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Ecco perché "Raghu il piccolo elefante" che ha vinto l'Oscar rischia di mandare un messaggio diseducativo

Ecco perché "Raghu il piccolo elefante" che ha vinto l'Oscar rischia di mandare un messaggio diseducativo
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4 minuti di lettura

La notte degli Oscar ha premiato “The elephant whisperer” come miglior documentario, un grande traguardo per l’India e per i registi emergenti come Kartiki Gonsalves. Un grande traguardo anche per i documentari che parlano di natura e di cambiamenti climatici, un po’ meno, purtroppo però, per l’educazione etologica. Vediamo perché.


“Raghu, il piccolo elefante” è la storia di Raghu, un elefantino rimasto orfano dopo che la madre rimase elettrificata dai pali della luce in India, e che viene quindi adottato da Bomman e Bellie, una coppia appartenente alla comunità dei Kattunayakan, che si prenderanno cura di lui nel Parco nazionale di Mudumalai, prima di affidarlo ad altre mani che cercheranno poi di liberarlo nel parco.
Sicuramente una storia commuovente, che parla di rispetto e amore per gli animali, di dare una seconda possibilità ad animali altrimenti sicuramente spacciati, di salvataggi e coesione con la Natura. Tuttavia, però, il documentario, sicuramente girato con le migliori intenzioni, rischia di dare un messaggio sbagliato: possiamo interagire con gli animali selvatici, possiamo farli nostri, possiamo essere loro amici. Loro hanno bisogno di noi e l’unico modo per salvarli è addomesticarli. Cosa che in realtà non è così per quanto sia romantico, ed è proprio questo che da etologa e ricercatrice, cerco di far capire ogni giorno.



Uno degli obiettivi del regista è di documentare il lavoro di queste comunità nella difesa della foresta come messaggio di speranza contro i cambiamenti climatici e la distruzione dell’ambiente.
Lo stesso regista però afferma “Volevo che il pubblico smettesse di vedere gli animali come 'l'altro' e iniziasse a vederli come uno di noi". Ma questa concezione rischia di essere pericolosa in un’ottica etologica e di salvaguardia del benessere animale, perché è solo nel riconoscere all’animale la sua dignità e la sua potenza nella diversità da noi, che possiamo essere in grado davvero di rispettarlo, non vedendolo come un membro della famiglia. Non per un selvatico, soprattutto.



 Nel documentario, infatti, ci sono scene molto Disneyane in cui l’elefante gioca a palla con i “suoi umani”, si fa coccolare, cavalcare, sbaciucchiare e vive quindi alla stregua di un gattino domestico. Tutti sappiamo bene, però, che un elefante è un animale selvatico e che per quanto siano intelligenti e sensibili, non dovrebbero vivere come un cagnolino di casa, soprattutto se il salvataggio è avvenuto nell’ottica di volerlo liberare in natura.
Non a caso, infatti, il fatto che gli elefanti siano sempre meno selvatici e purtroppo sempre più abituati all’Uomo, è diventato un enorme problema in India, dove la coesistenza con i grandi pachidermi è una sfida quotidiana per gli agricoltori e le popolazioni rurali. L'India rappresenta il 70-80% di tutte le morti umane registrate a causa degli elefanti in Asia, secondo Sandeep Kumar Tiwari , del Wildlife Trust of India e dell'IUCN SSC Asian Elephant Specialist Group.

 

Tiwari afferma che circa 500.000 famiglie sono colpite ogni anno dal conflitto con gli elefanti in tutto il paese, principalmente a causa degli animali che danneggiano i loro raccolti. Tra gli 80 e i 100 elefanti vengono uccisi ogni anno da attività legate all'uomo, aggiunge, alcuni per rappresaglia come avvelenamento o folgorazione, altri per essere stati investiti dai treni.

Capite bene, quindi, che l’idea romantica secondo cui un elefante viene cresciuto da piccolo come un cagnolino, a stretto contatto con l’essere umano, viene addomesticato e reso docile, è controproducente se poi questo deve essere riabilitato e rilasciato in Natura dove è per il bene di tutti che umani e elefanti non stiano troppo vicini.
L’etologia parla chiaro: se un animale selvatico subisce un imprinting (abituazione profonda) all’essere umano, non sarà possibile rilasciarlo in Natura senza che questo subisca le conseguenze dell’umanizzazione. In questo caso, ad esempio, un elefante cresciuto e vissuto sempre con l’essere umano saprà perfettamente che è proprio l’Uomo a fornire cibo e quindi, anche in Natura cercherà di avvicinarsi ai villaggi urbani in cerca di quel cibo che gli è stato sempre dato da quegli umani, che però, ora improvvisamente lo scacciano dai raccolti e non lo vogliono vicino.

Proprio per questo motivo, un documentario in cui si vede un rapporto simbiotico tra una specie selvatica e l’Uomo, per quanto faccia breccia nei nostri cuori, purtroppo, invece rischia di mandare un messaggio sbagliato ai milioni di spettatori senza un background di etologia o biologia della conservazione.
Sono numerosi gli studi scientifici di zoo-antropologia che hanno dimostrato che rappresentare un selvatico a stretto contatto con l’Uomo, invece di trasmettere empatia e amore, rischia di alterare le conoscenze e la consapevolezza del pubblico sull’etologia e la biologia dell’animale in questione.

 In questo caso, infatti, quanti, tornando a casa avranno compreso i veri pericoli del cambiamento climatico e della deforestazione, scopo ultimo del regista, e quanti invece torneranno a casa con il desiderio di coccolare anche loro un elefantino? E se quel desiderio se lo porteranno anche in vacanza, quando andranno in Tailandia? Il rischio è che tutti questi spettatori saranno vittime e carnefici del turismo malsano con gli elefanti nei falsi santuari, dove i pachidermi vengono spacciati per feriti o orfani, ma in realtà vengono catturati proprio per diventare mascotte dei turisti che credono di prendersene cura per qualche ora dando loro affetto. Ma chi ha visto il documentario accecato dal romanticismo è probabile che queste cose non le sappia e che quindi, pur di vivere l’emozione che ha sognato nel film, cade nella trappola delle interazioni con gli elefanti per ricreare quello che aveva visto nel documentario.

O peggio, il rischio potrebbe anche essere legato alla nostra fauna. Se uno degli spettatori domani dovesse trovare un capriolo ferito sotto casa, invece di portarlo in un centro di recupero, potrebbe credere che sia opportuno e giusto curarlo in casa, addomesticarlo e farselo amico. Questo però, oltre ad essere profondamente sbagliato, contro ogni concezione etica ed etologica, è anche illegale. Ne avevamo parlato qui

Ricordiamoci, quindi, che un animale selvatico non ha bisogno di amore, coccole e abbracci. Ha bisogno di rispetto. Di rispetto della sua selvaticità e della sua etologia e se davvero le popolazioni locali salvano questi animali, sarebbe opportuno venissero salvati senza addomesticarli, senza umanizzarli a tal punto da poter giocare a palla con loro.

E sarebbe stato ancora più bello e funzionale alla causa se invece di fare un documentario su un elefante addomesticato, si fosse fatto un documentario sugli elefanti in Natura, sui pericoli che corrono ogni giorno per cercare fonti d’acqua e cibo, che li obbligano quindi ad avvicinarsi ai villaggi umani, rischiando di morire. Per mandare un messaggio di amore ed empatia verso gli elefanti sarebbe stato sufficiente mostrare il lavoro di queste popolazioni nel proteggere i pachidermi dal bracconaggio, documentare il lavoro dei ricercatori nel creare passaggi sicuri e corridoi ecologici, non certo mostrare scene di coccole…che poi impediranno all’elefante di essere mai davvero libero.