Psicologia
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Eterne bambine. Dagli abiti ai comportamenti: cosa accade nelle adolescenti che non vogliono crescere

A partire dal fenomeno del 'BM Style', che ha visto le ragazze cinesi sfidarsi a indossare taglie da bambino, la psichiatra Adelia Lucattini ricostruisce le dinamiche di accettazione degli adolescenti di oggi, fortemente influenzati dai social network e dal rischio di body shaming

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Che soddisfazione si prova a entrare in abiti per bambini? A sollevare l’interrogativo è una curiosa tendenza registrata sui social network in Cina che ha fatto rapidamente il giro del mondo. Le giovani si divertono, in pratica, a provare capi per bimbi nei camerini dei negozi, per poi fotografarsi e condividere il risultato, sfidando a fare altrettanto e uscendo senza effettuare acquisti. Anzi, lasciando spesso i vestiti in condizioni inutilizzabili per i clienti successivi (potenzialmente il vero target delle linee d’abbigliamento). Un "gioco" da milioni di hashtag, che ha coinvolto due marchi in particolare: il giapponese Uniqlo, i cui store sono stati presi d’assalto dalle partecipanti alla sfida, e il nostro Brandy Melville, da cui nasce il termine ‘BM Style’. L’azienda italiana, dalle collezioni rivolte soprattutto ad un pubblico teenager, si è fatta conoscere all'estero per aver proposto un modello di taglia unica che corrisponde a una XS. Ecco perché la sfida di indossare gli abiti per bambini di Uniqlo è l’ultima dimostrazione delle giovani cinesi di poter essere delle “BM Girls”.

 

 

La sfida della moda bimbo richiama le problematiche di accettazione del corpo e dell'immagine riflessa allo specchio, della ricerca dell'approvazione su Internet e di challenge a volte pericolose. Ne abbiamo parlato con Adelia Lucattini, psichiatra della Società Psicoanalitica Italiana, specialista di infanzia e adolescenza.

 

Che meccanismo si scatena nella ricerca delle taglie piccole, addirittura microscopiche? Da dove viene questa soddisfazione? 

"È un discorso che parte da molto lontano e coinvolge soprattutto le ragazze. È stato preceduto, negli anni Ottanta, dalle top model, altissime, chiaramente sotto peso, che dovevano necessariamente entrare in una taglia 40 per trovare lavoro. Già questo ha plasmato un cambiamento epocale dell’immagine corporea della donna, si è arrivati all’ossessione sociale di regolazione delle dimensioni del corpo femminile. L’essere in sovrappeso o non essere magra si è configurato, allora, come forma di debolezza: si considerava che le donne non avessero abbastanza forza d’animo o spirito di sacrificio per poter modellare il corpo secondo i canoni di bellezza vigenti. Il fenomeno attuale è un’evoluzione in chiave contemporanea di questo tipo di segnali, molto presenti anche negli anni Novanta".

Al punto da desiderare di entrare negli abiti da bambino?

"In Europa non è ancora forte la tendenza del provare gli abiti da bambino ma il modello di Brandy Melville è oggetto di vari studi, in quanto ha condizionato nelle ragazze il desiderio dell’impossibile, del poter appartenere a una minoranza standardizzata, entrare in un letto di Procuste, non essere né più né meno di un certo standard. È come se esistesse una proprietà transitiva, si affermasse l’equazione 'una ragazza forte è carina e magra' che si misura, appunto, con il vestire una taglia XS. Dinamiche simili provocano una sorta di sofferenza e possono condurre a disordini alimentari".

 

 

"La questione degli abiti da bambini rientra, in parte, in operazioni promosse da alcuni brand e ha a che fare con l’infantilizzazione della femminilità, diffusa in Estremo Oriente, per cui le ragazze vogliono sembrare più sexy e più piccole, quello che noi chiamiamo bamboleggiare. Sono dei comportamenti manierati, diventati moda, che imitano gli atteggiamenti dei bambini. È come se ci fosse un’erotizzazione dell’infanzia: se una ragazza entra nei vestiti di una bambina si vede dolce e piccante al tempo stesso, perché è seminuda, la maglietta scopre la pancia, il pantaloncino scopre i glutei. Un gioco seduttivo che può essere pericoloso. Le ragazze infatti non vogliono essere sexy per i compagni di classe, che non sarebbe strano per la loro età. Si tratta piuttosto di una seduzione inconscia rivolta agli adulti, vissuti ancora come figure genitoriali. Tali comportamenti, se non gestiti, ostacolano il processo di maturazione. In psicoanalisi si chiama Fissazione: se durante la crescita un’esperienza è fissata come carica di valore emotivo, erotico o sensuale, l’adolescente tenderà a replicarla da adulto. Questo è il rischio".

Cosa accade invece nei ragazzi?

"Gli uomini si svestono solitamente per mostrare la massa, possono addirittura vantarsi di essere sovrappeso o di grossa stazza. Li fa sentire sicuri e sexy. È il mito del bodybuilder e del fisico imponente. Ecco così sbucare le maniche corte in pieno inverno e abiti slim fit. Nel caso invece di vestibilità larga, si opta per stili come hip hop e break dance, che rimandano all’attività fisica senza bisogno di esibire i muscoli. In ogni caso, i fenomeni che riguardano i corpi maschili sono meno preoccupanti, la donna è da sempre più stressata rispetto alla sua immagine".

Nel caso delle adolescenti che vestono la moda bimbo e ne fanno un vanto in Rete, c'è una consapevolezza che il loro comportamento abbia una deriva insana? Quanto gioca il fascino del proibito in dinamiche simili?

"Ci sono tre fenomeni diversi che si congiungono: il lutto dell’infanzia, che dovrebbe essere superato a livello mentale, al massimo chiedendo alla mamma di farsi mostrare i vestiti di quando si era piccoli. Passare all’atto ha un lato nevrotico e farlo in gruppo denota che tutti hanno lo stesso problema. Lasciare poi i vestiti sgualciti e inutilizzabili in negozio rappresenta la trasgressione economica di non pagare, di limitarsi a soddisfare i propri bisogni a dispetto degli adulti, al limite del furto, ma senza correre il rischio di rubare. Quando un tale comportamento passa sui social, si va oltre tutti questi significati: c’è un ribaltamento, un’esibizione del danneggiamento, l’aspetto più negativo di tutti, che costruisce un film, il personaggio della bambina cattiva. Di solito, l’immagine che ci si disegna sui social è migliorativa, non peggiorativa".

È un fenomeno prettamente adolescenziale o può durare anche tutta la vita?

"Può caratterizzare anche solo un periodo dell’adolescenza: rientra nella fase della sperimentazione. Se questi comportamenti continuano in età adulta, ossia anche al di sopra dei vent’anni, allora diventa un disturbo".

Come ha visto cambiare le dinamiche di accettazione o rifiuto del corpo negli adolescenti con l’avvento dei social? Quanto gli episodi di body shaming, nella vita reale e dietro gli schermi degli smartphone, incidono sulla formazione della personalità dei ragazzi?

"I social hanno cambiato radicalmente queste dinamiche rispetto ai media tradizionali. Il body shaming nasce in Rete perché può potenzialmente toccare milioni di utenze, si va ben oltre la presa in giro, ci si nasconde dietro l’anonimato per amplificare i comportamenti, gli attacchi sono più feroci. La body positivity è un correttivo: l’unico modo per combattere un fenomeno negativo sui social è crearne uno antagonista, non attaccarlo, altrimenti lo si ingrandisce. Gli adolescenti sono molto influenzati da questi meccanismi e cercano di standardizzarsi, da qui l’uso dei filtri di bellezza e dei programmi che modificano l’immagine".

 

 

Prosegue la psichiatra Adelia Lucattini, "Si crea uno scollamento tra immagine reale e virtuale, una falsificazione dell’immagine che costruisce anche una rete di relazioni fittizie, perché si tende a recitare. Quello del Falso Sé, una distorsione del sé, è un fenomeno oggi molto diffuso e non si può ignorare la sua correlazione con i social, che veicolano canoni non realistici. In questo senso, sono importanti gli esempi dei personaggi famosi che mostrano cosa c’è dietro uno scatto apparentemente perfetto. Il cambiamento operato dai social non ha avuto un impatto diretto sui disturbi psichici ma ha un ruolo nella formazione della personalità dei più fragili". 

Con la dinamica delle sfide, cara a TikTok e dannosa perché spesso estrema, il rapporto con l'immagine è cambiato ulteriormente?

"Sui social si esibisce solo quello che si vuole, non tutta la realtà, regna un conformismo di massa. Ultimamente, l’esibizionismo lo si trova su TikTok, che all’inizio aveva aspetti molto positivi perché dava la possibilità di cimentarsi in attività artistiche guidate. Il fatto che non ci sia un target preciso di età è però negativo, c’è una fluidità che va dai bambini agli anziani, mentre ogni età dovrebbe avere il suo canale specifico, con regole adatte. Tutto invece è concesso e quindi nulla ha valore, si perde il buon senso. In psicoanalisi si chiama Realtà Esterna e rispetto a quella mentale, per definizione, ha delle regole. Se mancano, anche il mondo interno prima o poi ne viene condizionato".

In Cina il terreno è fertile per sfide 'BM Style', dal momento che il prototipo di bellezza femminile è fondato sulla magrezza, con un peso corporeo che non superi idealmente i 50 kg. Quali sono i modelli da rispettare o le pressioni sociali più avvertiti dai giovani italiani?

"In assoluto, i giovani sono in continua tensione a causa della competizione intellettuale o performativa, puntano cioè a ottenere il risultato migliore possibile in qualsiasi ambito, dalla creatività alle doti personali. Traslata in ambito fisico, questa competizione porta a delle esasperazioni. Le challenge non fanno che esteriorizzare questi aspetti competitivi, non li provocano ma ne sono espressione. Gli adolescenti poi adorano le sfide perché in modo naturale gli permettono di crescere, di misurarsi, a scuola o nello sport, nell’essere attraenti, nell’avere un bel gruppo di amici dove esercitare la parte da leader. Ma sui social la sfida è portata all’estremo. La metafora del Luna Park è perfetta: anche qui molti giochi si basavano sulla sfida per vincere, dal martello alla giostra al pupazzo da estrarre dal mucchio. La realtà però dava un confine. Nei social e sulle applicazioni questo limite scompare. Sul digitale, non essendoci un piano sensoriale, tutto si sposta sul mentale".

 

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