Delrio: “Se Berlusconi si ritira fa un favore al Paese, senza un accordo largo cadrebbe il governo”

L’ex ministro del Pd: «Se si rompe la maggioranza è difficile che un attimo dopo si possa far finta di nulla e lavorare uniti. Mattarella? Merita rispetto e va tenuto fuori dal tritacarne del toto-nomi. Draghi? Gode di un grande prestigio, non possiamo fare a meno di lui»

«Bisogna portare il massimo rispetto a Sergio Mattarella e alle sue scelte, per questo va tenuto fuori dal tritacarne delle polemiche e del toto-nomi». Si sa quanto Graziano Delrio, figura di punta dell’anima cattolico-democratica del Pd, sia animato da stima e amicizia per il capo dello Stato uscente. Quindi il suo appello a lasciarlo fuori dalla contesa, malgrado i 5stelle e molti nel Pd lo tirino in ballo, acquista un significato maggiore. Tanto più in un momento in cui tra i dem affiora il sospetto che la presunta preferenza di Silvio Berlusconi per Mattarella e non per Draghi sia solo fumo negli occhi contro il premier. Detto questo, «se è vero che Berlusconi medita il passo indietro, ciò potrebbe rasserenare il clima e potremmo cominciare a discutere per trovare una figura di alto spessore e di indiscutibile credibilità sul piano internazionale».

Identikit che calza a pennello su Draghi, o no?

«Anche lui non va tirato per la giacca, ma indubbiamente gode di un prestigio indiscutibile. E proprio per tutelare la sua figura, di cui l’Italia non si può privare in questo momento, va ascoltato il suo appello a non eleggere un presidente con una maggioranza più stretta di quella che sostiene il suo governo, che altrimenti dopo rischierebbe molto».

Non ci sono tante figure eleggibili oggi con una maggioranza così larga. Infatti il patto di legislatura di Letta acquista senso con Draghi al Colle, giusto?

«Ha un senso in generale, perché nelle ultime settimane lo stato di agitazione dei partiti e di conflittualità era aumentato pericolosamente e il premier è entrato spesso nel mirino di polemiche, quanto mai successo prima. E quindi il patto di legislatura ha senso - a prescindere da Draghi a Chigi o al Colle - per mettere in sicurezza il Paese, per spendere i soldi del Pnrr e per riuscire ad arrivare a elezioni in un clima di sana competizione civile e non di macerie».

Finora però state solo litigando. Si accavallano voci di una rinuncia di Berlusconi, lei ci spera o pensa sia un modo per continuare l’operazione di reclutamento?

«Io credo sia molto chiaro che nessuno abbia diritto di esprimere candidature: siamo una somma di minoranze, anche i 5stelle hanno perso 110 parlamentari dal 2018. Pertanto, non ci può essere altro che un accordo, che non solo tenga presente il patto di legislatura, ma pure l’obiettivo di fornire al Paese la persona con il profilo più alto, condiviso e autorevole, perché non ci dimentichiamo che il presidente della Repubblica da 30 anni è il vero fattore di stabilità del sistema».

Dovrebbe avere una centralità meno esorbitante per rispettare il dettato costituzionale?

«Non dico questo, noto che dalla crisi dei partiti del 1992, Scalfaro fu elemento stabilizzante, poi ci fu Ciampi, chiamato a ripristinare la credibilità internazionale del Paese scosso dalla crisi economica, poi Napolitano, convinto europeista, che ha tenuto la barra con la speculazione finanziaria contro l’Italia. E poi Mattarella, una barriera contro la deriva populista. Quindi attenzione, l’elezione del Presidente è l’operazione più alta e solenne della politica».

Quindi sbaglia Berlusconi a considerarsi candidato naturale?

«Il Quirinale non è un premio alla carriera. Mai nella nostra storia un capo partito è diventato Presidente, perché il Presidente è il garante dell’unità nazionale. E se Berlusconi desse la disponibilità a scegliere insieme un nome condiviso farebbe un servizio al Paese».

Pare che abbia una preferenza per Mattarella piuttosto che per Draghi, forse preferisce lasciarlo a Palazzo Chigi come la maggioranza del Pd...

«Beh la richiesta di continuità del governo è giustificata, ma questa continuità serve con o senza Draghi, anche se lui salisse al Colle. Il problema è un altro: se si rompe la maggioranza per l’elezione del presidente, è molto difficile che un attimo dopo si possa far finta di nulla e continuare. Lo ha detto lo stesso premier, senza un accordo largo, valuterebbe la sua permanenza al governo, nel tritacarne di una campagna elettorale permanente».

Voi finora state giocando di rimessa, confermando coi fatti quello che a parole negate, ovvero che spetti alla destra il ruolo di kingmaker. Perché non lanciate per primi voi Draghi?

«Noi abbiamo bisogno che ci sia uno scatto di responsabilità e rasserenamento del clima e che poi attorno a un tavolo si trovi un accordo. Abbiamo tante figure autorevolissime, a partire da Draghi, che essendo un punto di riferimento internazionale, non va spinto nel toto-nomi: la questione di Berlusconi prima va consumata, questo ci spinge alla prudenza».

E se poi Berlusconi per caso ce la facesse, non sareste criticati per eccessiva inazione?

«Credo che Berlusconi sia il primo a capire che i numeri per fare forzature non ci sono e che non c’è margine per un muro contro muro. Salvini deve prendere atto che il problema dei numeri non è superabile con le velleità di imporre candidati di coalizione».

Un’ultima cosa: la destra spinge per far votare tutti, anche i grandi elettori positivi. Concorda?

«Sì, bisogna trovare tutte le soluzioni possibili, ci sono difficoltà ma spingiamo affinché si trovino forme che possano garantire la più alta partecipazione. Capisco le difficoltà tecniche e dei regolamenti, ma questo voto è troppo importante».

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