a circa 4.000 dei quasi 20mila ricoverati Covid. Meno del 10% sono i letti riservati ai “Covid non Covid” in Piemonte e Abruzzo, circa il 15% in Lombardia, tra il 10 e il 20% in Veneto, Emilia-Romagna e Lazio, mentre oscilla tra il 20 e il 30% la quota in Toscana, Calabria, Puglia, Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Molise. Regioni, queste ultime, che più di altre potranno avvantaggiarsi dal possibile scorporo dei “Covid non Covid” nel calcolo del tasso di occupazione dei posti letto, che determina i cambi di colore verso maggiori restrizioni. L’ondata dei ricoveri che ha questa volta investito più l’area medica che non le terapie intensive ha finito per esercitare una “rilevante pressione” anche sui pronto soccorso nel 71% dei casi, che è stata invece “di modesta entità” nel restante 29%. Problemi “di difficile gestione” nel 43% dei casi li stanno creando anche le sempre più numerose assenze di personale contagiato, “ancora gestibili” nel restante 57% dei nosocomi.

Riguardo l’identikit del ricoverato “per” Covid, nella maggior parte delle strutture (il 57%) non è vaccinato in oltre il 60% dei casi, ha un’età compresa tra i 41 e i 60 anni nel 43% dei casi e tra i 61 e gli 80 nel 36% dei reparti, mentre il quadro clinico si presenta di media gravità nel 79% dei casi e “severo” nel 7%, a dimostrazione che se la virulenza di Omicron è inferiore rispetto alle precedenti varianti, la sua pericolosità è comunque tutt’altro che trascurabile.

Area medica
La survey Fadoi conferma che i maggiori problemi questa quarta ondata li sta creando nei reparti di Area Medica, che comprendono quelli di medicina interna, pneumologia, malattie infettive. Qui siamo oramai a quasi 20mila ricoverati, “con” o “per” Covid che dir si voglia. Un numero non lontano dai 25mila dello tsunami della prima ondata nella primavera 2020. Che poi molti di questi in corsia ci siano finiti per altro dal virus ma non allentino più di tanto la pressione sugli ospedali a spiegarlo è Dario Manfellotto, presidente della Fadoi. «L’impatto dei positivi asintomatici sui reparti è comunque devastante. Dobbiamo controllare periodicamente i ricoverati e chi resta una settimana affronta anche tre tamponi molecolari. Se risulta positivo, anche se del tutto asintomatico, e ha bisogno dell’assistenza ospedaliera perché per esempio ha una colica renale, deve essere isolato. Però bisogna anche valutare se nel suo caso sia vi siano i criteri per la terapia con i monoclonali. Se nell’ospedale c’è un reparto Covid, si trasferisce». E se il reparto Covid non c’è, «va spostato in un altro ospedale che ne è dotato, se vi è la disponibilità, cosa al momento molto difficile». L’altra soluzione è isolarlo nel reparto no Covid dove si trova. «È quello che facciamo – dice Manfellotto -, ma con enormi difficoltà, perché se in una stanza ci sono più letti finiamo per non poterli utilizzare per altri pazienti non infetti. E poi ci vorrebbe più personale, ma adesso è quasi impossibile trovarne».

Soluzione
Per Manfellotto «una soluzione potrebbe essere quella di creare nei vari ospedali reparti delle diverse specialità riservati a pazienti positivi anche se asintomatici, come delle “bolle” nelle quali isolare i pazienti contagiati. Non è troppo tardi per farlo». E «si fatica a capire perché ancora a distanza di due anni manchi un piano d’azione e si ha l’impressione di “navigare a vista», denuncia a sua volta Animo, l’Associazione nazionale degli infermieri di medicina interna. «La situazione è in bilico tra l’aumento della richiesta di ricovero dei pazienti internistici e la disponibilità dei posti letto ridimensionati per far posto ai reparti Covid. Molte specialità chirurgiche sono state convertite in reparti Covid seguite da personale non sempre preparato a gestire questi malati con la conseguenza di allungare la degenza media e rallentare il turn over».

Sos asintomatici
«Le difficoltà a garantire l’isolamento dei pazienti asintomatici ma positivi – spiega Gabriella Bordin, presidente dell’Associazione- sono spesso legate a problemi di natura strutturale che non garantiscono percorsi sporco-pulito adeguato, per l’assenza del bagno in camera o per la difficoltà di isolare i pazienti in stanze da 4 posti letto. E qualora ci siano requisiti strutturali per mantenere l’isolamento ai pazienti positivi, i tempi previsti dalle procedure atte al rispetto dell’isolamento-vestizione-svestizione, compromettono la qualità dell’assistenza agli altri pazienti dato che le dotazioni organiche delle medicine sono storicamente inadeguate. In particolare, la grave carenza di Infermieri si riflette in tutti i servizi ed è ancor più drammaticamente sentita in questo periodo a causa dei numerosi contagi anche tra il personale infermieristico che deve continuare ad erogare assistenza ai pazienti Covid e non Covid e al contempo deve partecipare alla campagna vaccinale e al tracciamento dei contagi». 

Turni massacranti
E «il personale d’assistenza -prosegue Gabriella Bordin- è stanchissimo, provato da tutte le riorganizzazioni interne ed anche dalle numerose assenze di colleghi positivizzati. Abbiamo difficoltà a coprire i turni con altro personale perché moltissimi infermieri sono impegnati nella campagna vaccinale o sono sospesi perché no vax. Sono state tolte ferie e riposi a personale già stanco e provato e questo può portare alla difficoltà di mantenere la giusta attenzione sulle corrette precauzioni da adottare». E se gli operatori sanitari sono stressati le difficoltà a garantire adeguati standard di assistenza rende “nervosi” anche i pazienti. «Rispetto al passato -conclude la presidente Animo- osserviamo un atteggiamento aggressivo nei confronti dei curanti da parte di pazienti e familiari che colpevolizzano il personale che non soddisferebbe le loro richieste di trattamento».

Negli ospedali umbri c'è una quota di ricoverati "con" ma non "per" Covid del 20-30% in grado però "già di creare qualche problema gestionali e di determinare una rilevante pressione sui pronto soccorso, anche se al momento il quadro non è ancora critico". E' la situazione attuale legata alla variante omicron che emerge dalla survey della Federazione dei medici internisti ospedalieri. Fadoi spiega che i pazienti ricoverati nei reparti di medicina presentano un quadro clinico di media gravità, hanno un'età superiore a 80 anni e meno del 40% non è vaccinato. Dati che dimostrano "che senza una adeguata copertura vaccinale anche la omicron può far male" viene sottolineato. Per i medici internisti di "difficile gestione" sono le assenze del personale sanitario a seguito dei contagi diffusi anche tra gli operatori ospedalieri. "Il 25-30% dei pazienti ricoverati nei reparti internistici umbri è in terapia semintensiva e di questi il 70% sono no vax, con problemi di gestione correlati al rifiuto di terapie farmacologiche e ventilatorie intensive" spiega il presidente Fadoi dell'Umbria e direttore delle struttura complessa di Medicina interna all'ospedale di Foligno, Lucio Patoia. "La stragrande maggioranza dei pazienti Covid - dice ancora - viene ricoverata nei reparti di Medicina interna; anzi, la quota di pazienti nella presente ondata, è aumentata sia in valore assoluto per la maggiore infettività della variante che in valore relativo rispetto agli altri reparti, in quanto è minore il numero di pazienti in terapia intensiva. Gli internisti si fanno totalmente carico anche dei pazienti con patologie non internistiche asintomatici per il Covid (Ima, fratture di femore, neoplasie , ricoveri psichiatrici) che vengono ricoverati nei reparti Covid a scopo di isolamento, ma che necessitano tuttavia di trattamenti e solo la capacità multidisciplinare e multispecialistica degli internisti consente di assicurare adeguata cura, sia pure in collaborazione con altri specialisti".

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