Le comunità ebraiche a Emanuele Filiberto di Savoia: “Iniziativa tardiva che non cancella la storia”

L’Ucei: «Né noi né qualsiasi altra Comunità può in ogni caso concedere il perdono in nome e per conto di tutti gli ebrei che furono discriminati, denunciati, deportati e sterminati»

Arriva all’uscita dello Shabbat, il giorno del riposo per l’ebraismo, la reazione del mondo ebraico alla lettera di scuse di Emanuele Filiberto per la firma di Vittorio Emanuele III sulle leggi antisemite del ’38. Una lettera che arriva a pochi giorni dalla celebrazione della Giornata della Memoria. «Una condanna tardiva. Perché proprio ora?” chiedono gli ebrei italiani: “l’iniziativa personale non può cancellare la storia».

«Oggi, dopo 82 anni il discendente, il bisnipote Emanuele Filiberto, afferma un sentimento di ripudio e condanna rispetto a quanto avvenuto. Un lasso di tempo molto lungo. Perché ora? – scrive l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) -  Si tratta in ogni caso di un'iniziativa che è da ritenersi ad esclusivo titolo personale, rispondendo ciascuno per i propri atti e con la propria coscienza. Né l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane né qualsiasi Comunità ebraica possono in ogni caso concedere il perdono in nome e per conto di tutti gli ebrei che furono discriminati, denunciati, deportati e sterminati.  Nell’ebraismo perfino a Dio non si può rivolgere una richiesta di perdono se chi percepisce l’onta e la colpa non si è prima scusato dinanzi alla persona offesa».

Non basta una lettera in cui si invoca il perdono e si esprime la condanna, dunque, ma serve impegno, concreto e quotidiano, per il futuro. «La condanna morale del regime e dei suoi atti - che Emanuele Filiberto esprime oggi verbalmente per la prima volta - è stata per migliaia di ebrei, partigiani combattenti e convinti antifascisti, - continua la nota - una bandiera e una guida per la lotta alla sopravvivenza, per la quale molti di loro hanno sacrificato la vita per la Patria. È in ricordo di tutti loro, dei sei milioni di ebrei sterminati nei campi di concentramento, degli internati militari italiani, dei perseguitati politici, rom e sinti, disabili e omosessuali che ogni forma di nostalgia di quel regime deve essere severamente affrontata ed arginata. È verso i giovani del nostro Paese, dell’Europa che ci riunisce intorno ai valori fondamentali dell’uomo, che la condanna – non la richiesta di perdono per riabilitare il casato – va rivolta, affinché dicano il più convinto “mai più”.  Prendiamo atto delle parole di costernazione e ravvedimento espresse mediaticamente nelle scorse ore, in vista del 27 gennaio e vedremo, nei prossimi mesi, anni, quali azioni concrete, quotidiane possano a queste seguire con coerenza ed essere di esempio ad altri».

Anche secondo la Comunità Ebraica di Roma le scuse di Emanuele Filiberto non possono cancellare l’offesa delle leggi razziali a tutti gli italiani e il silenzio di oltre ottant’anni: «Prendiamo atto delle dichiarazioni di Emanuele Filiberto di Savoia. – dichiara la Comunità Ebraica di Roma - Il rapporto con Casa Savoia, nella storia e nella memoria è noto e drammatico. Ciò che è successo con le leggi razziali, al culmine di una lunga collaborazione con una dittatura, è un’offesa agli italiani, ebrei e non ebrei, che non può essere cancellata e dimenticata. Il silenzio su questi fatti dei discendenti di quella Casa, durato più di ottanta anni è un’ulteriore aggravante. I discendenti delle vittime non hanno alcuna delega a perdonare e né spetta alle istituzioni ebraiche riabilitare persone e fatti il cui giudizio storico è impresso nella storia del nostro Paese».

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