Divorzi

Affidamento dei figli: cos'è l'alienazione parentale. Quando le madri vengono ingiustamente messe sotto accusa

La Parental Alyenation Syndrome, teoria secondo cui le donne manipolerebbero i figli per allontanarli dal padre, è stata elaborata negli anni 80 dallo psichiatra americano Richard Gardner e continua a essere rigettata dall’ambiente scientifico. Eppure viene spesso chiamata in causa durante i procedimenti di affido nei casi di separazione. Se da una parte si invitano le donne a denunciare gli abusi domestici, quindi, dall'altra le denunce possono essere utilizzate per allontanare le madri dai bambini. Una forma di violenza istituzionale su cui la Commissione di Inchiesta sul Femminicidio si avvia a fare luce
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Ci sono 1500 fascicoli nelle mani della Commissione di Inchiesta sul Femminicidio, storie di bambini allontanati dalle madri che avevano chiesto la separazione e denunciato la violenza dei loro mariti. In quelle pagine ci sono storie anonime e storie note, come quella di Ginevra Pantasilea Amerighi, l’insegnante elementare a cui, nella primavera del 2011, il Tribunale per i Minorenni di Roma, ha tolto la responsabilità genitoriale della figlia Arianna. A soli diciotto mesi, la bimba è stata affidata al padre condannato in primo grado per violenza perpetrata durante la gravidanza. In dieci anni, mamma e figlia si sono potute incontrare una sola volta, un decreto provvisorio (tale solo di nome) impedisce alla mamma di portare il suo caso nei successivi gradi di giudizio e davanti alla Corte Europea.

 

Dietro a questa storia e a quelle di bambini affidati ai servizi sociali o in affido condiviso con padri violenti o abusanti, ci sono tre lettere: PAS, acronimo di Parental Alienation Syndrome, ovvero sindrome da alienazione parentale, un termine coniato negli anni Ottanta dallo psichiatra americano Richard Gardner che lo ha definito come “un disturbo che insorge nel contesto di controversie per l’affidamento dei figli”. In base alla sua teoria, il genitore alienante (che Gardner identifica con la madre) manipola il figlio per allontanarlo dal genitore alienato (il padre). La soluzione, secondo Gardner, è ricostruire il rapporto fra il figlio e il genitore alienato escludendo dall’equazione familiare la madre, indipendentemente dalle ragioni che l’hanno portata a chiedere la separazione dal coniuge. I risultati sono paradossali. “In base a uno studio di Joan Meier, professoressa di diritto clinico e direttore del National Family Violence Law Center presso la George Washington University, quando un padre accusato di violenza, maltrattamenti o abusi sessuali si appella all’alienazione parentale, in quattro casi su cinque ottiene l’affido”, spiega l’avvocatessa Michela Nacca, co-fondatrice e presidente dell’Associazione Maison Antigone per la promozione sociale delle donne e la difesa dei minori, con un focus sulla rivittimizzazione giudiziale provocata dall'alienazione parentale.

Dopo decenni di controversie, la PAS, oggi ridenominata "alienazione parentale", “simbiosi” e “conflitto di lealtà”, continua a essere rigettata dall’ambiente scientifico. Infatti, non figura nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, la “bibbia” dell’American Psychiatric Association né nella Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi di Salute Correlati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “Non figura in questi testi, perché la Parental Alienation è semplicemente una strategia processuale a difesa di padri abusanti secondo la quale i bambini che raccontano di abusi lo fanno perché condizionati dalle madri che vogliono vendicarsi dei mariti”, prosegue Nacca. In Argentina, infatti, una risoluzione ha bandito il riferimento all'Alienazione Parentale perché considerata una strategia processuale che rivittimizza donne e minori.

 

Un ribaltamento dei piani kafkiano

La PAS ha avuto il suo primo momento di notorietà nel 1992 quando Gardner faceva parte del team legale di Woody Allen accusato da Mia Farrow di abusi sessuali sulla figlia Dylan. Davanti ai giudici, come racconta il recente documentario Hbo, Allen ha sostenuto che la Farrow fosse un genitore emozionalmente disturbato tanto da arrivare a fabbricare accuse di abusi sessuali e di istruire la figlia a sostenerle. A posteriori, la causa Allen vs. Farrow è un caso da manuale che illustra il “funzionamento” dell’alienazione parentale come strategia processuale in tre atti. Accusare la madre di fabbricare false accuse di abuso o di violenza. Minacciare la madre di essere separata dai figli in quanto “unfit”, non adatta al proprio ruolo. Richiedere alla madre di ritirare le accuse nei confronti del padre cosa che, puntualmente, Mia Farrow ha deciso di fare.

 

In un ribaltamento dei piani kafkiano, dunque, mentre si invitano le donne a denunciare le violenze domestiche, le denunce possono essere utilizzate per sostenere la teoria dell’alienazione parentale e separare la madre dai figli. Come ha detto Farrow nel documentario: "Quello che conta non è la verità, ma ciò che si crede". Le donne che difendono i loro figli sono definite come madri “ostative”, “simbiotiche”, “generatrici di conflitti di lealtà”. Addirittura, il rifiuto del genitore abusante o violento da parte del bambino abusato viene letto come “prova” dell’alienazione parentale. Questa manipolazione del diritto mette le donne davanti a scelte difficilissime: “Capita che le madri scelgano di continuare a vivere in contesti violenti per proteggere i figli e non trovarsi separate da loro”, sottolinea Nacca. A dispetto del “supremo interesse del minore”, dunque, la salute, il benessere e la sicurezza del bambino passano in secondo piano. “Il distacco da una mamma protettiva è sempre traumatico. Conosco storie di bambini perfettamente sani separati dalle madri e affidati a una casa famiglia. A distanza di anni dal distacco non riuscivano più a parlare o addirittura a camminare e interagire correttamente, avendo strutturato gravi disturbi depressivi e psico-neurologici permanenti derivati dal trauma subito. Gli incontri, infatti, sono negati per anni, la mamma è presentata al figlio come distante, disinteressata e il bambino subisce il trauma del tradimento, magari accompagnato dalla vicinanza di un padre condannato per violenza che, pur inadeguato, è stato 'riallineato' al figlio nella casa-famiglia”.

Alienazione parentale: le radici culturali

Perché, nonostante queste contraddizioni, la PAS continua ad avere successo? “La PAS ha messo radici perché ha attecchito su pregiudizi culturali millenari relativi alla immeritata scarsa credibilità di donne e bambini, costruita su di loro dal potere maschile e patriarcale”, risponde Nacca. La legge 8 febbraio 2006 n.54 sull’affido condiviso ha fatto il resto. Nel 2005, nell’80% delle separazioni i figli erano affidati alla madre. Nel 2007, il 72% delle separazioni si è concluso con un affido condiviso. “Nel 2015, l’affidamento congiunto riguardava l’89% delle separazioni. Questa percentuale comprende purtroppo anche padri violenti e abusanti, in quanto la violenza viene sistematicamente mediata e ignorata dagli operatori coinvolti nei procedimenti di affido. CTU, assistenti sociali, tutori, educatori e infine giudici, nelle loro decisioni, si basano sulle relazioni delle precedenti figure”. Capita, dunque, che le istituzioni consegnino i bambini nelle mani di uomini violenti non valutandone minimamente il pericolo.

 

L'uso distorto della bigenitorialità

La legge sull’affido condiviso porta il nome di Marino Maglietta, professore associato di fisica presso l’Università degli Studi di Firenze, sostenitore delle istanze della “bigenitorialità perfetta” e della PAS espresse più recentemente nel testo del Ddl Pillon, con tutte le imperfezioni e le distorsioni del caso. “La bigenitorialità è un principio fondamentale per la crescita di un bambino, quando entrambi i genitori sono persone senza squilibri. Le cose cambiano nel caso di padri violenti, abusanti o sessualmente incestuosi”, fa notare Nacca. Ed è in questo spazio che la legge sulla bigenitorialità presta il fianco a un uso aberrante: considerare la madre che chiede protezione dalla violenza domestica come "pregiudizievole" al principio della bigenitorialità porta al risultato opposto rispetto a quello che si vorrebbe ottenere, allontanandola dai figli.

 

Dietro le quinte di questo meccanismo non ci sono solo gli avvocati che utilizzano la PAS a vantaggio dei loro clienti. Per rendersene conto, basta dare un’occhiata al sito di William Bernet, ex-professore di psichiatria forense alla Vanderbild University che, dopo il suicidio di Gardner avvenuto nel 2003, ha raccolto il testimone. Bernet ha dato vita a Parent Alienation Study Group, un network internazionale che conta 800 membri in 62 paesi. Si tratta soprattutto di professionisti della salute mentale e legale. Fra gli iscritti italiani, spicca la Fondazione Guglielmo Gulotta che fa capo all’omonimo docente di Psicologia Forense e della Comunicazione all’Università di Torino, co-autore del saggio: La Sindrome di Alienazione Parentale (PAS): Lavaggio del cervello e programmazione dei figli in danno dell’altro genitore. La fondazione è un ente accreditato per il tirocinio professionalizzante post laurea magistrale in psicologia dello sviluppo e in educazione e psicologia sociale. “La PAS è entrata nei corsi formativi di psicologi, CTU, assistenti sociali, persino di avvocati che si occupano di violenza. Il rischio che le donne vittime di violenza e i loro figli siano vittimizzati dalla giustizia è sempre più alto”, sottolinea Nacca.

La normalizzazione della violenza

La PAS, insomma, è l’anno zero della tutela e, in sottofondo, fa passare l’idea di una normalizzazione della violenza, derubricata a conflitto. Gardner stesso sosteneva che la violenza non fosse pregiudizievole per la crescita di un bambino e in più di un passaggio ha definito la pedofilia intrafamiliare come “un’antica tradizione” e “una pratica accettata fra miliardi di persone”. La Commissione sulla Violenza Domestica dell’Associazione degli Avvocati Americani calcola che i padri violenti richiedano la custodia dei figli proporzionalmente di più dei padri non violenti. Nel 70% dei casi la ottengono. In Italia, una recente sentenza della Cassazione (n. 9143 del 2020) conferma una pericolosa deriva. Nel caso di un padre con tre rinvii a giudizio, la Cassazione ha concluso la necessità di ricostruire il rapporto padre-figlio, entrambi affidati a una comunità in quanto la madre non dimostrava atteggiamenti “resilienti” di fronte alla violenza. “Di fatto, la sentenza viola principi fondamentali della nostra Costituzione e ribalta i presupposti della Convenzione di Istanbul che l’Italia ha sottoscritto nel 2013 e che prevede che nel caso di violenza domestica il figlio non debba esser collocato con la persona violenta”.

 

L’impatto della PAS in Italia non è misurato, ma si attende che la Commissione di Inchiesta sul Femminicidio possa finalmente fare chiarezza in proposito. “Su 60-70 mila separazioni che avvengono ogni anno, il 51% (dati Istat, ndr) è motivato da violenza, anche se la maggior parte delle volte la violenza non è denunciata. Non esistono invece dati che incrocino i risultati di processi civili (per separazione) e penali (per violenza), nonché dati che dimostrino quante volte l’uso della strategia processuale che si appella alla PAS determini l’archiviazione della denuncia e/o l’affido dei minori al padre abusante, anche se rinviato a giudizio e persino condannato. Eppure, sarebbe facile ottenerli”, aggiunge Nacca.

 

I casi sommersi

Al dato, infine, si aggiunge il sommerso. "Le madri che resistono, quelle divenute obtorto collo 'resilienti', così come vuole il sistema, lo fanno perché non hanno i mezzi economici per affrontare o proseguire una battaglia giudiziaria dispendiosa o perché cedono alle minacce di allontanamento dei figli". Ci sono anche le madri che decidono di non separarsi o di separarsi in modo apparentemente consensuale. "Per non dover affrontare il rischio di vedersi separate dai figli, si piegano a ogni pretesa del maltrattante, rinunciando a ogni diritto di mantenimento ed abitazione, per sé e i figli, non denunciando la violenza o ritirando le querele già depositate, pur di allontanarsi”. Il conto, troppo spesso, lo pagano i bambini. Negli Stati Uniti, secondo i dati del Center for Judicial Excellence, una no-profit che promuove la responsabilità giuridica, 781 bambini sono stati uccisi dal 2008 a oggi in seguito a cause di separazione e di divorzio. Per 106 di questi, le istituzioni – forze dell’ordine, giudici, assistenti sociali, tutori - erano state allertate, ma non sono intervenute.

 

In Italia, in base ai dati Eures, sarebbero cinquecento i bambini uccisi negli ultimi venti anni. "Tra loro ci sono Davide e Andrea Iacovone, Federico Barakat, Gloria Danho, Francesca e Pietro Pontin, non difesi da un sistema giudiziale distorto che ritiene la violenza paterna 'irrilevante' e pretende da madri e bambini la resilienza”. Le cronache, purtroppo, non smettono di dimostrare che il rischio di abusi aumenta con l’allontanamento dal genitore protettivo. Per le donne che si trovano in queste situazioni, il consiglio è di non farsi trovare impreparate. "Prima di procedere alla denuncia, bisogna raccogliere le prove dell'abuso e della violenza domestica. Videoregistrazioni e un consulente di parte preparato sono condizioni indispensabili", conclude Nacca. La buona notizia è che, finalmente, la Commissione di Inchiesta sul Femminicidio sta lavorando per far emergere il sommerso e liberare le donne da scelte impossibili che mettono in pericolo la loro vita e quella dei loro figli.